Open Source nella Pubblica Amministrazione

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La lenta migrazione e la rivoluzione del permesso d’autore

2/12/2007

Nella Città dell’Altraeconomia il 28 novembre si è tenuto il convegno “Software  Libero e Open Source per la responsabilità sociale d’impresa”. L’evento organizzato da RespEt, in collaborazione con il Comune di Roma, ha proposto lo stato attuale dei servizi informatici liberi nel Bel Paese, denunciandone il grave ritardo rispetto agli esempi spagnoli di Extremadura o Valencia e alle intenzioni professate da politici e grandi aziende.

Che software rilasciati con licenze che permettono maggiori libertà d’azione dell’utente – dalla modifica del codice sorgente alla sua esecuzione, dalla copia alla sua distribuzione, fino allo studio del programma per eventuali modifiche – siano gli strumenti della nuova rivoluzione informatica non vi sono più dubbi. Ma del vantaggio economico che tale rivoluzione recherebbe a Pubblica Amministrazione ed imprese private non se ne è ancora parlato.

 Non esiste una sola realtà da proporre ai digital citizens, non c’è un solo sistema per usufruire del proprio Pc. Afferma Davide Gorini, rappresentante dell’Incubatore OSS: Le case distributrici di Hardware continuano ad inserire esclusivamente sistemi Windows, pochi sanno della possibilità del cliente di non utilizzare quel sistema, di chiedere un rimborso ed entrare gratuitamente in Linux. Per anni si è parlato di inaffidabilità di Linux, oggi, invece, sono migliaia le lamentele per disservizi, problemi di lettura dei programmi, soldi persi, danni provocati per l’ultima creatura di casa Microsoft: “Vista”. 

Sono cinque gli “Incubatori di imprese” romani, il progetto sostenuto da Autopromozione sociale offre spazi ad aziende, cooperative ed associazioni per la migrazione al nuovo “software libero”, fornendo consulenza, formazione ed assistenza. Ideato un anno fa è stato presentato ufficialmente a maggio, poco pubblicizzato, ha riscontrato i favori di decine di privati e vanta una sola consulenza al settore pubblico.

 Commenta Marco Pantò, Presidente di Linuxshell Italia: Da uno studio di due anni, commissionato dalla Comunità Europea, i motivi della resistenza alla migrazione da software chiusi sono legati alle scelte delle varie dirigenze delle Istituzioni pubbliche. Il cambiamento si può realizzare soltanto dal basso. Nel 2003 a Valencia si iniziò a parlare di software libero, oggi sono 300.000 i computer Linux nella provincia di questa città. Scuole e Comune compresi. Anche a Roma nel 2003 si è iniziato a parlare di software libero, ma i risultati a distanza di quattro anni sono del tutto diversi.  

I vantaggi economici sarebbero notevoli: azzeramento dei costi di licenza, riduzione dei costi di assistenza, aumento delle prestazioni e della sicurezza. Il codice sorgente disponibile a tutti permette la personalizzazione dei programmi a seconda delle esigenze di chi li utilizza, così le logiche economiche e di sviluppo delle aziende non dipenderebbero più da quelle dei fornitori dei loro servizi.

Una scelta in favore del “permesso d’autore” garantirebbe, inoltre, un risparmio anche sugli hardware. Se un server oggi ha una vita di un centinaio di giorni, un server open source la ha di anni.

 Pantò ha spiegato che lo stesso investimento iniziale è recuperabile già nei due anni successivi alla migrazione: Come Linuxshell avevamo proposto un progetto Open Source per gestire il catasto, l’unica spesa che la Pubblica Amministrazione avrebbe dovuto pagare era la formazione, il progetto non è stato accettato.  I Comuni gestiscono da soli con i loro consulenti le scelte informatiche. Il problema non è tecnico, ma politico ed economico. Nella finanziaria di quest’anno sono stati stanziati diversi soldi per la migrazione, ma non credo si riuscirà a fare molto.  Si sbatterà contro dei forti interessi. La sensibilizzazione dei normali utilizzatori di pc è l’unica strada percorribile. 

Davide La Manna della Cooperativa “Binario Etico” ha presentato il progetto Trashware, ovvero di recupero dei computer dismessi. Se il mercato pubblicizza computer sempre più potenti, la realtà dimostra che molte volte non si ha bisogno di un eccesso di progresso. Gli hardware-spazzatura non sono affatto trash, ma prodotti rimessi a nuovo e ottimizzati grazie all’utilizzo di software libero. Il costo delle apparecchiature è così accessibile a chiunque.

 Il mito del veloce invecchiamento della tecnologia è sfatabile. Lo spreco non è sostenibile per l’ambiente, il recupero di RAEE è del solo 10%. Se ogni anno sono buttati 150.000.000 di personal computer, un computer domestico è in media usato 4 anni e uno aziendale per 12-18 mesi, in realtà un computer ha un tempo medio di vita di 7-8 anni. E può arrivare facilmente a 10 anni. Afferma  La Manna: Noi allunghiamo i tempi di obsolescenza. Siamo degli artigiani. La grande distribuzione non ha voglia di perdere tempo. Quest’esperienza nasce dall’associazionismo, è presente in tutto il territorio italiano ed è ben vista dalle persone. Crediamo nella cultura del riuso, della scelta e della personalizzazione. Non abbiamo avuto ancora riscontri nella Pubblica Amministrazione, ma non importa, chi prende un prodotto trashware pensa che le cose si possono fare anche da soli.  Se il futuro è sempre più business perché in questo caso è il business a fermare il futuro? Se la Pubblica Amministrazione promuove progetti di migrazione al Software Libero perché è più diffidente dei singoli cittadini? Se processori ultrapotenti non sono utili perché vengono prodotti? Se si considerano finiti dei computer (computer trash, non trashware) perché vengono regalati ai paesi del Terzo Mondo? La lenta migrazione rallenta la rivoluzione del  permesso d’autore. E se non la frenerà? 

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