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	<title>Maurizio Mequio</title>
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		<title>Maurizio Mequio</title>
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		<title>Senza permesso, col diritto di stare in questa terra</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 01:03:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauriziomequio</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Il primo gennaio 2012 Ehmad avrà 18 anni, non sarà maggiorenne, diverrà clandestino. Non ha ancora la tutela, il suo percorso per ottenere la protezione internazionale è bloccato e per quanto si possa correre contro il tempo, le possibilità di un miracolo dalla questura e dal comune sono ridotte al lumicino. Lo sa, lo avverte ed è per questo che col passare dei giorni diminuiscono i suoi giochi, i suoi sorrisi e aumenta il suo processo di invecchiamento, di intristrimento. Il suo è stato un viaggio disperato, pieno di illusioni e buone speranze. La famiglia ha pagato 40.000 lire egiziane per farlo imbarcare, arrivato a Lampedusa è scappato per approdare a Roma. Dopo qualche notte a Termini è stato collocato nel nostro Centro per minori. Pensava di trovare un grande lavoro, di trovarlo facilmente, di pareggiare i debiti e di aiutare la sua famiglia. Credeva che nel giro di un mese la sua vita sarebbe cambiata. E&#8217; agile, intelligente, simpatico, all&#8217;inizio sembrava indomabile. Ora sembra aver vissuto tutta la sua vita senza aver goduto del tempo. Il mese al centro è stato faticoso, ogni giorno si è allontanato senza autorizzazione per cercare lavoro. Rischiando. Rischiando grosso. Poi, ieri una telefonata lo ha sconvolto, è morto il padre. Quando sono arrivato lo ho visto girare con un mestolo di ferro, minacciando tutti e gridando come un dannato. “Voglio i miei documenti! Voglio i miei cazzo di documenti!” Poi: “Vaffanculo Italia! Vaffanculo Centro! Vaffanculo a tutti!”. Un suo amico cerca di tenerlo e lui lo prende a spinte fino a farlo cadere per terra. Punta un educatore: “Vieni qui, vieni qui!”. E&#8217; spaesato e non sa a chi aggrapparsi, cerca un&#8217;uscita inesistente, non si sa dare pace. E&#8217; lontano e non vuole tornare. Se va lascia ogni speranza, ma al contempo la speranza è bassa. Al telefono con i parenti non sa quale realtà affrontare. Non sa cosa dire. “Mio padre è morto, mia madre e mia sorella stanno male ed io? Io sono qui”. Mi confida che a peggiorare le cose c&#8217;è un aguzzino che lo minaccia: “O gli restituisco i soldi del viaggio o si vendicherà su mia madre”. Il ragazzo si sente impazzire. Alla sua richiesta di protezione purtroppo non siamo noi che possiamo dare risposta. Gli spieghiamo che presseremo sugli organi competenti, che parleremo con un legale, ma ad Ehmad questo non basta. Allora corre per le scale, si incurva per passare tra tutti noi e oltrepassa anche il cancello. Esce, scappa, verso il buio della città. Dopo mezz&#8217;ora è nei pressi del Parco, lo vado a cercare. Ha perso il giacchetto, si è tolto il maglione ed ha un coltello in mano. C&#8217;è il silenzio attorno e c&#8217;è il sangue. Le foglie degli alberi accarezzano le sue paure. I suoi respiri accompagnano le sue chiare parole: “Voglio morire. Non c&#8217;è più un motivo per continuare a vivere”. Quel coltello maledetto continuava a scarificare le sue braccia alla ricerca di una nuova pelle o di una vena buona. Una vena che saziasse la sua sete di dolore, uccidendo tutte le sofferenze. I colori della notte trasformavano ai miei occhi i suoi tagli in itinerari e le sue braccia in cartine geografiche. Mi sono concentrato sul viso, dove le lacrime avevano costituito de mari. Dei mari navigabili. Ho cominciato a parlare di mio nonno, di quando è morto mio nonno. E lui ascoltava, aveva bisogno dopo tutto quello sfogo di un semplice abbraccio, ma sapevamo bene che dovevamo costruirlo. La mediazione era il ricordo comune. Così io gli ho detto che doveva andare avanti per la sua sorellina, che il ricordo del padre lo aiuterà ad affrontare la vita e che ha tutto quello che serve per farcela. Mi ha stretto forte. L&#8217;ho riaccompagnato in struttura, i miei colleghi hanno disinfettato le sue ferite alla meno peggio in attesa di un dottore. Nessun punto, ma segni che resteranno. Se la sua esistenza è oggi invisibile per lo stato italiano, se la sua voce è muta e i suoi sogni incubi, il suo corpo, le sue braccia, il suo sangue sono reali. Come i suoi sentimenti. E allora tagliarsi significa chiedersi “Esisto? Posso lasciare delle tracce? Sono vivo?”, fino a “Vediamo se è meglio morire, se posso morire, se qualcuno me lo impedisce”. “Vale