Amore, lacrima la luna

Racconto per il concorso “Indagine su Giulietta”
 

E’ il regno degli imprenditori avidi, delle finanziarie, dei mutui. Goran è nato a Roma da genitori macedoni, ha sei sorelle e vive in una baracca nascosta sulle rive dell’Aniene. Luna è una studentessa dei Parioli. Non ha voluto seguire la strada dei suoi genitori, ha scelto Lettere, non Giurisprudenza e nemmeno Medicina. Legge autori giapponesi e si perde di fronte ai quadri di Mirò. Hanno vent’anni e tutta la vita davanti.

La mattina il ragazzo scavalca le recinzioni, si arrampica tra i rami e di corsa attraversa la tangenziale. Ogni volta rischia la vita per iniziare la sua giornata, sorride e si dirige dal bengalese in Via Salaria. Gli porta il caffè, lui si sciacqua la faccia e avvia la sua attività, un banco di fiori. “Me le hai messe da parte le rose?”. Sabuj gli dà la solita pacca, strizza l’occhio, poi indica il giornale: “Passamene un foglio!”. Goran prende le pagine dello spettacolo, Sabuj incarta duecento rose rosse e gli fa: “Stasera portami una stecca di sigarette, di quelle vostre”. Goran ha sulle spalle un violino con attaccata una figurina di Pandev. In tasca ha una mattonella di fumo. Vola Goran verso la Sapienza. Alla ricerca di qualche quattrino. E’ il più grande, non vuole che i genitori chiedano l’elemosina e spera che i suoi fratelli continuino ad andare a scuola.

Luna è fragile e forte al tempo stesso. Così delicata da non sopportare il giudizio dei propri cari, la noiosità dei professori, la superficialità dei suoi amici. Così coerente da rifiutare ogni compromesso. Ha un solo sogno: provare delle emozioni forti, persino soffrire. Mai nessuno le ha fatto versare una lacrima, mai nessuno le ha fatto battere il cuore. Si specchia nei sogni e non nelle folle.

Goran è un poeta, ferma la gente per strada facendo il buffone, poi recita i suoi versi, si dice pazzo: “Pazzo di vita, sfoglio la gente con le dita. Voi siete normali, come animali, sfogliate il denaro col cuore avaro”. Se una donna lo guarda con malizia, le porge una rosa, le tende la mano: “Sei un fiore di campo, la notte pensami, sentirai il mio canto. Bellezza mia, vorrei, ma non posso. Con una mano ti saluto, con l’altra ti denudo”. E le sottrae il portafoglio, l’anello o il bracciale. La città universitaria è il suo regno. Le gradinate di Lettere il suo palcoscenico. Aspetta che escano i professori, li segue da dietro, imita le loro mosse, fino a quando loro se ne accorgono, si arrabbiano e lo cacciano. Entra nelle aule e sfrutta il quarto d’ora accademico per inscenare delle mini-lezioni. Ma un giorno: “Oggi parliamo del Dolce Stil Novo. Voi tutti alzatevi e andatevene a puttane. Lasciatemi quella Beatrice là. Lei è un angelo che va curato, lei non ha bisogno di essere presa in giro”. Lo fischiano, ridono e lei alza le sopracciglia, fa per andarsene. Lui soffia sul suo violino, lo porta sul mento e inizia a suonare. Musica medievale e poi accenni di musica balcanica. Una schizofrenica improvvisazione che sa di gioia e di dolcezza, di rabbia e di cemento. Di carezze e di solletichi. Entra il titolare della cattedra, Goran gli mette a posto il nodo della cravatta e se ne va. Lei, Beatrice, Luna, lo segue. Lui corre, lei corre. Lui rallenta e le afferra la mano: “Vieni con me!”. Arrivano su un prato: “Sei diversa, non riesco a poetare”. Luna in silenzio, inizia ad amare. Toccate e fughe si ripetono nei giorni. Lei piano piano scopre in lui un uomo pulito, sotto quella barba incolta. Lui in lei una donna viva, dentro quell’Istituzione morta. Costruiscono un loro mondo, giocano a vedere i contrari e i vuoti. “Tu non rubi ai figli di papà, regali loro l’autonomia”, afferma Luna. E Goran: “I tuoi professori teorizzano molto, ma non sanno cosa c’è qui fuori”.

Lui spaccia, ma non fuma, lei legge, ma non scrive più. Lui vorrebbe fare l’avvocato, lei viaggiare. Lui è magro ed ha molta fame, lei ha i capelli lunghi e vorrebbe rasarli a zero. Per loro i soldi non esistono, il futuro non esiste, le radici non esistono. Le attuali regole sociali non esistono. Sono strumenti che svuotano le esistenze. “Non dovremo mai farci strangolare da quello che pensano gli altri, a noi basta stare insieme per essere felici”.

