Romanzo Quirinale. Appunti per orientarsi tra i partiti

Durante il mio stage a Liberazione ebbi la sfortuna di trovarmi nel bel mezzo di una crisi di partito, un piccolo partito che per me significava molto. Avevo terminato un corso di giornalismo internazionale alla Fondazione Lelio Basso e volevo solo una cosa: scrivere. Volevo farlo su un giornale che leggessero gli amici, mi ero rotto dei giornali online, delle piccole riviste. Ero lì a fare il mio lavoro, quando tra una riunione di redazione e l’altra mi scontrai con le mozioni, le correnti. Allora si giocavano la segreteria di partito Ferrero e il caro Nichi. Mi chiesero: “Da che parte stai?” ed io che non riuscivo a capire cosa c’entrasse questa domanda con il mio lavoro, risposi: “Sono un tirocinante”. Se prima girava voce che io fossi molto bravo, poi girò la voce che ero ferreriano tra i vendoliani e vendoliano tra i ferreriani. Finito il mio tirocinio Sansonetti mi chiese di restare, alcuni colleghi si mossero per farmi avere un ritorno economico. Sarei dovuto entrare in supporto del progetto Free Press, ma da lì a poco anche il giornale entrò in crisi, la versione libera distribuita nelle stazioni venne ritirata dal mercato. E il mio telefono non ricevette quella fatidica chiamata. Non so perché, ma nonostante tutto ancora penso che non essermi schierato da nessuna parte, e aver riso di alcune mozioni con gli altri colleghi, abbia pesato sulle mie opportunità. Ecco, a nessuno importerà molto di questa storia, ma questi sono i giochi all’interno dei partiti politici di sinistra. Uno dice: “voto Pd”, ma poi chi ha votato non lo sa. E non parlo del fatto che la legge elettorale non permette di scegliersi il candidato, parlo delle correnti. Nessuno sa (esclusi gli addetti ai lavori) quale è la corrente di Fioroni, quella di Franceschini o quella della Serracchiani. Nessuno sa che il Pd contiene una decina di correnti diverse molto distanti l’una dall’altra. E’ un miracolo che si siano tenute insieme per tutto questo tempo, sopravvivendo a sconfitte epocali e non riportando a casa nessuna vittoria nelle amministrative, dalla sua fondazione ad oggi. Il Pdl non è un terreno migliore. Il Pdl non è un partito classico, è il primo dei partiti personali. Senza berlusconi è nulla. Si svuoterebbe in due settimane, perderebbe consensi, finanziamenti e peso specifico. E’ per questo un partito a termine. Un partito vuoto. Un partito che ha occupato tutta la destra, togliendo ad un’area la sua identità. Il M5S ha smesso di essere un movimento quando è diventato un partito. Non è un partito pirata: non ha un’impronta social oriented, per quanto lo si voglia far credere, né è ispirato da modelli di democrazia dal basso. E’ anch’esso un partito personale, dipendente dal suo leader: Beppe Grillo. Sia il Pdl che il M5S sono populisti, ovvero rincorrono continuamente gli elettori. Non dandogli delle risposte, ma criticando le proposte altrui o promettendo cose non perseguibili. Loro però vincono le elezioni.

Non è di loro che dobbiamo parlare, loro non sono di sinistra.

Non ho mai votato Pd, ma sono stato iscritto a questo partito. Un anno mi regalarono una tessera, tessera che dopo alcuni mesi rispedii indietro con una lettera all’attenzione di Massimo D’Alema. I motivi del mio gesto erano la mia incomprensione nella stima a prescindere dei militanti nei confronti di tutti i dirigenti. La richiesta esplicita di unirmi al loro gruppo durante tutte le manifestazione. L’assenza dalla piazza dei militanti in manifestazioni da loro condivise, ma non organizzate o approvate ufficialmente dal partito. L’assenza di aperture verso le proposte dal basso e, per dovere di cronaca, la posizione del partito nelle vicende di politica estera. Un piddino ha le mani legate. Ha delle idee, ma si perdono nei corridoi, nelle mille stanze oscure di una struttura labirintica e al tempo stesso mastodontica. Ha una storia, ma nel percorso dalla discussione all’approvazione di un progetto ha perso anche la sua identità. Dal partito comunista ad oggi quel che resta di un partito classico è la sua burocrazia.

Durante la fase pre-elettorale ho discusso con degli amici (di sinistra), volevano votare Renzi alle primarie. Non solo perché come dicono alcuni sembra una caricatura di Fonzie, ma perché avrebbe trasformato l’unico pseudo-partito italiano in un altro partito personale. Per altro non di sinistra. Alla fine ho votato Sel, molti mi hanno detto: “Lo vedi, l’ho sempre detto che eri vendoliano”. Ma ancora oggi non mi sento tale. Anzi, quel che rimprovero a Sel è che rischia di passare per un partito personale. Cosa che ha finto di fare Rifondazione Comunista confluendo in Rivoluzione Civile.