più la mia vita o i miei documenti? Allora datemeli!” E poi: “A me non interessa quel pezzo di carta, io vorrei tornare in Egitto. Ma non posso”. “Voglio stare con la mia famiglia, ma è per loro che sono qui”. “Non ho più nulla da sperare, ma devo sperare”. Dall&#8217;essere adolescenti all&#8217;essere clandestini il baratro delle ingiustizie affonda il tempo, congela i ricordi, attacca le identità, svernicia le immagini di sé. Ma a 18 anni si è ancora ragazzini. Anche se senza permesso si è ancora esseri umani. Il viaggio sarà più lungo, più difficile? Ci vorrà ancora del tempo prima di abbracciare i nostri cari? Il viaggio è finito? Eppure è nelle difficoltà che si acquisisce il diritto a stare in questa terra.</p>
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		<title>La felicità del sorriso sottile</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Nov 2011 19:46:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauriziomequio</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Selo è convinto gli sia stata salvata la vita. Ha ripreso a parlare. E lo fa con la profondità e la nobiltà di un grande uomo. Lui che non voleva far presente agli operatori il suo malessere per non disturbare. Lui che aiuta tutti i ragazzi a fare i compiti dati a scuola. Dice che si sente “nuovamente bambino”. Ce l&#8217;ha fatta. E&#8217; tornato alla grande. Ha ripreso la terapia, ma ha anche ripreso quel sorriso. Quel sorriso maturo, che dice: “non ho più nessuno, in Sudan mi sono fidato di alcune persone, ma mi hanno tradito. Ho sofferto molto. Ora sono qui, ho degli amici, ma non posso ancora fidarmi di nessuno”. Eppure è un sorriso, eppure è un sorriso di un bambino. Di un “nuovamente bambino”. Allora quella vita che Selo dice gli sia stata salvata dai medici, forse ha capito che la può salvare lui a sé stesso. Non buttandosi giù. Concedendosi una nuova infanzia. Un uomo sensibile che la polizia italiana a Lampedusa ha giudicato minorenne, che gli ospedali nostrani hanno giudicato depresso cronico, ha deciso di darsi una nuova chance. Con un sorriso sottile dopo la tempesta. “Quando starò meglio riprenderò a fidarmi. Piano piano”. Dal rientro dall&#8217;ospedale ha cadenzato il tempo e lo spazio con la maestria del saggio. Nei primi giorni:“Non mi sento di salire sull&#8217;autobus, non riesco ancora a stare bene con tutta quella gente. Senza conoscerla.” Poi le partite a carte, poi quelle a calcio. Selo gioca in difesa ed è molto bravo, quando abbiamo giocato insieme &#8211; era il mio avversario &#8211; mi ha lasciato andare, voleva che segnassi e al richiamo di un amico sulla marcatura troppo larga ha risposto: “se gli tolgo la palla, Maurizio non gioca più con noi”. Sono passati diversi giorni e ancora ringrazia tutti gli operatori e tutti i compagni che gli sono stati vicini. Tutti ogni giorno gli rispondiamo “Di niente” e lui “Non di niente”, poi ti guarda serio e con gli occhi lucidi: “Grazie veramente”. Inutile dire che è adorato da tutti e non per la sua storia, ma per la sua adorabilità, un&#8217;energia legata all&#8217;infinita sensibilità dell&#8217;adorato e alla sua capacità di comunicare dolcezza. Di mettere in circolo parole d&#8217;amore. Selo è proprio quella persona che ti fa dire: “non fa tenerezza”, poi c&#8217;è il silenzio, si scorre il nostro lessico positivo e “E&#8217; adorabile, ecco!”. Ieri ha chiesto un permesso per uscire la mattina presto e la responsabile glielo ha accettato. Quando è rientrato aveva un libro in mano. “Hai comprato qualcosa?” E lui: “No, l&#8217;altro giorno avevo visto dei ragazzi che entravano ed uscivano da un posto con dei libri. Tutti diversi. Mi hanno detto che erano gratis, che potevano prenderne quanti volevano. Ma che poi dovevano riportarli. Oggi mi sono iscritto in quel posto anche io”. Mi mostra la tessera delle Biblioteche di Roma e continua:“Sono molto felice, posso leggere tutto quello che voglio. Posso studiare tanto. Mi chiedo se è vero”. Allora gli rispondo: “E&#8217; vero”. E lui: “Questa è la cosa più bella”. Io sorpreso: “Eh sì&#8230;”, allora sembra ripetersi: “ La cosa più bella. Che è vero”. Le sue parole sembrano testi di George, matasse di parole sbrigliabili dal miglior Heidegger. Il bello sembra essere filtrato senza oscurità dagli occhi di un signore-bambino. Sembra uscire sotto forma di adorabilità da un sorriso sottile, che si snatura, naturalizzandosi. Il sorriso è finalmente sottile nella forma ma portatore esclusivo di buone emozioni nell&#8217;essenza. E&#8217; felicità. Questa bellezza-felicità è dovuta al contempo al fatto che Selo avrà a disposizione tanti libri, che potrà studiare e progettare la sua nuova vita in