E’ Natale, Goran è sotto casa di Luna. Ha uno zaino pieno di coriandoli, è fermo al semaforo, ripetutamente al suo verde resta immobile, fa per attraversare e torna indietro, quando le macchine accelerano gli lancia una manciata di pezzettini di carta colorati. Lei lo vede dalla finestra, chiama i genitori e gli fa: “Quello è il mio uomo”. Nello stupore dei parenti riuniti per il pranzo, la disperazione della madre, le bestemmie del padre. Luna prende 50 euro, chiama un taxi, scende le scale, fischia e: “Vieni, sali su”. Diretti al campo. Una lacrima fa sciogliere il rimmel, l’altra arriva sulle labbra. Goran la bacia, sente il sapore del mare. Nuotano nel desiderio di essere liberi. La strada è vuota, non c’è un indirizzo da dare, si fermano nel mezzo di un cammino, lì dove i taxi sfrecciano. Ci sono delle fiamme: “Stai con me, scendi giù”, dice Goran. C’è odore di copertoni bruciati. Il rumore del fiume è spezzato dai respiri di una prostituta. E’ su una sdraio, congelata: “E’ andato a fuoco tutto, dei ragazzi hanno bruciato tutto. Se ne sono dovuti andare”. La baracca è nera, vuota. Sul viale qualche bottiglia, le galline sono fuori dalla gabbia. C’è un camper con i vetri rotti e una mercedes con i sedili carbonizzati. In ginocchio, le mani nei capelli e poi al fiume a mettere i piedi a mollo. “Fuggiamo, fuggiamo via”. In treno senza biglietto, verso Firenze. A fare l’amore nel bagno mentre passa il controllore e poi sul Ponte Vecchio a deridere i gioiellieri. La notte abbracciati sotto la statua di Dante, di fronte alla Galleria degli Uffizi. La volante della polizia chiede i loro documenti, li porta in caserma. Chiamano la famiglia di Luna, dopo tre ore arriva suo padre: “Può portarsela via, lui resta con noi. A Roma è un po’ che lo cercavano”. Una vecchia storia, aveva rubato dei notebook in un’azienda di call center.

Trasferito a Regina Coeli, gli danno due anni. Luna non può incontrarlo, non è una parente. Lui gli scrive tantissime lettere, ma non può ricevere delle risposte. La polizia e la famiglia di Luna le filtrano. Impediscono a Luna di sapere cosa Goran stia vivendo. Lei non sa quando e se potrà mai rivederlo. Goran si ammala di depressione, non può vivere senza di lei. Capisce che sta pagando per un suo errore e se ne dispera. Sa che con Luna ne sarebbe uscito. Ce l’avrebbe fatta. Lei non frequenta più l’Università, rifiuta i pasti, non parla. Ha preso la penna ed ha iniziato a scrivere. “Troppo facile farsi vedere morire. Non c’è nessuno al mondo che si sia degnato di voler vedere la mia vita. Nessuno eccetto lui. Il mio corpo che pian piano andrà scomparendo, i miei pensieri che sempre più resteranno chiusi, sigillati nel mio cervello. E loro lì soddisfatti, convinti che torni ai loro conti. Che sposi un mio coetaneo col posto fisso. Che faccia carriera, che guardi la televisione, che sorrida per un regalo firmato”. La speranza di Luna è nel suo apparire morta, solo allora i genitori capirebbero la nitidezza delle sue emozioni. Un padre assente, impegnato dal lavoro, dal successo, segue le sorti dei potenti. Dopo pochi mesi ha già dimenticato la storia di quel rom. La mamma no, conosce l’anoressia, segue la distruzione della figlia, ma è paralizzata dalla sua impotenza. E’ terrorizzata dall’indifferenza. Nasconde la gravità di Luna perché ha paura di scoprire il disinteresse del marito. Fa comodo a tutti non voler vedere.

Dopo un anno e cinque ricoveri, Luna ha una sonda diretta allo stomaco, un diario immenso, poca forza. La mamma chiede dei favori, vuole incontrare Goran. I celerini recapitano il messaggio: “Luna sta male, sta provando a morire. La mamma ti vuole incontrare. Domani”. Goran sa che lei lo stava aspettando, ne era sicuro. “Perché questo passo. Perché il suicidio?”.

La notte, in cella, Goran prende la matita, disegna una luna sulla parete, la fissa. La bacia. Prende la lama del rasoio, chiude gli occhi e rende dolcissimo un taglio profondo, che buca la vena. L’ambulanza corre all’Ospedale. E’ salvo, ma si sente morto dentro. Il giorno seguente Luna chiede alla madre di portare il suo diario a Goran. Lei accetta, incontra il ragazzo, glielo consegna, lui apre l’ultima pagina: “Sono ancora viva, solo tu mi puoi vedere tale”. Goran sorride: “Dica a sua figlia che non l’ho presa in giro, che è il mio angelo e che va curato”. Luna riprese a mangiare, Goran iniziò un programma di riabilitazione finalizzato all’inserimento lavorativo.

 

Un giorno ci sarà una festa al nuovo campo rom, Goran suonerà il violino e Luna ed il padre balleranno assieme. Goran lascerà il suo violino al fratello più piccolo, si avvicinerà ai due, chiederà la mano di Luna. Lei guardando il padre dirà: “Grazie di avermi dato la vita”. Poi, dritta negli occhi di Goran: “Grazie di averle dato un senso”.

Pubblicato su Lunargento Casa Editrice

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