Il Casilino 900 “è disumano”. Alemanno si limita allo sgombero

di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione
«Le condizioni di vita in campi nomadi come il Casilino 900 a Roma sono inaccettabili». Lo ha denunciato ieri il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammerberg, nel suo rapporto sulla situazione degli immigrati in Italia. Hammerberg, che ha visitato il campo nomadi più antico della capitale il 19 e 20 giugno scorsi, ha richiamato le autorità italiane a «dare priorità all’adozione di misure per il miglioramento delle condizioni di vita dei Rom e dei Sinti, sforzandosi di fornire alloggi adeguati, che significano abitazioni strutturalmente sicure, anche da un punto di vista igienico e sanitario».
Bocciata in pieno la ricetta Berlusconi: secco no dall’Europa agli sgomberi e al pugno duro per la sicurezza: «Lo sgombero non dovrebbe mai essere eseguito se le autorità non sono in grado di fornire alternative disponibili. Nel caso in cui questi sgomberi sono giustificati devono essere eseguiti nel rispetto della sicurezza e della dignità delle persone coinvolte, in stretta consultazione con le associazioni che difendono i loro interessi».
Dal rapporto si apprende che il Casilino 900 esiste da 40 anni ed è stato definito come «semi-regolare». I primi insediamenti sono stati quelli dei Salkanovic, nomadi detti “camminatori sicilian” che erano arrotini ed ombrellai. Oggi il gruppo più rilevante è quello dei rom bosniaci di origine montenegrina, seguito dai rom montenegrini imparentati e dai bosniaci. Hammarberg ha poi sottolineato con rammarico che la situazione «è rimasta sostanzialmente invariata negli ultimi tre anni».
I governanti di turno non sembrano però disposti ad accogliere il monito dell’Ue. Un cartello è stato esposto dal Comune di Roma all’ingresso del Campo Casilino 900: «Divieto temporaneo di accesso per autovetture e mezzi pesanti». E’ solo l’inizio del progetto Alemanno: ripulire, vigilare e in seguito sgomberare. Sgomberare tutto. Trecentocinquanta persone controllate a distanza, a metà di loro è stato già promesso il rimpatrio, alle altre sarà chiesto di nascondersi fuori dal centro urbano. Di ripiegare altrove. E in attesa di sapere dove, le ruspe sono state promesse anche agli studenti della facoltà di architettura dell’Università Roma 3, rei di aver partecipato alla realizzazione di Savorengo Ker, una Casa per tutti. Un progetto presentato il 28 luglio dal gruppo studentesco Stalker e realizzato dalle quattro etnie presenti nel campo. «Alla realizzazione della casa – spiega Azzurra Muzzonigro, promotrice del progetto – arriviamo dopo un percorso fatto di studio e di incontri. Due anni fa, nell’ambito del corso di arte civica con il professor Careri, abbiamo visitato gli insediamenti umani sulle coste del Tevere, iniziando un’indagine sui baraccanti romani. Poi abbiamo partecipato al seminario internazionale Plans and Slums e visitato alcuni campi nomadi a Belgrado e in Macedonia. Ma Savorengo Ker è soprattutto rapporti personali. E’ una casa costruita insieme, qualcosa di più di un semplice container. La conoscenza di Naio Alovic, portavoce del Casilino 900, ha fatto sì che le fondamenta del progetto fossero le relazioni umane». Al costo di 8mila euro in 25 giorni è stata dato vita a uno chalet in legno di 70 metri quadrati su due livelli. «Un modo per iniziare a pensare politiche integrative è partire da atti creativi. Ogni pomeriggio lì, dal primo luglio scorso, tutti insieme a lavorare. Credo sia con rispetto e con cura che si arrivi all’appropriazione di un luogo». Iniziativa condivisibile da tutti finché – in concomitanza della presentazione della casa – Alemanno non tuonò: «Non ci sono carte che autorizzano, almeno a quanto ci risulta, questa costruzione. Può anche essere una buona iniziativa, ma quello non è il luogo adatto». Quel che non è stato recepito dal sindaco è che «La realizzazione dello chalet – ha continuato Muzzonigro – aveva due scopi fondamentali : rendere abitabile uno spazio e inserire lavorativamente Rom e Sinti. Sono loro ad averci messo la manodopera, dimostrando in pieno il proprio valore lavorativo. Per questo al termine del progetto era prevista la costituzione di una cooperativa.» Ha poi chiarito la studentessa: «Non siamo abusivi, avevamo consegnato la nostra documentazione al municipio, convinti che il terreno fosse del Comune, invece sembra che non sia così. Ora abbiamo trenta giorni di tempo per portare la documentazione mancante». La casa a rischio sgombero parteciperà come opera d’arte alla prossima Biennale di Venezia e alla Triennale di Milano.

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