Canada: scuse di Stato dolci-amare per gli indiani nativi

di Maurizio Mequio (anteprima da Dazebao L’informazione online)

In Canada c’è stato un olocausto. Ora lo si può dire. A chiedere scusa ufficialmente è stato oggi il Primo Ministro del Paese, Stephen Harper, nell’ambito del suo “Discorso dal Trono”, il discorso di chiusura dell’anno parlamentare. Svolta storica, ma dal sapore dolce-amaro. “La storia non si cancella” -hanno affermato alcuni rappresentanti degli indiani nativi-. Una storia fatta di sofferenza, etnocentrismo, abusi, violenze e quasi due milioni di vittime. Che cristianizzare ed imporre la propria cultura, il proprio stile di vita sugli altri, fossero gli obbiettivi dei potenti è un dato di fatto consolidato, lo si ritrova ovunque, nelle Crociate, nel lato oscuro della Scoperta dell’America, nelle Colonizzazioni ed in qualche modo nella nuova Globalizzazione, ma i modi e i tempi di questi soprusi lasciano una macchia indelebile sulla validità del nostro mondo moderno. Il gioco vale la candela? A rispondere a questo quesito sono loro, i pochi rimasti di quel Canada che fu. Raccolgono i pezzi della loro cultura, sgomitano e resistono per essere finalmente rispettati. Non accettano di dimenticare, solo perchè qualcuno un giorno ha fatto mea culpa. E poco conta che finalmente qualche soldo sia stato sborsato. Se i media sottolineano l’entità del rimborso, concesso lo scorso settembre agli aborigeni, due miliardi di dollari, la realtà è che da allora ad oggi sono ancora 18000 le persone che aspettano un risarcimento. Non è un affare di governi, o di Paese, né di politica, come è intesa in Occidente, è un discorso da affrontare da più punti di vista. Uno su tutti, da quello di chi ha visto decimare la propria gente, che ha perso tutto, solo perchè meno capace tecnicamente di fare male. Ne è rimasto l’1%, come chiedere a queste persone di accontentarsi, a loro, dalla fine del XIX secolo fino al 1969, venivano tolti i figli, per sterilizzarli, abusarne, sottoporli ad elettroshock o se tutto andava bene per occidentalizzarli. Questo il destino raccapricciante che è toccato a 150.000 bambini nativi. Significative le parole pronunciate da un alto funzionario canadese nel 1920: “distruggere l’indiano finchè è bambino”. Catturati, presi con la forza e trasportati nelle “scuole residenziali”, luoghi che solo dopo le inchieste degli ultimi vent’anni sono state scoperte per quello che facevano, e finalmente sono state chiuse tutte (l’ultima nel 1996). Un’analisi di coscienza, questo occorre iniziare a fare. Nel male è la modernità, e l’Occidente tutto, che è responsabile. Non ha senso giustificarsi, tirare indietro la propria casacca, perchè non si ha partecipato in prima persona ad uno sterminio. La chiesa cattolica, che ha contribuito, giocando un ruolo fondamentale nella gestione delle scuole; il sistema governativo, che evitava-evita il confronto con le minoranze ed addirittura le ha combattute-le combatte ed i media, poco attenti alle problematiche del “diverso” e complici del gioco della costruzione dei diversi. Sì, un gioco che folklorizza le minoranze e le utilizza come spezie, come colori per accendere, incuriosire, un pubblico oramai inappetente dei soliti discorsi economico-politici di giornata. Un gioco che alle volte crea un’immagine del diverso peggiore di noi, inferiore ed inadatto oppure, nel caso peggiore, pericoloso. Il reverendo Annet ha denunciato i numeri di questo olocausto: non sono solo duemilioni le persone uccise, altre diecimilioni sono morte per le condizioni di vita estreme a cui erano state costrette. Una storia tutta ancora da scrivere e che forse dovrebbe essere lasciata scrivere agli stessi discendenti delle popolazioni Inuit. Originariamente gruppi di eschimesi che organizzavano la loro vita individuale attorno a dei valori collettivi, ponevano da parte le loro aspirazioni egoistiche per fare posto alle esigenze della collettività. Una società che potremmo definire banalmente “animistica”, ma che riusciva in condizioni difficoltose a farsi forza e a rassicurarsi insieme, anche costruendo elaborate simbologie mitiche di riferimento. Dove lo sciamano era il loro capo spirituale e alcuni animali, dei quali simbolicamente indossavano le pelli, erano i loro protettori o spiriti guida. Cosa interessante è che il nome utilizzato da questa gente per definirsi significava uomo, semplicemente uomo. Ed ora, cosa ne resta di tutto ciò? Nulla, l’impatto, anche solo culturale, con la modernità è stato troppo forte-violento. Ma la memoria, la giustizia, il senso di appartenenza e certi valori devono essere salvati. 12 giugno 2008: questa data dovrebbe spezzare un silenzio, un silenzio lungo dei secoli, non può invece significare la porola fine ad una prima autocritica occidentale.

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