Legge Basaglia. Gli ex internati: “L’elettroshock è una tortura”, i neo-pazienti: “Siamo tutti bipolari” (3° parte)

di Maurizio Mequio -Pubblicato su Dazebao

Le testimonianze dei soggetti a rischio psichiatria: quelli che cercano la salute mentale. <Vivo, ma non vivo. Finché non sarò amato, non vivrò>, è la poesia di Furio, un settantenne di Latina. <Sono entrato al manicomio di Santa Maria della Pietà che avevo appena 18 anni. Dicevano che non avevo voglia di lavorare. Ma non è così>. Aggiustava le radio, poi il vuoto: <Erano tempi difficili, ma per me anche di più. I miei amici più vecchi dicono: io ho fatto la guerra. Io sorrido e penso: sono io che ho fatto la guerra, ho subito anche l’elettroshock>.

E’ un uomo distinto, vive in una casa famiglia e frequenta un centro diurno della Asl: <Non faccio tante attività, mi stanco facilmente. Ho sofferto tanto nella vita, non vedo mai i miei parenti e in piazza mi puntano il dito, solo perché sto in silenzio>. Racconta quell’esperienza: <Fu una cosa tremenda, non ne parlo mai. Una tortura, altro che cura. I dottori mi hanno minacciato tante volte, se ti comporti male te lo rifacciamo. Dopo l’intervento non ho potuto fumare, ero convinto di morire. Come se ti bucassero il cervello, questa è la sensazione che mi ha lasciato. Poi ne sono passati di anni, ma per me è tutto come prima. Mi piace leggere, scrivere, ma non capisco perché alcuni dicono che sono stato matto>. <C’erano sempre urla nel padiglione>, afferma Natalina. <La gente aveva paura>. Ha 76 anni e un <soggiorno pesante alle spalle>. Stava chiusa nel lato opposto a quello di Furio, nel reparto femminile. <Io non potevo uscire, i lavori di ergoterapia erano roba da uomini. E poi… che lavori! Ti facevano pulire le macchine dei dottori per un mozzicone di sigaretta>. Dice di non aver subito il trattamento, ma i suoi dottori dicono di sì: <Ma che state a scherzà? Io no, eh! Era una cosa brutta, lo temevamo, la gente a volte non tornava e se tornava sembrava morta. Vuota. Non parlava, sbavava, se la faceva sotto. Aveva i segni addosso: e te lo credo! Alcuni vomitavano solo a sentire i pianti>. E’ un parco grande, quello dell’ex ospedale Psichiatrico di Roma, un padiglione è intitolato a Ugo Cerletti: <Sarà stato uno scienziato, un grande scienziato, ma secondo me è ingiusto>, spiega un paziente psichiatrico. <Ora non esistono i manicomi, grazie a Dio. Parlano di cambiamenti, ma ci imbottiscono di farmaci e poi ci fanno venire qui a svolgere delle attività riabilitative>.

Nonostante la Legge Basaglia lo impedisca, ancora tre edifici nel Parco, il 7, il 9 e il 14, sono allestiti per servizi psichici. Ivano, un altro testimone, si definisce “un partigiano”: <Ho resistito a tutto>. Ha subito anche la terapia elettro-convulsivante: <Meglio non farla, l’ho detto, lo dico e continuerò sempre a dirlo>. Un operatore sociale della Asl Rme, Marcello, spiega invece come funzionano le cose in un centro diurno sperimentale: <La struttura dove lavoro si chiama La voce della luna, lavoriamo con il teatro. Niente pillole e cose varie, a quello ci pensano altri. Noi crediamo che sia la relazione umana il vero strumento della cura. Il nostro progetto è ambizioso, preformare le persone al lavoro di attori. Giriamo l’Italia e da due anni alcuni ex pazienti hanno iniziato a volare da soli, hanno formato una loro piccola compagnia professionistica>. Ma racconta: <Il pericolo legato ad altre terapie è dietro l’angolo, sono diversi i terapeuti pronti a consigliare ai giovani di sottoporsi all’elettroshock oppure a aumentargli il dosaggio dei farmaci alla prima cazzata che fanno>. La storia di Valerio, un 25enne di Pomezia, che ha deciso di non frequentare nessun centro diurno, e che è seguito privatamente da uno psichiatra, lo conferma: <I miei genitori pagano 180 euro a seduta. Mi mancano tre esami alla laurea in lingue. Ho già lavorato come traduttore, amo viaggiare. Suono il violino, la tastiera e la chitarra. Non voglio andare nel centro diurno vicino a dove abito perché è un posto morto. Ho delle amicizie, poche, forse questo è il mio problema. Ma c’è internet e io sono un appassionato di informatica. Il mio male? E’ che dicono che sono malato. Continuano a dirmi di provare con l’elettrochoc, ma io non voglio. Dicono che mi illudo che non sono io che sono depresso, che sbaglio a pensare che la società fa schifo. A volte penso che abbiano ragione loro e allora sì, mi demotivo. Poi mi guardo attorno, spero di potercela fare, mi viene rabbia, perché ho tutta la vita davanti a me, ma facilmente mi consolo: se devo farmi operare al cervello per diventare come tutti loro, allora è meglio che provi a guarirmi da me>. Un altro ragazzo: <Ho trentacinque anni e le mie ossessioni sono le donne e la Roma. Finora ho subito 9 Tso, più volte mi hanno detto che dovevo fare l’elettroshock. Mi sono sempre rifiutato. Mi riempiono di farmaci, è per questo che a volte litigo con i miei dottori. Loro mi odiano, mi vogliono punire e ogni volta che mi sento bene, decidono di ricoverarmi. Perché? Perché dicono che è arrivato il momento di cambiare terapia, di sperimentare e motivano che se ci fossero dei problemi, all’ospedale potrebbero tenermi sotto controllo. Finiti gli esperimenti esco, non capisco niente per giorni e poi scopro, dai racconti degli amici, che le uniche parole uscite dalla mia bocca in quel periodo erano: piacere sono un bipolare. Se non fosse per gli psichiatri, la mia vita sarebbe decente, me lo ha riconosciuto sorridendo anche il mio terapeuta. Dopo 6 anni di cure, mi fa: forse hai ragione tu, siamo tutti un po’ bipolari>.

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