Les bateaux de l’espérance. Profughi che camminano sull’acqua

ROMA – L’acqua, la si può camminare. La Libia era un Paradiso d’Inferno.

“Si aveva tutto, una casa, un lavoro, l’acqua, l’elettricità. Agli stranieri davano ospitalità: la possibilità di esistere, il vitto, l’alloggio”. Non c’era la libertà europea: “Noi stranieri non potevamo andare in certi posti, eravamo discriminati, malmenati. Non potevamo guardare le loro donne. Non potevamo rivendicare delle scelte. Non potevamo uscire la sera. Non potevamo opporci al carcere anche se non avevamo fatto nulla”.  Nel 2011 la guerra, e tutti si avvicinarono a Tripoli. “Era di suo il punto più semplice per scavalcare il Mediterraneo. Algeria, Tunisia e Marocco sono meno aperte verso i neri. La Spagna ha maggiori difficoltà economiche ed in Francia è più difficile avere i documenti”. Più ci si avvicina al mare più si incontrano uomini in divisa. “C’è chi ti fa delle offerte, chi ti porta dentro. Chi ti fa salire in macchina, ti tiene chiuso dei giorni in una baracca e poi ti imbarca. Chi chiede soldi per fare finta di nulla. Se alla fine sei da quelle parti è perché devi partire e sai che dovrai confrontarti con la mafia”. Dopo l’abbandono dei cari, la separazione dal proprio Paese, in alcuni casi la guerra, il viaggio, il deserto, non esistono ostacoli umani. Si sale su qualcosa che galleggia e non si sa quando, dove e se si arriverà. “C’è chi paga 100 euro, chi 2000. Chi ha il viaggio pagato dal proprio datore di lavoro, chi si è prostituito, oppure chi si ritrova in acqua per punizione”.  Gommoni con 12-20 persone. Pescherecci con 40-70 persone. Navi mercantili con 120-350 persone. Li chiamano barconi: “Dipende dal vento, dal freddo, da chi dirige il viaggio, dalla folla, dalla salute. Per ultimo dalla barca. Non è una crociera, non ci si può permettere di galleggiare su un grattacielo ridipinto.

Si resta in piedi, immobili e si trattiene il respiro”. Come su un autobus in un’ora di punta, ma in mare aperto, per notti, senza un navigatore, sempre dritti, verso la Sicilia. “Alcuni viaggi durano una giornata, altri 15 giorni. Non è difficile perdere la strada, essere respinti dalle acque ancor prima che dalle genti. Spesso ci sono delle infiltrazioni, delle perdite. Le persone stanno male, digiune, spiaccicate. Si pisciano sotto, vomitano, svengono. Muoiono”. Ci sono uomini, donne e bambini: “Alcune donne sono incinte, cercano di partorire in Italia, a volte perdono il bambino in mare, altre partoriscono in acqua”. C’è nervosismo: “Come se in aereo dicessero che è finita la benzina, qualcuno si alzerebbe e spaccherebbe tutto. Sul barcone tutti spingono e tutti cercano di sfogarsi con chi gli sta accanto. Si ritagliano pochi centimetri e ti accusano di togliergli il respiro. Avevo un signore vicino, mi ha detto di non muovere la gamba. L’ho guardato negli occhi e gli ho detto: Tu sei un uomo, io sono un uomo. Se dovessi decidere tra me e te non avrei dubbi. Ti butterei di sotto”.  Il viaggio è un filo sospeso nel cielo e gli equilibristi sono dei poveri Cristi: “La paura supera sé stessa, non la senti, sei convinto che morirai. Non puoi pensare all’arrivo. Il tempo non passa, non riesci a vedere nulla e persino quando vedi qualcosa non sai se potrai toccarla”. C’è un attimo in cui tutto passa nella testa, le onde sono dentro il cervello e delle scariche di energia fanno vibrare i corpi: “Hai voglia di buttarti in acqua, di lasciare la barca. Pensi sia meglio, pensi di poter nuotare anche se non lo sai fare. Quasi in ogni viaggio a poche ore dall’arrivo qualcuno si tira giù. Lo senti toccare il mare, lo perdi e speri che ce la possa fare. Anche io ci ho pensato, poi ho visto un padre tenere stretto il figlio e sono rimasto immobile. Sono rimasto in piedi”. Infine le guardie costiere: “Ne esistono di due tipi, come degli angeli e dei demoni. Quelle che ti rovinano il viaggio, quelle che ti fanno tornare indietro e a volte morire, e quelle che ti salvano la vita. Ti raccolgono e ti portano a riva”. Fari nella notte, fischi assordanti di giorno. Questo è il risveglio dall’incubo. Malta, la Sicilia. Lampedusa, Messina, Crotone, Siracusa. Il Sud del mondo che conta, l’Europa. Acqua e coperte, a volte ossigeno. “Per noi non importa dove, è la terra quella che vogliamo. Siamo naufraghi, comunque siamo naufraghi. Vogliamo vedere altri uomini, vogliamo calpestare il suolo, vogliamo riposare”. Non è così semplice, alle operazioni di trasbordo si aggiungono quelle di controllo. Ad attendere i ragazzi c’è la polizia. Il tempo di gettare l’ancora, di organizzare una scaletta e una fila di anime è pronta ad essere interrogata: “Ti chiedono da dove vieni, il nome, il cognome, la data di nascita e il Paese d’origine. Lo fanno in italiano, a volte in inglese, quasi mai in francese. E’ difficile rispondere lucidamente, eppure è lì che puoi iniziare a voltare pagina”.

I viaggi della speranza non hanno un calendario di riferimento, tuttavia rallentano nei mesi invernali, si susseguono d’estate. Sono ponti che si materializzano a seconda dei venti. Dei conflitti, delle crisi economiche e di quelle sociali. Sono ponti invisibili, percorsi da eroi che una volta passato il confine diventeranno anche loro invisibili. I telegiornali e i politici gli regaleranno pochi minuti, diranno che sono tutti libici, a volte tutti somali, altre di origine subsahariana. Inizieranno a spersonalizzarli. Inizieranno ad annullare le loro storie personali, le loro differenze, per farli apparire un tutt’uno da dare in pasto alla gente. Saranno gli stranieri. Gli immigrati. Allora vengono sistemati in campi provvisori, sorvegliati, isolati e in alcuni casi già fotosegnalati dalle autorità competenti. Sono tende, a volte prefabbricati abbandonati, scuole dissestate, altre navi ferme oppure semplicemente aree delimitate sulla spiaggia. Sono soluzioni di contenimento, in attesa che qualcuno dall’alto dia un briciolo di disponibilità per iniziare un minimo accenno di cruda accoglienza. Dopo uno, due-sette giorni vengono smistati nei vari Centri dislocati su tutto il territorio nazionale. Inizieranno a pesare la libertà, a sentire la mancanza della sua leggerezza. Scopriranno di essere passati da un Paradiso d’Inferno all’Inferno del Paradiso. “I documenti e le lotte per restare, per non essere rimpatriati, la clandestinità sono oltre l’acqua, oltre la riva, altre  tappe dello stesso viaggio. Chi è arrivato fino a qui ha visto tutto, sa che se Dio vorrà ce la potrà fare”.
A Tutte le donne, gli uomini e i bambini persi in acqua per salvarsi la vita.
Pubblicato su Dazebaonews

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