Camorra e Chinaglia volevano la Lazio

di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione

Giorgio Chinaglia calciatore: un toro che guardava dritto la porta e la bucava, 98 reti in maglia biancoceleste e uno scudetto. Una testa calda, ma certamente un trascinatore. Tutt’altra cosa l’uomo, ancora una volta protagonista, in negativo, dell’inchiesta sulla scalata alla sua ex squadra. Sono dieci le ordinanze di custodia cautelare emesse ieri dall’autorità giudiziaria, a due anni dalla prima ordinanza di fermo per estorsione e aggiotaggio ai danni di “Long John”. Tre latitanti, tra i quali ovviamente Giorgione – lavora, vive e fa finta di niente in America – e sette arresti, tra i quali spicca il nome di Giuseppe Diana, boss dei Casalesi.
Un’indagine aperta dalla procura antimafia di Napoli e poi girata alla procura di Roma, che ha svelato il primo tentativo camorristico di entrata nel mondo del calcio. Diana, già in regime di 41 bis nel carcere di Opera, condannato nel processo Spartacus l’aprile scorso, è ritenuto elemento chiave della vicenda. A lui il compito di «far fruttare il danaro proveniente dalle attività illecite». Milioni che sarebbero arrivati dall’Ungheria, non da un’importante casa farmaceutica – come raccontava Chinaglia ai tifosi – ma dai loschi traffici di Diana e del gruppo di Mondragone. La società Eco 4 spa , che faceva riferimento alla famiglia Fragnoli, avrebbe girato all’estero i proventi della raccolta di rifiuti, legali e non, della quale era affidataria sul litorale domizio, da qui i soldi passavano in Svizzera per poi essere reinvestiti in Italia. Lo spiraglio per riportare a casa la “grana” doveva essere il malato mondo del pallone. Inizialmente si è pensato al Lanciano (serie C), poi è stata la volta della Lazio. Ma come entrare velocemente in possesso di una società quotata in Borsa? Ecco mitizzato un finanziere ungherese, strumentalizzata una frangia di tifosi estremisti e servito l’assist per il clamoroso ritorno in campo di Chinaglia. Questa volta senza maglia numero 9, ma nei panni di “manager dell’orrore”. A interrompere la realizzazione del “Mafia Football Club” e a salvare la Lazio ci ha pensato la magistratura. «Non abbiamo mai smesso di indagare – spiega la Guardia di Finanza – siamo riusciti ad individuare una grossa somma, circa 24 milioni di euro, frutto di attività illecite, pronta per essere investita nella scalata alla Lazio. Finora di questa somma sono stati recuperati e sequestrati 2 milioni di euro. Il loro principale obbiettivo era quello di far leva sul “cuore” biancoceleste. Per questo si sono affidati a Chinaglia, l’unico che potesse far da tramite tra loro e una parte della tifoseria. Sono state le anomale oscillazioni in Borsa del titolo, dovute alle uscite pubbliche di Chinaglia a mettere in moto la magistratura. L’ex calciatore avrebbe ricevuto dal clan 700mila euro per prestare la sua faccia a tutta l’operazione». In carcere sono andati anche un bancario, un commercialista e un avvocato. Non mancava niente all’organizzazione per far credere alla gente laziale di essere di fronte al miracolo, al nuovo Cragnotti. Gli stessi Irriducibili in carcere con l’accusa di estorsione e minacce a Lotito «sarebbero estranei a questa seconda tranche dell’inchiesta». Non conoscevano chi ci fosse dietro al loro beniamino e forse non conoscevano nemmeno il Giorgio Chinaglia uomo.

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