La solitudine dei numeri 2. Prologo

La solitudine dei numeri 2. Prologo

 La prima volta è veramente dura, ma ti riprendi. La seconda è più sentimentale, ti sei legato ai colleghi, al posto di lavoro. La terza è una caduta nel burrone. Credevi di esserti sistemato e invece non era così. Infine scopri che c’è una quarta volta e capisci che ce ne sarà una quinta e forse una sesta.

Ogni apertura di stato di crisi aziendale ci sono degli esuberi, ogni volta che la cosa mi riguarda io scendo al bar da solo, bevo e mi sfogo con Tonino. Lui ha trent’anni più di me, è una mosca, un pensionato sotto i seicento euro, che assorbe alcol e spara sentenze sul presente. E’ uno di quelli che “C’era una volta il Pci”. E’ una figura paterna, un personaggio di quartiere. Ti si avvicina per amicizia, lo frequenti per avere conforto, ma si finisce sempre a parlare del Pd. Come se tutto quello che mi fa andare storto le giornate fosse questo maledetto partito.
Non ho una lira: “E il Pd che fa?”
Mi lascio con la ragazza: “Ha fatto bene, così impari a dare retta a quei dem infighettiti”.
Mi mettono in cassaintegrazione: “E tu ancora a sperare in Renzi?”

Io laureato, uscito da casa a ventitre anni, passo da un lavoro all’altro, con umiltà. Lui, quello che dovrebbe essere il mio faro nel buio, prima fa la comparsata da Amici di Maria De Filippi ed ora si fa fotografare da Chi emulando le pose del mitico Fonzie.

Tonino mi dice: “Quello è giovane? Siete tutti così? Allora è colpa vostra!”
Non guardo i programmi Mediaset e non leggo le riviste di gossip, ma che colpa ne ho io? Ancora una volta il Pd invece di incontrarlo sulla mia strada lo devo ritrovare in un posto che non mi appartiene.

Cazzo! E’ pure per questo che non ci credo più. Che l’ho strappata la mia tessera e che in sezione non ci metto più piede. Altro che Occupy Pd! Ma di votarlo lo voto. Lo continuo a votare, anche al Comune.

Nonostante Marino non sia riuscito a riempire Piazza San Giovanni per l’ultimo comizio pre-elettorale. Facendo peggio del Movimento Cinque Stelle e di Marchini. Nonostante abbia goffamente ballato sul palco la musica di Jovanotti. E nonostante abbia perso qualche duello in tv con Gianni Alemanno.

Era un’altra storia quando avevo vent’anni. Giovane democratico, ma con simpatia rifondarola, ma sempre fedele al progetto. Ero contro il G8, ma alle manifestazioni prendevo i fischi dei centri sociali. Era un’altra storia perché credevo nel futuro, nonostante i non piddini inzuppssero il biscotto ed io gli reggessi il moccolo con l’Unità in mano. Vedevo l’arcobaleno oltre l’Ulivo, non alla sua sinistra. Speravo nel miracolo italiano, in chiave antiberlusconiana ovviamente. Poi me ne sono andato di casa, le bollette, l’affitto, i contratti a progetto e io sempre lì, nel Pd. Militante per l’ignoto. Arrancando nelle mezze risposte ricevute dai dirigenti, pronto a perdere per cambiare il Paese, ma piano piano. Ho portato gente alle riunioni, ho volantinato, attaccato manifesti, tesserato parenti e amici.
Infine la realtà ha iniziato ad avere il sopravvento.
Il 24 e il 25 febbraio 2013. Le ultime elezioni:
“Sta volta ce la facciamo!”
Pure Tonino si era convinto:
“Me piace Bersani, cj’ha na faccia da Festa de L’Unità. Da fraschetta!”
Ma è andata come è andata e ho capito che essere quello che sono equivale ad essere dell’Inter senza avere Mourino. Un numero due. Un eterno numero due. Uno sconfitto.

