Decreto salva Rete4. Odore di multa, altro che riduzione delle tasse

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Tratto da www. dazebao.org
di Maurizio Mequio

E se qualcuno sogna ancora l’abolizione del canone RAI, il rischio, anzi la realtà, è che si materializzi una sorta di canone MEDIASET. Trecentomila euro al giorno di multa all’Italia, questo è l’affare che il parlamento da ieri cerca di “maneggiare”.

Desta meraviglia che l‘opposizione del Partito democratico e dell’Italia dei Valori alla toppa proBerlusconi sia stata sbeffeggiata in aula da tutto il centro-destra: “ostruzione!” – ha gridato la maggioranza-. E malgrado il gelo calato sull’idilliaco rapporto di questi giorni tra l’azionista di maggioranza Mediaset e Walter Veltroni, tutto fa pensare che sarà una semplice e prevedibile passeggiata l’iter del nuovo testo salva Rete4. Cambiano i modi, le forme, ma i contenuti restano gli stessi. Una storia già scritta.
E’ stato il governo Prodi ad aver prodotto il decreto in questione, detto anche “salva infrazioni”. Avrebbe dovuto contenere esclusivamente delle norme utili per evitare che i 14 rilievi formulati dall’Unione Europea si trasformassero in multe salatissime e sanzioni definitive, ma a qualcuno è venuta l’idea di apporre delle aggiunte. Dove è il problema? “Da nessuna parte” -risponderebbe un cittadino cosciente del fatto che nel Bel Paese il discorso sul conflitto di interessi è oramai considerato demodè-. Ma sembra resistere un limite all’indifferenza degli italiani. Chi si continuava a chiedere cosa un giorno avrebbe tirato fuori il proprio indice dalla terribile scatolona nera, se solo avesse osato spingere il quarto tasto del telecomando, resta perplesso di fronte alla soperta che può dar pace alla propria curiosità. Anche dopo aver non digerito lo scorso 31 gennaio, giorno in cui la sentenza della Corte Europea aveva inveito con chiarezza contro il Bel Paese.
Questa affermò-scoprì che il regime italiano di assegnazione delle frequenze non rispettava-non rispetta il principio della libera prestazione dei servizi, e che non segue dei criteri di selezione obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati. Il documento prodotto dalla Corte, infatti, diceva che L’applicazione in successione dei regimi transitori strutturati dalla normativa a favore delle reti esistenti ha avuto l’effetto di impedire l’accesso al mercato degli operatori privi di radiofrequenze. Questo effetto restrittivo è stato consolidato dall’autorizzazione generale, a favore delle sole reti esistenti, ad operare sul mercato dei servizi radiotrasmessi. Tali regimi hanno avuto l’effetto di cristallizzare le strutture del mercato nazionale e di proteggere la posizione degli operatori nazionali già attivi su questo mercato. Inoltre sottolineava che in Italia il piano nazionale di assegnazione per le frequenze non è mai stato attuato per ragioni essenzialmente normative, che hanno consentito agli occupanti di fatto delle frequenze di continuare le loro trasmissioni nonostante i diritti dei nuovi titolari di concessioni.
Le leggi succedutesi, che hanno perpetuato un regime transitorio, hanno avuto l’effetto di non liberare le frequenze destinate ad essere assegnate ai titolari di concessioni in tecnica analogica e di impedire ad altri operatori di partecipare alla sperimentazione della televisione digitale. Ora il neoeletto governo Berlusconi ha aggiunto al testo prodotto dalla precedente legislatura un emendamento che utilizza il decreto per riassegnare le frequenze per le trasmissioni tv con il digitale terrestre. Secondo Di Pietro “un ennesimo decreto salva Rete4”, “una legge ad uso e consumo del capo del governo”. Strana storia, quella di Europa7, l’opposta faccia della medaglia. Inizia nel 1999, quando ottiene la concessione per una rete nazionale, mentre Rete4 non ce la fa, ma il governo d’Alema e poi quello Amato non intervengono lasciando trasmettere Rete 4 e congelando lo sviluppo nazionale dell’emittente di proprietà di Francesco Di Stefano.
Nel 2002, poi, la sentenza n. 466 della Corte Costituzionale impone che le trasmissioni della rete Mediaset siano dismesse entro il 31 dicembre 2003, ma la Legge Gasparri dell’anno successivo mantiene inalterato lo stato delle cose. Il Parlamento Europeo nel 2004 richiama l’Italia sulla questione e nel 2006 la Commissione Europea mette in mora lo Stato perché proprio la Legge Gasparri non rispetterebbe le direttive comunitarie. Anche il governo Prodi non è riuscito a modificare minimamente la situazione, e dall’Europa, il 19 luglio 2007, vengono dati due mesi per risanare i fatti. Fumate nere fino al 31 gennaio, alla sentenza della Corte di Giustizia Europea. E ancora il 6 maggio, quando l’avvocato di Stato si è trovato nuovamente a difendere la Legge Gasparri e Rete4, malgrado da tutte le parti si riconoscessero le ragioni di Europa7. Fino ad oggi solo rimandi. Quanto potrebbe costare agli italiani questa situazione? Quanto può pesare questo stano gioco al mantenimento-conquista del chiaro analogico? Più di cento milioni di euro l’anno, ovvero quasi un altro canone Rai.

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