Quello del partito pseudo-personale di Ingroia è molto interessante. Si è creduto movimento, ma è stato lasciato dai movimentisti, ha messo davanti una persona importante e stimabile, ma ha mantenuto nel suo corpo tanti partiti differenti, pensando di poterli convertire in correnti. Un progetto machiavellico se due di questi partiti sono stati il partito personale di Di Pietro, L’Italia dei Valori e la Rifondazione Comunista Ferreriana che è rimasta a livello di struttura una copia in miniatura del Pd, un palazzo con tante stanze, più mozioni che persone.

Ma la corrente cosa è?

E’ un gruppo di persone che sono daccordo con il pensiero del loro rappresentante.

Cosa dovrebbe essere?

Un’interpretazione differente, un’idea differente.

Ed il partito come si relazione con le sue correnti?

Il partito accontenta le personalità più influenti di ogni corrente, moderando le idee e le interpretazioni di quella che accoglie più consensi.

Ma il partito come si dovrebbe relazionare con le sue correnti?

Un partito politico classico dovrevve avere dietro di sé una visione condivisa delle cose. Ovvero dovrebbe avere una sua interpretazione delle problematiche della realtà e delle idee per risolverle. Il partito si tiene insieme sul progetto di una realtà migliore. Le correnti all’interno di un discorso servirebbero per correggere le interpretazioni, aggiornare le idee, facilitare la realizzazione del progetto. Al contempo mettono alla prova tutte queste cose.

Sono convinto che sono i personalismi a rovinare prima le correnti e poi i partiti classici.

E’ in parte la storia attuale del Pd.

Tutto ciò che ho detto finora ci sarà utile per capire ciò che è successo in questi ultimi giorni. All’interno del Pd si nascondono delle false correnti, degli altri partiti. E’ il caso dei popolari, dell’ex Margherita. E così capiamo perché Marini è stato impallinato dai piddini. Non li rappresentava per niente, era l’uomo dell’altro partito. Un partito-corrente che non aveva più motivo di esistere, se non per rispetto (dato a prescindere da tutti i militanti) dei suoi secolari rappresentanti. Prodi è il delitto più difficile da risolvere. Chi lo ha bruciato?

I giovani turchi? I renziani? I Dalemiani? Gli amici di Marini? I lettiani? I franceschiniani? I veltroniani? I Teodem? Gli alleati vendoliani? O gli stessi bersaniani?

Nichi aveva fatto segnare le schede, è salvo. Il problema è nel Pd. L’assassino è in famiglia e le vittime sono due, forse tre, quattro, anzi cinque o sei. Di sicuro Prodi e Bersani.

Prendiamo di mira le correnti, senza esagerare, quelle del Pd scaricano a terra, ma danno la scossa anche a distanza. Secondo molti portano pure sfiga.

Molte di queste sono talmente prive di elementi utili al discorso di un partito da essere in piedi solo per l’autoreferenzialità del loro propositore o ispiratore.

E’ purtroppo il caso dei veltroniani, dei lettiani e dei franceschiniani. Li eliminiamo, chi più chi meno, erano tutti dalla parte di Bersani e non disprezzano Prodi.

Escluderei i bersaniani, non sono masochisti quanto il loro esponente principale.

Teodem e popolari per quanto se ne dica non avevano i numeri per vendicarsi e per affondare l’unico uomo capace di sconfiggere due volte Berlusconi.

Restano i giovani turchi, i dalemiani e i renziani. Nessuno di loro ha cento tiratori scelti, ma due di loro hanno dimostrato in altri momenti di poter raggruppare alleati per una coalizione nella coalizione di quella portata.

Sono i dalemiani e i renziani.

I giovani turchi dovrebbero essere la parte sana del partito, dei ragazzi di quaranta anni che vorrebbero rinnovare tutto senza mandare a puttane la storia e l’identità della sinistra. Sono inesperti però. E non hanno capacità di influenzare le altre correnti. Alcuni di loro sono molto vicini alle posizioni dalemiane. Al contempo hanno la stessa voglia di Renzi di far dimettere la vecchia dirigenza. Alcuni di loro potrebbero aver aiutato i veri traditori a fare l’agguato.

I traditori: renziani o dalemiani?

D’Alema aveva il sogno di diventare Presidente. Sarebbe stato votato allo scrutinio successivo da Berlusconi, ma da vecchio politico non poteva illudersi di scampare alla fine del suo compagno di avventure Marini.

Renzi è stato il primo a dire che Marini non andava bene, negli scrutini successivi ha chiesto ai suoi di votare Chiamparino. Una prova di forza, prima ha ottenuto una cinquantina di voti, poi una novantina.

Tutto lascia pensare che è stato il sindaco di Firenze a fare fuori Prodi e il nemico Bersani, ma non è proprio così.