“Eravamo il più grande partito comunista d’occidente. Mò ‘o vedi do’ semo andati a finì?”, mi fa il mio compagno di bancone, mentre sorseggia il suo lambrusco.
Ed io:
“Non è che avete fatto di meglio quando eravate Pci!”.
Allora lui mi attacca il solito sermone su Gramsci e Togliatti.
Ed io:
“Allora Berlinguer? Pure lui se l’è fatta con Aldo Moro!”
Tonino si infervora:
“Berlinguer è n’artro par de maniche. Lui doveva fa fronte ar crollo dell’Urss. C’era la chiesa che ce controllava. La Nato. I servizi segreti. Ce volevano fa fori! Erano l’anni settanta. E nonostante Enrico se sia un po’ piegato, er partito rimase in piedi. E la bandiera era ancora rossa, con la farce e cor martello. Ma voi mette’ i politici per eccellenza co’ sti burattini. Letta e Alfano? Ma famme el piacere”.
Fatto sta che cambiando gli addendi i risultati non cambiano.
“Ma stavolta avevamo vinto…”
“Te sei risposto da solo: avevamo vinto? Ai tempi de Berlinguer si avevamo vinto, quarcosa l’avremmo fatta. Mo’ è come se avemo perso. Cioè nun basta arrivà primi, nun contamo più un cazzo. Semo condannati a esse secondi. A cede er titolo a chi cj’ha i sordi. Noi eravamo pesanti, voi sete leggeri. Noi eravamo compagni, voi sete servi der padrone”.
Ero convinto renziano, ma ora mi sento profondamente bersaniano. Ho una birra in mano e penso, penso che non è così. Che io  per lo meno non sono servo di nessuno, ma al contempo ho la sensazione di non poter servire a nessuno. E sì, Bersani è l’immagine giusta del piddino. Tutti lo criticano, sparano sulla croce rossa e perché? Perché è apparso come una persona per bene, in campagna elettorale non ha detto cazzate e fino all’ultimo sembrava non volere il governo con Berlusconi.
Abbiamo una cosa in comune, noi veri piddini, la birra.

Non siamo tipi da cocktail, quando ci mischiamo troppo ci dà alla testa. Penso all’Ulivo in passato e all’apertura a Grillo dopo il voto. Siamo incapaci di far sentire il nostro sapore. E così l’Angelo azzurro del governissimo sa solo di destra. Non siamo tipi da rum, troppo poco allegri. Né da whisky, troppo deboli. Siamo gente da birra. Siamo il malto e Vendola è il luppolo. Questa era l’alleanza perfetta.
Allora Gigi e il suo bicchiere che scrive il discorso prima dell’assemblea nazionale, è solo, quella immagine lì è roba che mi rappresenta: stiam mica qua a buttar giù l’acqua sporca per boicottare la Cocacola?

Era il gennaio del 2012.

Ora ha fatto una finaccia, si è dimesso. Ha perso ed è stato abbandonato da tutti.

Come me, non avrò più le entrate di prima. Mi sfratteranno, non potrò uscire la sera. Sarò fuori.

Chi se ne frega delle idee, occorre cercare qualcosa di più affascinante. Chiederò un finanziamento. Torno renziano?

Ma se avesse ragione Tonino:
“Renzi non è di sinistra”.
Vorrebbe dire che ora il Pd sta diventando di destra? Ed io?
Mi risveglia il vecchio:
“A che stai a pensà? Nun viaggià con la fantasia. Mo cj’hai Letta. Nun sei né carne né pesce. Sei democristiano”.

Ho un sacco di problemi, ma non l’accetto. Non l’accetto proprio. Devo capire come è possibile che un partito di sinistra sia diventato di centro e poi di destra senza che me ne accorgessi. Se fossi solo un punto della base? Un acaro in balia delle correnti? Avessi realmente smarrito la mia identità per la simbiosi col Pd?

Pubblicato su Dazebaonews

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