Alitalia, 7mila dipendenti sospesi per aria. A Fiumicino tra piloti, assistenti di volo, di terra e passeggeri

Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione

Fiumicino – Per il governo è stato il giorno di Alitalia, non per i suoi lavoratori. All’aeroporto di Fiumicino regna l’insicurezza: un purgatorio con 7mila dipendenti sospesi a mezz’aria, in attesa di risposte.
«Ridimensionare la compagnia di bandiera porterà al decadimento di Fiumicino e Malpensa. E’ assurdo, si creerebbe un effetto a valanga su tutta l’economia dei trasporti», così un assistente di volo rompe il silenzio. Un silenzio imposto dall’azienda. Ore 15.30, ufficio biglietti dell’Alitalia all’aeroporto Leonardo: «Ci hanno chiesto di non parlare» e al check in: «Rilasciare delle dichiarazioni ci può costare il posto». Un hostess fuma una sigaretta dopo il volo: «Il rischio lo avvertiamo sulla nostra pelle. Sappiamo che una volta venduti, ognuno di noi potrebbe essere colpito». Un suo collega: «C’è una gerarchia: i primi a saltare saranno gli stagionali, poi i part-time. Il rischio maggiore è del settore cargo, ma la nostra preoccupazione è che uno spezzatino in più tranche significhi più esoneri diluiti nel tempo». Un anziano dipendente si dice confuso: «Si gioca con i lavoratori, lo si è fatto in campagna elettorale e lo si fa anche ora. Ci dicono che la soluzione Air France non ci avrebbe tutelato e ora si festeggia perché la parte buona della compagnia resterà tricolore. I politici non pensano ai 5mila esuberi in più di cui parlano i giornali. E gli stessi giornali non considerano l’indotto. Ogni quattro esuberi annunciati ce ne sarà almeno uno in più».
Ore 15.50, davanti al Club Freccia Alata: «Ci affidiamo ai sindacati, ma questa volta non ci sarà partita. I confederati seguiranno il centro-destra. Dicono che non esiste alternativa. Che opporsi equivalga a gettarsi in pasto a una crisi irreversibile. Mentre quelli di base avranno le mani legate». Un dipendente dell’Adr sembra tranquillo: «Ho letto tante sciocchezze, togliere importanza a Fiumicino non sarebbe logico. Questo non è un Hub, non lo è mai stato. E’ un grande aeroporto, ridurlo a una base operativa significherebbe bastonare la città di Roma e far abbassare la testa a tutto il paese. Le persone che ci lavorano e risiedono nella provincia sono svariate migliaia e la maggior parte sono dipendenti Alitalia». Interviene un altro dipendente dell’Aeroporto: «Sono 22 anni che sono qui, so come funziona: il personale scarseggia. Gli unici tagli da fare sono quelli degli stipendi dei dirigenti. Di chi lavora in ufficio. I ragazzi pronti ad andare sugli aerei sono pochi e non parliamo di chi fa il carico e scarico bagagli. Alle volte solo due persone, è per questo che i passeggeri aspettano per molto tempo le valige. Sempre che arrivino». Un’assistente di terra dice di avere un contratto a tempo determinato: «Non mi illudo». Altri lamentano l’esternalizzazione di alcuni servizi e un addetto ai carrelli spiega: «Sì, sono di una ditta privata, sono meno pagato e meno tutelato. Non mi sento in colpa, sono in bilico come tutti». Nel corridoio Partenze c’è un manifesto della Cub trasporti: «Una scelta vergognosa: soldi agli speculatori e debiti allo Stato». C’è la data per uno sciopero:«17 settembre 2008», ma anche un’aggiunta a penna: «Potrebbe essere anticipato…». Ore 16.10, una famiglia rientra da Istanbul: «Abbiamo volato Alitalia perché i low cost ci spaventano. Sono sporchi, hanno l’aria condizionata rotta e fanno ritardo». Agli arrivi nazionali, due uomini in giacca e cravatta: «Lavoriamo nel settore. Quello che ci chiediamo è perché il progetto debba riguardare per forza anche Air One? Quella è un’azienda che non se la passa bene, non vorremmo che sotto a tutto questo gran baccano si nasconda qualche altro sporco interesse». Ore 17.00, un assicuratore calabrese scende dall’aereo: «La mia azienda da quando si iniziò a parlare della mancata vendita ad Air France, mi ha fatto volare con Air One. I livelli di sicurezza di Alitalia erano scesi drasticamente. Non ai livelli di Ryan Air, ma poco ci mancava». Un pilota al bar: «Possiamo guadagnare fino a 5mila euro, ma abbiamo molte responsabilità. Tagliarci farebbe perdere decine di migliaia di euro all’azienda. Ci ha formato e professionalizzato». Sulla possibilità di riduzione del numero degli aerei: «Molti sono ancora in leasing, non ci dovrebbero essere problemi. Ma rinunciare alle tratte internazionali sarebbe un suicidio. Sono quelle che garantiscono le maggiori entrate all’azienda». Due piloti di Air One: «Abbiamo letto che gli aerei di 12 anni saranno considerati vecchi, ma se si decidesse di spendere seriamente sulla manutenzione, potrebbero durare anche 20 anni. In alcuni casi parliamo di mezzi da milioni e milioni di euro». Ore 17.30, agli arrivi internazionali c’è un signore con un cartello: «Thyssen Kroup», non aspetta un operaio, ma un elegante, manager, che confida: «Io volo Air France». Un ragazzo arriva da Londra: «All’andata avevo volato con un’altra compagnia, spendendo meno della metà. Al ritorno non ho trovato i biglietti». Una signora torna dal Kuwait: «Tra poco non sarà più possibile viaggiare con Alitalia? Peccato, mi dava tranquillità».
Padre e figlio aspettano il taxi: «Mi rode, lo Stato è un grande azionista che continua a perdere un sacco di soldi». E il figlio: «Siamo dei cretini, prima ci pagavano e non gliela abbiamo data. Ora la stiamo regalando».

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