Il 20 aprile è stato eletto nuovamente Napolitano, questo dopo le dimissioni di Bersani e di Rosy Bindi, ma anche dopo un patto di ferro tra Pdl, Sc e quel che resta del Pd di un governissimo. Patto non detto, ma voluto come condizione dallo stesso Pluripresidente della Repubblica per accettare l’incarico. Patto invocato dalla stampa, dai poteri forti, dalle banche e dall’Unione Europea. Patto che aspettava il M5s in calo di consensi per poter risollevare il suo trend populista e riempire lo spazio che spetta ai veri movimenti. Ne è un esempio la manifestazione sotto Montecitorio, annullata da Grillo sul più bello.

C’è una teoria, tutta no-global, sempre valida: per realizzare cose impopolari si sfruttano momenti catstrofici o li si creano ad hoc. L’11 settembre per la guerra in Iraq o l’esplosione del Pd (vera?) per un inciucio.

Ma come?
Grillo ha due responsabilità sul groppone: non aver votato la fiducia a Bersani prima dell’elezione di Napolitano e aver tolto fiato e spazio a veri movimenti di protesta non politici.

Renzi è un Berlusconi più giovane, ha messo davanti al bene del partito e del paese i propri interessi personali.

E Bersani? Bersani ha proposto subito Marini perché sapeva di non avere i numeri per lanciare Prodi alla quarta. Conosceva bene la situazione del suo partito. Una persona corretta, ma non Berlinguer. Prima di inventarsi la carta Napolitano aveva pensato a Rodotà, ma non ce l’avrebbe fatta ed era già dimissionario.

D’Alema? Lui era già fuori dai giochi.

Le vittime sono più di una: Marini, Bersani, Prodi, Rodotà, il Pd e il Bel Paese.

Gli artefici: gli italiani.

Non abbiamo scuse, non abbiamo memoria, abbiamo votato Berlusconi e già dopo le elezioni lo avremmo rivotato più convinti, abbiamo votato il M5S senza porci domande sul fatto che a votarlo c’erano fascisti e comunisti, abbiamo votato il Pd senza esigere qualcosa in cambio. Senza conoscerlo, contenti delle primarie, anche se “Era meglio Renzi…”. Gli italiani… siamo dei cretini, crediamo alle favole. Vogliamo fare politica, ma non l’abbiamo mai fatta. Ci vendiamo per una rata di Imu. E poi basta. Basta con twitter e facebook, la politica si fa per strada e si fa con le idee. Siamo nel 2000 e non abbiamo idee. Non parlo di ideologie anche se non ci sarebbe nulla di male. Parlo di idee. Votiamo perché ci fidiamo delle persone, ma non ci interessiamo delle loro idee. Siamo noi a volere la morte dei partiti. Anzi no, vogliamo l’abolizione dei finanziamenti ai partiti. Questi dovrebbero farsi finanziare dagli sponsor. Ma quanto siamo stupidi? Vogliamo una nuova vittima, la democrazia. Vogliamo più lobby, più Berlusconi, più cazzate.

Ma su, dai, è vero: non c’è la crisi, è solo un nostro problema psicologico, una paranoia… Arriverà qualcuno con la bacchetta magica e la farà scomparire. Arriverà qualcuno con lo spettacolino divertente che ci organizzerà la protesta.

No, non funziona così.

Stiamo nella merda, cosa facciamo?

Intanto il Presidente della Repubblica in Italia non conta molto. E fino a poco fa Napolitano piaceva a tutti. Quindi poco male. E’ il governissimo che non ci può piacere. Ma non è Grillo che può dircelo, come non è Grillo che può farci innamorare di Rodotà (si faccia un’analisi di coscienza chi lo invoca ora e non lo conosceva fino ad una settimana fa), della lotta per l’acqua bene comune o del reddito di cittadinanza. La piazza è roba nostra.

La destra e la sinistra sono roba nostra (la destra meno, ma come ogni tanto allargo il discorso ed è giusto così), vanno rifondate. E solo noi possiamo farlo. Chi da una parte, chi da un’altra. Non basta un congresso. E le leggi? E l’Italia?

L’Italia deve ripartire da qui. Un governissimo o un grillonissimo non sono in grado di fare leggi migliorative per il Paese. Solo noi possiamo indirizzarli. Occupando “simbolicamente”i loro partiti, spazzando via le loro finte correnti, i loro padroni e riempiendoli di idee. Di discorsi. Di vere correnti.

Forum sociali permanenti. Nuovi movimenti. Saremo noi a cambiare l’opinione pubblica, a rovesciare i salotti di Porta a Porta. E gli esodati? E i giovani?

Non lo so. Ma la loro e nostra dignità non può essere legata alla vecchia politica. L’antipolitica poi è l’ annullamento della dignità umana.

Salvo Sel, salvo Civati, studio Barca. Troppo poco. Continuo a lavorare nel sociale. Studio. Faccio controinformazione. Resisto. Amo. Sogno. Sono un illuso, non ho le credenziali, non sono pentastellato, ma faccio politica. Tra la gente. Sono comunista e sono vivo.

M.M.

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