Italia, ma anche al fatto che questo sogno non sia apparente. Selo sorride a mezza bocca perché ha il dubbio di essere felice non nella realtà, allora la sottigliezza del suo sorriso è come un occhio semichiuso per prolungare il sonno. Ma alla mia affermazione “E&#8217; vero”, lui scopre un cancello spalancato. E&#8217; la felicità nel reale. La sua frase va letta nella sua pluralità di interpretazioni. E&#8217; un oleofrase, non significa nulla e significa molto. Il ragazzo non parla bene l&#8217;italiano e può commettere degli errori. Usa le parole che meglio trova. Allora passa dal domandare “E&#8217; vero?” all&#8217;affermazione “E&#8217; vero”. Il passaggio sembra essere segnato da uno stato di felicità. Nella relazione tra questi due stati e nell&#8217;interpretazione della frase vi è la circolarità di un grande discorso, che vede il sorriso aprirsi per fare entrare e chiudersi per non fare uscire, il sorriso come in una fase lunare &#8211; crescente e decrescente &#8211; perché ha a che fare con l&#8217;enigmatica vita della felicità. La sua origine e il suo ritorno. Quella di Selo è una frase aperta, proprio come un sorriso, ma è una frase sottile perché contiene la felicità di Selo. Una felicità da custodire. Da modellare con tanti libri, da alimentare con un approccio positivo alla verità. E per verità intendiamo la vita. “Selo, Selo!”. Lui ha ripreso i sensi. Ha riaperto gli occhi. E ora afferma assieme: “E&#8217; vero, sono vivo. Voglio leggere, voglio vivere!”. Ma anche sussurra: “Sono felice!”</p>
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		<title>Una colletta per le infradito</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Nov 2011 17:43:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauriziomequio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono terminate le scarpe, sono rimaste solo dieci infradito in magazzino. In ufficio è un continuo via vai. I ragazzi chiedono qualcosa per non andare in giro scalzi. Le direttive dell&#8217;equipe sono rigide: non distribuire nulla fino a quando non saremo in grado di accontentare tutti e cinquantuno i ragazzi. I cuori si spezzano allo&#160;&#8230; <a href="http://mauriziomequio.wordpress.com/2011/11/20/una-colletta-per-le-infradito/">Read&#160;more</a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mauriziomequio.wordpress.com&amp;blog=2246694&amp;post=572&amp;subd=mauriziomequio&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono terminate le scarpe, sono rimaste solo dieci infradito in magazzino. In ufficio è un continuo via vai. I ragazzi chiedono qualcosa per non andare in giro scalzi. Le direttive dell&#8217;equipe sono rigide: non distribuire nulla fino a quando non saremo in grado di accontentare tutti e cinquantuno i ragazzi. I cuori si spezzano allo scandire dei nostri no. Alcuni se ne vanno tristi, altri protestano, altri piangono. Dei colleghi cercano di rigirare la questione come se stessimo giustificando il prezzo di un aspirapolvere Folletto. Quando invece ci troviamo a giustificare la mancanza di fondi e di cultura dell&#8217;ospitalità del nostro Paese. Così alcuni colleghi:“Se voi giocate a pallone con le ciabatte è ovvio che poi si rompono, dovevate fare più attenzione”. Altri: “Le scarpe che avevate si sono bucate perché le avete lavate troppo spesso”. Poi si scopre che ieri qualcuno aveva distribuito delle ciabatte di testa sua, infrangendo le regole imposte dall&#8217;alto. Allora gli utenti: “Perché ad alcuni sì e a noi no? Siete dei razzisti!”. Un ragazzo, Ole, è disperato. “Non sono un animale”. I suoi piedi nudi toccano il suolo, per l&#8217;ennesima volta. E&#8217; un ragazzino, viene da un villaggio sperduto del Mali. Analfabeta, la sua firma è una croce. Parla solo il Bambara. Ha le mani tra i capelli e gli occhi increduli. Come a dire “E&#8217; questo il paese che ho sempre sognato?”. Il suo è un caso che è preso a cuore da tutti i ragazzi, anche dagli egiziani: “Ole non ha neanche un centesimo, le prime ciabatte devono essere per lui”. Trattiene le lacrime ed io mi trattengo dal togliermi le scarpe e regalargliele. Si sommano equilibri instabili, da quelli delle regole nella nostra equipe a quelli emotivi dei ragazzi. Loro chiedono guardando in alto, alcuni colleghi rispondono guardando in basso. Provo a parlare guardando negli occhi. Uno sguardo che pesa, come una passeggiata nell&#8217;altro, al buio. Lo sguardo che non deve intimorire e che chiede coraggio. Che vuole incontrare. Loro guardano me e non sanno cosa dire. Si fidano, ma sanno anche che io in questo momento rappresento l&#8217;Istituzione. Se il centro a volte sembra una galera, io dovrei essere il cellerino. Subito mi