Schifano 1934-1998. L’uomo che dipingeva perchè è umano

di Maurizio Mequio (pubblicato su Dazebao L’informazione online)

Più che una mostra, un paradiso artificiale, dove nuotare, concedondo goduria ai propri occhi. L’antologica su Mario Schifano, proposta allo GNAM di Roma, a dieci anni dalla sua morte, può rappresentare un luogo di pura, raffinata, esperienza estatica per tutti i suoi visitatori. Una vita raccontata, aperta, un contenitore che attraverso linguaggi appropriati serve, spiattella in faccia, milioni di contenuti. Instaura un dialogo istintivo, istantaneo con chi ne partecipa. Fili che legano le opere ad ogni età, ad ogni soggettività, costruendo una splendida ragnatela di collegamenti tra gli oggetti artistici e le quotidianità.

Sorprende, come ha sempre fatto. Schifano concede il lusso di mettere qualsiasi uomo di fronte ad uno specchio. E spiegava: “questi colori, i miei colori, non sono emozioni, ma metafore”. Come a dire: “Non pensate a me, non bruciate quel che vedete cercando di filtrare delle emozioni. Verrà da sé: Ci siete già dentro”. Un maestro della comunicazione, non a caso si sentiva “un nuovo media”, capace di farsi capire, di far girare il cervello altrui. Spalanca gli occhi, deposita l’arte dove il mondo non si sofferma più: attraverso i macchinari, le tecniche, costruttrici dell’immondiziaio mondo consumista, lui riesce a dipingere delle perle anche di questi tempi. Da più angolature, secondo una sua visione del mondo, tutt’altro che semplicistica, anzi critica, riflessiva, pacifista, d’opposizione e rivoluzionaria. Andy Warhol italiano, bulimico dell’arte, icona maledetta, niente lo può descrivere per quello che è stato. Semplicemente perchè Schifano è stato diversi Schifano, mutevole, capace di mettersi in discussione e di sperimentare.

Nella ricerca ha arpionato i tempi, nell’attenzione all’evolversi dei linguaggi ha conquistato la sua espressività. Dai monocromi degli anni sessanta all’uso della fotografia, dalla musica dipinta, o suonata, ai rumori trascritti, dal richiamo pop alle reinterpretazioni di De Chirico, dalle rielaborazioni del cinema e delle immagini televisive all’uso di internet, fino al ritorno al disegno negli anni ottanta e novanta. Un viaggio tra ninfee che richiamano Monet e paesaggi mediatici. Nel 1970 aveva già capito tutto, la tecnologia avrebbe accompagnato il mondo, fino a superficializzarlo. Eppure una tv accesa, 24 ore su 24, può essere uno sfondo, poetico, romantico, vissuto, come un campo di grano fiorito.

Provocatorio in “Ex film”, tela gigantesca nera con foto ritoccata, smaltata, di uno scorcio di schermo cinematografico. Un “frame” di un film in bianco e nero. Un pezzo di film che non c’è più, che non sarebbe esistito, perchè all’occhio umano percepibile solo nella dinamica di un’azione, ora proposto come protagonista dell’opera, al contempo un pezzo di storia dei media che è scomparso: la televisione ha svoltato nei colori, i cinema si svuotano, poi si moltiplicano, perdono il loro appeal e il loro significato sociale per assumerne un altro. Dal buio propiziatore di incontri amorosi e sigarette frenetiche da consumare entro la fine del film alle luci dei centri commerciali e delle star di Holliwood.

Toccante, ironico e scandaloso, quando dipinge “I numerosi figli della moglie del collezionista”: usa colori accesi, rosso, viola, blu giallo, lei è seducente in abito bianco, ma i neonati sembrano aborti. E’ il dramma dell’opera d’arte, prima figlia dell’autore, poi degli acquirenti. Figlia morta sul nascere perchè destinata ad avere vita propria, legata a tutti i suoi possibili fruitori. Un quadro che drammatizza il dolore del rinunciare ad una proprietà, ma che ironizza sulle barriere, i limiti non imponibili all’opera d’arte, al suo orizzonte di lettura. Poetico invece nella sua proposta di “pittore bambino”: colori schizzati, fiammanti, spazzati, verniciati contro il tempo, per ritrarre la terra, una superficie, ed un cielo celeste interrotto da un filo per i panni, con appesi dei giocattoli rossi.

E’ un genio: assolutamente amabile dal nuovo millennio, artista capace di far impazzire critici e pubblico di tutto il 900, uomo che ha vissuto la strada, il carcere ed il manicomio. Diceva di dipingere, sempre, anche quando non dipingeva: “perchè è molto umano”. Si schierò apertamente contro la tensione dell’era nucleare, contro il Vietnam, contro alcune posizioni del Partito Comunista, contro l’abbandono delle Favelas -espose una tela bianca in una mostra in Brasile per protestare contro la volontà delle autorità brasiliane di dipingere i quartieri malfamati di verde, in modo da mimetizzarli, nasconderli-: coraggioso e tra la gente. Il merito della mostra è quello di presentare uno Schifano sfuggente, che tocca, sommerge, ma non si esaurisce, scappa ed è già oltre. “Schifano 1934-1938” è la prima grande retrospettiva sull’artista nato in Libia, vanta 130 opere tra dipinti e disegni e resterà aperta fino al 28 settembre 2008.

GNAM – GALLERIA NAZIONALE D’ARTE MODERNA

Viale Delle Belle Arti 131 -Roma (00196)
Info: +39 06322981, +39 063221579 (fax) gnam@arti.beniculturali.it
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot, abilitare Javascript per vederlo <!–
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Durata: Fino al 28 settembre 2008

orario: martedì – domenica dalle 8.30 alle 19.30. Chiusura il lunedì. La biglietteria chiude alle 18.45
(possono variare, verificare sempre via telefono)

biglietti: Euro 9 Intero, Euro 7 Ridotto

Comments
One Response to “Schifano 1934-1998. L’uomo che dipingeva perchè è umano”
  1. sidistef ha detto:

    Ciao Maurizio, come ho il piacere di notare è nato un bel blog dove poter leggere di arte, sport ed eventi culturali. Ne sono molto contento! In bocca al lupo e a presto!

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