Genova, una donna sceglie la famiglia e le levano la disoccupazione

Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione
Rifiuta il lavoro per i figli malati
Perde tutti i diritti che aveva

Punita perché madre, dal Centro per l’impiego locale e da tutta la burocrazia italiana. E’ successo a Quezzi, un quartiere di Genova. Trentatreenne a reddito zero, divorziata, con due bambini a carico, di quattro e sei anni, non accetta un lavoro di due mesi e la depennano dalla lista di disoccupazione. Il suo sarebbe stato «un rifiuto mancante di valide motivazioni»: questo il pensiero dell’area politiche del lavoro della Provincia genovese. Poco importa che quell’impegno avrebbe tenuto la signora lontana dai figli con problemi di salute. Altre volte la donna aveva risposto a chiamate pubbliche per fare delle supplenze come bidella, ma gli orari riguardavano sempre la mattinata, nella fascia che va dalle 7 alle 13. A marzo, invece, dopo aver vinto un regolare bando, la indirizzano al conservatorio Paganini, dove scopre di essere di fronte a una richiesta impossibile da sostenere: stare lontano da casa dalle 13 alle 20, per via di un turno con possibilità di prolungamento fino alle 22. Realizza di non poter accudire i propri piccoli per gran parte della giornata e prende la sua decisione. Un «No grazie» da mamma premurosa ed in cambio gli scagliano contro tutta una serie di pesanti punizioni. A denunciare il fatto è stato il difensore civico Pietro Gambolato, che spiega che il centro dell’impiego si sia visto costretto ad applicare la legge nazionale e regionale che determina «assieme alla cancellazione dalle liste di disoccupazione, la perdita dell’anzianità, dell’indennità di disoccupazione, dell’abbonamento AMT e, non potendosi riscrivere prima di 6 mesi presso dette liste, per questi 6 mesi anche del diritto all’esenzione per i medicinali (Ndr: suoi e dei figli)». Non un errore di distrazione da parte degli operatori del collocamento, ma una falla del sistema, tanto che il 5 maggio scorso le autorità competenti hanno respinto senza pietà la successiva istanza di revoca della cancellazione dalle liste, «per gli stessi motivi di legge». Gambolato afferma che «siamo di fronte all’applicazione di una legge che non risponde allo spirito della legge stessa. La norma è stata concepita per evitare che gli iscritti alle liste di disoccupazione possano rifiutare a ripetizione e senza giustificati motivi le proposte dei centri per l’impiego. Mentre la signora ha rifiutato solo perché l’orario era incompatibile con le condizioni di salute dei suoi bambini». E sottolinea: «Si sta parlando di soggetti deboli, che vanno tutelati con un’interpretazione ragionevole della legge». Nel frattempo dall’area politiche del lavoro si difendono: «Capisco benissimo il problema», afferma la dirigente Susanna Picasso. «Ma, in questo caso specifico, gli uffici, e i responsabili d’ufficio, come pubblici ufficiali, non possono far altro che applicare le norme. Se non lo facessero potrebbero essere accusati di trattamento non omogeneo dei casi o peggio, essere chiamati a rispondere del danno procurato, ad esempio all’Inps». Poi mette le mani avanti: «Penso che ci sia spazio per un intervento politico». E balbetta una mezza apertura: «La Provincia di Genova è d’accordo sul fatto che le norme, purtroppo, non tengano conto delle problematiche di genere. Abbiamo già chiesto una modifica che, quando si parla di rifiuto senza giustificato motivo di una congrua offerta, consideri un trattamento diverso, sia sulla distanza che sui tempi di percorrenza da e verso il luogo di lavoro».

25/09/2008

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