spoglio dell&#8217;autorità per vestirmi da persona. Inizia il solito ritornello, al quale aggiungo: “Tutto ciò non è giusto. Mi dispiace”. Cala il silenzio, ho addosso le attenzioni dei colleghi, stupiti e un po&#8217; incazzati. Si chiedono perché lui che non ha fatto eccezioni, finora, deve distruggere la linea dell&#8217;equipe. I ragazzi invece non capiscono. Ed io: “Se dessimo le ciabatte ad Ole non ne avremmo per Diubi e così via. Purtroppo il comune non ci dà abbastanza soldi per comprare tutte le cose di cui abbiamo bisogno, ma questo non è importante. Credo che non siano le ciabatte il motivo per cui voi siete qui. E credo che voi non dobbiate giudicare il nostro lavoro sulla quantità di ciabatte che vi distribuiamo. Anzi, a me non importa niente delle vostre ciabatte. A me importa di voi!”. Sull&#8217;ingresso dell&#8217;edificio e per le scale si viene a creare un&#8217;assemblea e io sono in mezzo, pronto a guardare negli occhi chiunque, ad ascoltarlo. Ho perso il mio vantaggio, ma ne sto guadagnando altri. Potrei essere stroncato, attaccato, preso di mira. Quando, come mi fa notare un collega, avrei potuto voltarmi dall&#8217;altra parte, chiudere la porta dell&#8217;ufficio in faccia ai ragazzi. Non ascoltarli. “Alla fine una ragione se la fanno”. Invece ero lì, fuori dall&#8217;ufficio, senza ciabatte da distribuire, ma con lo sguardo vivo. Uno di loro si arrabbia: “Allora dacci le ciabatte!”. Ed io: “Alcune regole sono necessarie, non giuste. Siete qui per farvi una vita in Italia, per affrontare il lungo percorso della richiesta del permesso di soggiorno. Io sono qui per aiutarvi, per darvi una mano. Abbiamo dei limiti strutturali, alcuni anche dovuti alle leggi, alle regole e ai soldi, ma ce la possiamo fare. Se le cose non ci sembrano giuste, cerchiamo di migliorarle. Dove non arrivano le regole usiamo il cuore”. I ragazzi arrivati ad agosto hanno preso due ciabatte. “Se qualcuno ha delle ciabatte in più le metta a disposizione della comunità. Lo faccia per due motivi, perché non è bello per nessuno vedere camminare un ragazzo scalzo e poi perché a gennaio arriverà il nuovo scarico di prodotti e ci saranno ciabatte per tutti”. Alcuni sono d&#8217;accordo, due ragazzi no. Se ne vanno, mentre gli altri li rimproverano. Tutti sembrano avere recuperato le ciabatte, ma questo gioco dello scambio vede ancora un ragazzo senza niente. E questo ragazzo è ancora Ole, che cede quelle appena acquisite a Melik. Lo fa per dimostrarmi qualcosa. Per farmi capire che l&#8217;ingiustizia resta. Che una ciabatta da due euro può comunque distruggere una comunità, creare una differenza, rimandare un ragazzo alla sua storia di povertà, abissarlo nello stato di povero perenne. Allora rischio ancora di più: “Le ciabatte non sono una felpa, non sono delle scarpe. Costano di meno. Solo due euro al negozio dei cinesi qui davanti. Già avete fatto una volta la colletta per comprare il pallone da calcio. Siete più di cinquanta, bastano cinque centesimi ciascuno”. Con fatica i ragazzi raccolgono un euro e cinquanta, allora decidiamo di partecipare anche noi operatori, in qualità di persone, non di operatori. Arrivati a due euro Ole si è andato ad acquistare le sue ciabatte. Gli altri utenti sembravano soddisfatti, noi eravamo distrutti. Loro, i miei compagni di turno, dai tempi del confronto, io dal fatto che loro mi hanno mostrato di preferire la soluzione più semplice (chiudere la porta) a quella più complicata (parlare con i ragazzi). Evon e Mahma, i ragazzi che non hanno voluto rinunciare al loro secondo paio di ciabatte, più tardi hanno detto che noi “siamo tutti uguali e che se ne fottono di noi”. L&#8217;imam della comunità e Mou, il capo banda di tutti i centroafricani, hanno discusso a lungo con loro, con toni aspri. Ho saputo che hanno difeso me e il mio modo di lavorare. Evon si è chiuso a riccio ed in serata si è rifiutato di consegnare la tessera dell&#8217;autobus, dicendo che l&#8217;aveva data a me e che io me l&#8217;ero persa. Sono andato da lui, lui guardava a terra. Giustamente era arrabbiato con me, lo avevo messo in difficoltà davanti agli altri utenti quando lui aveva il sacrosanto diritto di tenersi le sue ciabatte, di non cederle a nessuno. Poteva fondare il suo piccolo impero delle ciabatte di riserva, non stava di certo ammazzando nessuno. Ci siamo guardati ed è scoppiato il sorriso, mi ha dato la tessera ed io l&#8217;ho abbracciato. Mou, invece, mi ha anche detto che ha paura che io me ne vada o che venga cacciato. “In Italia le persone buone vengono mandate via”. Ole ha ringraziato tutti quanti. Va in giro col petto in fuori, fiero delle sue ciabatte. Sono un modello diverso rispetto a quelle degli altri. Mi tiene la mano e: “Domani se pioggia no, io cammino fino Roma, se stanco io visto autobus Termini o Flaminio”.</p>
