La lunga vita dell’elettroshock. L’Aitec a Sacconi: “Non è vergognoso. Pratichiamolo di più” (1° parte)

di Maurizio Mequio -Pubblicato su Dazebao l’informazione online

Psichiatria o folle business da scarica elettrica?

Quando qualcuno opera sul cervello altrui…

A trenta anni dalla legge Basaglia gran parte della psichiatria italiana vuole l’elettroshock. Lo difende, lo reclama, lo prescrive, lo mitizza. Eppure, curare in questo modo <è come aggiustare una televisione prendendola a pugni>, diceva l’uomo che chiuse i manicomi, che regalò all’Italia un primato di civiltà nell’ambito della cosiddetta “salute mentale”.

Parole perse nel vuoto oppure contraddette dalla tecnica e dal danaro di oggi. L’Aitec, un’ associazione italiana di psichiatri favorevoli alla Tec (terapia elettro-convulsivante), ha fiutato la “svolta politica” in corso: la nostalgia delle destre. Ha preparato una sua documentazione in merito e la porterà nei prossimi giorni dal ministro della salute, Maurizio Sacconi, accompagnandola con una petizione per l’incremento delle strutture in cui sia possibile praticarla. La motivazione addotta a cotanto ardore da intervento chirurgico sui propri pazienti è che l’Italia demonizzerebbe l’elettroshock. Ne rifiuterebbe immotivatamente tutte le sue potenzialità benefiche. <Serve un servizio attivo ogni milione di abitanti>, afferma l’Aitec. Invece sono “solo” 12 i centri predisposti a scaricare elettricità nelle “cervella” umane: sei appartengono al Servizio nazionale (gli Spdc di Montichiari-Brescia e di Oristano, l’Ospedale SS. Trinità di Cagliari, quello di Brunico, l’Ospedale di Bressanone e la Clinica Psichiatrica dell’ Università di Pisa); sei sono cliniche private convenzionate (Villa Chiarugi a Napoli, Villa Serena a Pescara, la Clinica San Valentino e la Clinica Villa Maria Pia di Roma, la Clinica Santa Chiara di Verona e la Clinica Barruzziana di Bologna).
Il confronto proposto dall’associazione è come al solito rivolto agli altri Paesi – quelli che hanno ancora gli ospedali psichiatrici aperti – e facilmente dimostra che nell’utilizzo di questa tecnica siamo “indietro”. In Olanda è praticata in 35 strutture, in Finlandia in 40, in Ungheria in 34, in Irlanda in 16 e nel Regno Unito in 160. Ma è realmente utile indurre artificialmente delle convulsioni su un uomo? Applicargli degli elettrodi sulla testa e sparargli la corrente elettrica a 0,9 ampere nel cervello? La querelle tra classicisti e democratici della psiche è oramai esplosa, senza margini di mediazione e portandosi dietro il rischio di una riflessione generale sulla liceità della stessa psichiatria, come scienza medica. Per i primi, la Tec non sarebbe più una terapia del terrore, ma uno strumento miracoloso; per parte dei secondi si è di fronte all’ennesimo tentativo di difendere la “casta” degli affaristi della religione della contemporaneità, <che – secondo diversi pazienti e alcuni operatori – campa grazie alla prescrizione di pillole inefficaci e pubblicità di nuovi macchinari>. La storia recente lascia molto perplessi. La Tec era una pratica in disuso fino a metà degli anni ottanta, quando ha conosciuto una fase di espansione e di rivalutazione negli Usa. Casualità voleva che le compagnie assicurative avessero introdotto nei loro contratti una clausola in base alla quale esse avrebbero pagato agli assicurati il ricovero per non più di sette giorni, decorsi i quali la copertura sarebbe scattata solo nel caso di necessità di interventi maggiori, quali per esempio quelli chirurgici. Nello specifico, in psichiatria, l’unico intervento maggiore che avrebbe giustificato il risarcimento anche oltre i primi sette giorni di ricovero è tuttora l’elettroshock. Un anno fa, poi, è stata pubblicata un’importante ricerca sui danni cognitivi provocati dalla Tec (“The Cognitive Effects of Electroconvulsive Therapy in Community Settings” – Neuropsychopharmacology ). C

ondotta a New York su 370 pazienti, aveva visto come sua promotrice tutta una equipe di scienziati comprendente anche un sostenitore accanito della terapia, Harold Sackeim. I danni di memoria e cognitivi ne risultarono certi anche a distanza di sei mesi dal trattamento. Fu una notizia sconvolgente, visto che fino ad allora non erano mai stati fatti controlli nei mesi successivi all’operazione, e i sostenitori dell’elettroshock, tra cui lo stesso Sackeim, avevano sempre sostenuto l’esatto contrario, ovvero che tali danni erano solo temporanei, che sparivano dopo poco tempo. Le perplessità fecero il giro del mondo. Per poi essere sepolte nel silenzio. Ma chi è oggi a rischio Tec? I depressi gravi. Potenzialmente tutti, dando per buono l’allarmante messaggio lanciato lo scorso anno dalla riunione di Toronto dell’Associazione psichiatri americani: <A breve la depressione diventerà la malattia del millennio>. Ma la Tec è addirittura “consigliata” per quei pazienti con casi complicati da psicosi o da altre malattie e per le pazienti incinte. O per trattare le fasi maniacali del disturbo bipolare, quando i bipolari nel mondo sono circa 60 milioni e c’è chi sostiene che in fondo : <si è tutti bipolari>. In Italia la circolare del Ministero della Salute del 15 febbraio 1999 fortunatamente ne limita l’utilizzo agli <episodi depressivi gravi con sintomi psicotici e rallentamento psicomotorio> ed esige che il paziente sia incosciente per l’effetto di anestetici e che venga trattato con rilassanti muscolari per controllarne le contrazioni. Ma soprattutto la circolare prevede che l’intervento si possa fare solo dopo avere ottenuto il consenso scritto del paziente, al quale devono essere esposti i rischi e i benefici del trattamento e tutte le possibili alternative. Purtroppo i casi in cui è difficile stabilire il reale consenso degli assistiti sono ancora tanti: dai trattamenti sanitari obbligatori a tutti quei casi in cui lo stato di coscienza della persona non è prettamente conforme a chi è in grado di intendere e volere.

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