<p><em>Questa storia fonda il bene comune, prevede la violenza, è una storia di quotidianità non scontata. Supera le regole non infrangendole. E&#8217; una storia faticosa. Probabilmente è molto noiosa.</em> <em>Del resto è sempre il mio, di <a href="http://mauriziomequio.wordpress.com/category/diario-dalla-terra/">Diario dalla terra</a></em>, <em>non quello di Indiana Jones.</em></p>
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		<title>Sporcarsi le mani</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Nov 2011 11:48:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauriziomequio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diario dalla terra]]></category>

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		<description><![CDATA[La rivoluzione è inchinarsi per terra, toccare il suolo, sporcarsi le mani. E&#8217; alzare la testa, delicatamente, scorgere qualcuno. Esistono due dimensione del cambiamento: il volare altrove e l&#8217;abitare il basso, il resto è la condizione del presente. Il baricentro è in continuo cambiamento, ma tollera sempre un nord relativo e un sud relativo. Un&#160;&#8230; <a href="http://mauriziomequio.wordpress.com/2011/11/13/sporcarsi-le-mani/">Read&#160;more</a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mauriziomequio.wordpress.com&amp;blog=2246694&amp;post=570&amp;subd=mauriziomequio&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La rivoluzione è inchinarsi per terra, toccare il suolo, sporcarsi le mani. E&#8217; alzare la testa, delicatamente, scorgere qualcuno. Esistono due dimensione del cambiamento: il volare altrove e l&#8217;abitare il basso, il resto è la condizione del presente. Il baricentro è in continuo cambiamento, ma tollera sempre un nord relativo e un sud relativo. Un nord oltre le nuvole, astratto e non territoriale e un sud concreto, corporale, che può sfiorare l&#8217;idea di toccare la strada con i nostri piedi nudi, lasciando delle orme. Orme da rivedere, da ricordare, da considerare come fondamenta. Invisibili e fondamentali per una casa. Casa da abitare. La rivoluzione è l&#8217;idea e la storia di una casa. Voluta, desiderata, sognata. Calda, gioiosa, mia, tua, nostra. Una casa costruita con sacrificio, dal basso, dalla terra. Dal proprio essere muratore. Sveglia alle 5.00, caffè, goccia d&#8217;acqua che bagna l&#8217;indice sinistro, indice sinistro che stropiccia l&#8217;occhio sinistro. Goccia d&#8217;acqua che bagna l&#8217;indice destro, indice destro che stropiccia l&#8217;occhio destro. Sbadiglio, coraggio e calcinacci sulle spalle. Poi la costruzione, dal camminare all&#8217;abitare. La vita per un progetto. Sociale. Per uno stare insieme, migliore. Del resto pareti, soffitti e termosifoni sono strumenti in un luogo che lassù, nella nostra testa, già si è formato, il noi. Sono strumenti di cura. Del prendersi cura vicendevolmente. Cura del sé e dei sé. Non dei se. O anche dei se. Ma la terra&#8230; E&#8217; la terra che contiene tutto. Uomini compresi. Allora quali parole usare, quali gesti osare, quali bandiere sventolare? Chinarsi a terra, toccare il suolo, sporcarsi le mani. Nulla di più. La parola sarà un verso. E come tale comporrà una poesia. Saprà di vita, di reale. Modificherà il nostro corpo, tingendo le nostre mani di sporco. Coprendole di polvere, terra, umido e secco al contempo. La rivoluzione è cedere qualcosa di sé e abbandonarsi al cambiamento. Cedo la mia pulizia esteriore, il mio lavoro in banca, per diventare carne viva. Per avere confidenza con le cose del mondo. Rotolarmici sopra, utilizzarle, respirarle, viverle, cederle gratuitamente, condividerle. E&#8217; una scelta di campo. Non sono più in platea, rilassato, con un biglietto da 50 euro in tasca, a godermi lo spettacolo della Compagnia Tal dei Tali nel teatro Pincopallino Qualunque. Non sono più spaparanzato sul divano con il pollo fritto in bocca a vedere Ballando sotto le Stelle, aspettando la pubblicità per andare a pisciare. Non sono più l&#8217;orso che fa il conto alla rovescia per la pensione, mandando giù bocconi amari e anestetici per tollerare una vita che non ama. Sono carne viva. E come tale posso creare, comunicare e far creare. Sono fragile, ma reattivo. Sono esplosivo, ma costruttivo. Sono a terra, ma con le mani piene. Piene di materiale utile per vivere. Sono a terra e scopro che non mi sono chinato di tanto, non mi sono sporcato così tanto, non mi sono allontanato per niente, eppure ho fatto una scelta. Ho le mani sporche dell&#8217;altro. E sporche della mia vita. E sporche dei miei sogni. E sporche perché sto facendo cose. Cose per cui svegliarsi domani. Cose per cui tu sceglierai di sporcarti le mani con me, dal camminare all&#8217;abitare. Non il Giro del mondo in barca a vela, né in mongolfiera, da fermo, sdraiato a terra, come uno dei contadini in riposo nei quadri di Van Gogh. Sopra la mia testa fieno e poi sole, non Milano, New York o il grattacielo con il Capo Megagalattico. Sopra la mia testa la voglia di felicità, i bei pensieri. Il sud è altrove in questo momento, non è più sotto i miei piedi, da una parte mi abbraccia, è il mio letto &#8211; sto riposando -. Ma è anche al mio fianco – c&#8217; è una contadina che ha faticato con me ed ora vive con me -. E&#8217; oltre i miei piedi, non più sotto i miei piedi. Ma oltre i miei piedi, c&#8217;è l&#8217;orizzonte. Solo l&#8217;orizzonte. Solo? Ho conquistato questa prospettiva, nuovamente posso vedere l&#8217;orizzonte. Quale bandiera? Quella di Monti dopo la caduta di Berlusconi? Quella del Fmi? Quella di Fini? Quella di Vendola o Bersani? Quella bianca o quella rossa? Sporchiamoci le mani. Sporchiamocele dell&#8217;altro e della nostra vita. Viva la rivoluzione. Sempre.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/mauriziomequio.wordpress.com/570/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/mauriziomequio.wordpress.com/570/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/mauriziomequio.wordpress.com/570/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/mauriziomequio.wordpress.com/570/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/mauriziomequio.wordpress.com/570/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/mauriziomequio.wordpress.com/570/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/mauriziomequio.wordpress.com/570/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/mauriziomequio.wordpress.com/570/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/mauriziomequio.wordpress.com/570/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/mauriziomequio.wordpress.com/570/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/mauriziomequio.wordpress.com/570/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/mauriziomequio.wordpress.com/570/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/mauriziomequio.wordpress.com/570/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/mauriziomequio.wordpress.com/570/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mauriziomequio.wordpress.com&amp;blog=2246694&amp;post=570&amp;subd=mauriziomequio&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Qualcosa di inutile per cui vale la pena vivere</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 23:22:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauriziomequio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Girarsi e non vedere l&#8217;orizzonte. Sentirsi soffocare da palazzi grigi e cemento. Un coperchio di modernità e ancora spaesamento. “E&#8217; difficile vivere in Italia”, a dirlo sono i ragazzi, che in attesa dei loro documenti iniziano ad affacciarsi su Roma. Dalla folla in autobus alle risse dei nostri programmi televisivi. Le urla dei loro coetanei&#160;&#8230; <a href="http://mauriziomequio.wordpress.com/2011/11/11/qualcosa-di-inutile-per-cui-vale-la-pena-vivere/">Read&#160;more</a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mauriziomequio.wordpress.com&amp;blog=2246694&amp;post=566&amp;subd=mauriziomequio&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Girarsi e non vedere l&#8217;orizzonte. Sentirsi soffocare da palazzi grigi e cemento. Un coperchio di modernità e ancora spaesamento. “E&#8217; difficile vivere in Italia”, a dirlo sono i ragazzi, che in attesa dei loro documenti iniziano ad affacciarsi su Roma. Dalla folla in autobus alle risse dei nostri programmi televisivi. Le urla dei loro coetanei e gli atteggiamenti snob degli adulti. Dopo tante derive e tanti approdi, come non spaventarsi di fronte al paese delle ipocrisie. I loro amici sono trattenuti sui barconi, loro lottano per non essere respinti. In stand by. Tra sguardi indiscreti, regole, sorveglianze e punizioni. Indici puntati alternati a tanta indifferenza. Sorrisi spenti e pochi bambini. Un Paese anziano, senza verde e con pochi animali. Fitto di non luoghi e di rumori. Dove possiamo ancora stare bene?</p>
<p> Ho contattato Marcello e abbiamo pensato al Maxxi. Noi due e i ragazzi dentro uno dei musei più affascinanti di Roma. Tra le opere contemporanee degli “artisti poveri” nostrani, la mostra sui movimenti pittorici indiani dell&#8217;ultimo secolo, le sculture concettuali e la grande architettura moderna. Un percorso in un luogo altro, dove è ancora possibile pensare. Godere di qualcosa. Soffermarsi su un colore, su un odore, su un suono, su una parola. “Sapete cosa è l&#8217;arte?”. Sidigo, che già una volta mi aveva ripreso perché gli avevo chiesto se nel suo paese c&#8217;era la pioggia, mi fa: “Sì, certo, è l&#8217;artigianato. Perché dovremmo non saperlo?”. Gli rispondo che il concetto d&#8217;arte in Occidente è leggermente diverso. Ci imbarchiamo in una discussione interessante quanto complicata. Zini chiede se tutti possono fare oggetti d&#8217;arte. Io semplifico spiegando che non tutto ciò che è fatto dall&#8217;uomo è arte e spiego che per l&#8217;Accademia gli artisti veri e propri sono pochi. Sono come i campioni nel calcio. I gregari e quelli bravini sono degli artigiani. Ma non basta, i ragazzi capiscono che di fronte non avranno dei Caravaggio, ma qualcos&#8217;altro. E allora: “Per voi qual è la differenza tra un opera d&#8217;arte e una maglietta lavorata a mano?” Io e Marcello: “La maglia serve a qualcosa, a coprirsi. I vasi servono per i fiori, i piatti per mangiare, l&#8217;opera d&#8217;arte non serve a niente. Se non a pensare, a stare bene. Ci sono quadri che ti colpiscono e sono dunque opere d&#8217;arte, altri che non ti colpiscono e non sono opere d&#8217;arte. Detto questo le opere d&#8217;arte non hanno utilità pratiche evidenti”. Appena entrati i ragazzi sono invasi da un senso di leggerezza, come se camminassero sulle nuvole. Sono stupiti da ogni cosa e provano il piacere della scoperta. Assecondano le loro curiosità. Si muovono cercando le pareti, sbirciando oltre le cornici e non staccando gli occhi dalle tele. Ridono, volano via. Per un&#8217;ora sono lontano dalle sofferenze del passato e dalle ombre dell&#8217;oggi. Abitano le installazioni, occupano le sale del Museo. Lo fanno con i loro corpi, con le loro presenze. Incontriamo opere che accarezzano, opere che pungono e altre che ci/li rappresentano. C&#8217;è una scultura di un uomo che si porta sulle spalle una casa. “Come noi”. Ed io: “ Dopo un po&#8217; che cammini deve essere pesante”. Milo prima sorride poi: “Alcuni dicono che ognuno deve stare nella propria casa nel proprio paese, invece è bello pensare che ognuno possa trovare una casa in ogni paese”. Alcuni cercano di eludere gli addetti alla sicurezza per registrare, rubare un ricordo, per loro avere una fotografia all&#8217;interno del Museo è molto importante. Vogliono inviarla ai loro amici. Di fronte ad un dipinto che ritrae una donna di spalle con un abito bianco e una corda come cinta, Sogoba rivede il rito funebre del suo villaggio in Guinea, con tenerezza ci racconta come viene restituito splendore al morto. Viene lavato, cosparso di profumi e vestito di bianco. Come se dovesse sposarsi. Viene festeggiato e sepolto. Poi ci chiede se è vero che noi mettiamo i morti nelle bare e poi nei muri e dice che gli dispiace per i nostri cari. Tra camion fatti di palline d&#8217;acciaio, vecchie macchine da scrivere colorate e barattoli di latta contenenti schermi al plasma, i ragazzi vivono bene, stanno bene. Una condizione che conosco, che spesso dimentico. Che cerco di continuo. Ed è così che una volta usciti dal museo, ne sentiamo già la nostalgia. “Possiamo tornare?”. Ed io “Dobbiamo”. Ho la piccola convinzione che i ragazzi abbiano capito di aver assaporato qualcosa di inutile, di insensato, ma di irrinunciabile. Qualcosa in più per cui valga la pena vivere.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/mauriziomequio.wordpress.com/566/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/mauriziomequio.wordpress.com/566/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/mauriziomequio.wordpress.com/566/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/mauriziomequio.wordpress.com/566/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/mauriziomequio.wordpress.com/566/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/mauriziomequio.wordpress.com/566/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/mauriziomequio.wordpress.com/566/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/mauriziomequio.wordpress.com/566/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/mauriziomequio.wordpress.com/566/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/mauriziomequio.wordpress.com/566/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/mauriziomequio.wordpress.com/566/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/mauriziomequio.wordpress.com/566/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/mauriziomequio.wordpress.com/566/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/mauriziomequio.wordpress.com/566/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mauriziomequio.wordpress.com&amp;blog=2246694&amp;post=566&amp;subd=mauriziomequio&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Come fossero sbarre di una prigione</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 17:35:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauriziomequio</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono le otto, abbiamo appena terminato di distribuire la cena. Il mio turno è finito. Sentiamo urlare dall&#8217;ufficio. E&#8217; in atto una protesta, cinque ragazzi, in attesa che si sblocchi la situazione relativa ai loro documenti, hanno deciso di manifestare il proprio dissenso. Uno dice che non uscirà da quella stanza fino al giorno in cui avrà il permesso di soggiorno, gli altri dicono di avere paura, lo fanno in diversi modi, con diversi linguaggi. Alcuni teneramente, con le lacrime agli occhi: “tra poco abbiamo 18 anni, e allora? Allora saremo clandestini. Dovremo lasciare il centro e tornare in Egitto”. Altri con violenza, uno si attacca con l&#8217;operatore di turno. Petto a petto, l&#8217;utente all&#8217;operatore: “Risolviamo la faccenda qui fuori”. Li divido, prendo da parte il ragazzo, gli prendo la mano, lo invito a guardarmi negli occhi e lo abbraccio. Lui respira forte e mi dice: “E&#8217; difficile!”. Io gli faccio l&#8217;occhiolino e “stai tranquillo, chiameremo il comune nuovamente. L&#8217;importante ora è non fare stupidaggini”. Dopo trenta minuti la situazione sembra volgere alla calma. Sono un&#8217;ora fuori dal mio turno. Saluto tutti. Saluto anche Selo, un ragazzo del Sudan. E&#8217; appoggiato alla ringhiera. Il suo saluto è spento. E&#8217; sordo, appena pronunciato. Mi avvicino: “Selo cosa hai?”. E lui: “ avevo chiesto di uscire domani mattina, ma la responsabile mi ha detto che non posso. Io la capisco, ma per me è importante”. Mentre parla gli occhi si chiudono per qualche secondo e il suo corpo sembra cedere, appoggiandosi di botto alla ringhiera. Aggrappandovisi, come fossero sbarre di una prigione. “Selo, se è così importante una soluzione la possiamo trovare, posso chiamare la responsabile e spiegarle la situazione”. E lui: “No, io rispetto la responsabile”. Il suo corpo sembra rimbalzare per poi attaccarsi a me, stringermi forte. “Selo, sei libero di fare quello che vuoi domattina, ci penso io all&#8217;autorizzazione. Selo, Selo!” Lo porto in ufficio, lo faccio sedere sul divano. Il ragazzo perde i sensi, il suo corpo ha dei movimenti incontrollati, dei piccoli scatti, prima le gambe, poi i piedi, il suo respiro va veloce, il suo cuore di più. Gli occhi chiusi, il sudore. L&#8217;ambulanza non arriva. Passano altri venti lunghi minuti e lui steso, in questo mondo, con la testa che scoppia. Selo è un ragazzo timido, educato, dolce. Ama l&#8217;italiano e quando si presenta dice sempre: “Sono un bambino, tu hai figli?” Fa impressione la sua purezza, contrasta col suo fisico e forse con la sua storia. Dimostra più anni di quelli che dice di avere, diciassette. Anche il suo è stato un viaggio difficile, la Libia, le rivolte, gli sfruttamenti, il mare, hanno filtrato le sue speranze e ridotto, se non cancellato, distrutto, i suoi legami familiari. Arrivata l&#8217;ambulanza, il ragazzo esce in barella, ancora privo di sensi. Tutti gli utenti sono preoccupati, alcuni pensano che sia morto. Vorrebbero seguire a piedi l&#8217;ambulanza. Li convinciamo ad attendere. “Io vado con lui, poi vi chiamo e vi aggiorno”. Spiego ai dottori che il ragazzo segue una terapia per la depressione. La notte si fa fonda e poi si fa silenziosa. Dopo più di 6 ore apre bene gli occhi, verso le 4 e mezza. Mi segue, mi risponde con la testa, ma non riesce ancora a parlare. E&#8217; una comunicazione strana, quella che si instaura tra di noi. Ma necessaria, è lui che mi fa capire con le lacrime, con la testa e con i mezzi sorrisi che vuole che io parli. E come un auditel della vita, sceglie i miei discorsi, sceglie le mie parole, guida il mio francese. Capisco che lui sa che quello che lo fa star male, è il ricordo del suo passato. Un ricordo vivo, a cui vorrebbe rinunciare. Ma non ci riesce. Mi fa arrivare con le smorfie, e mi conferma poi con dei cenni, che dimenticare quello che ha passato significa anche dimenticare la sua famiglia. Guarda il soffitto e si gira solo se smetto di parlare. Non so come, ma mi confida che aveva chiesto di uscire perché voleva andare da solo in ospedale. Si vergognava a dirci che stava ancora male, nonostante le nostre cure, nonostante le medicine. Mi spiega che non è convinto dei farmaci che assume, che secondo lui non funzionano perché non annullano i brutti pensieri. Mi alzo in piedi. Lo guardo dall&#8217;alto: “Sei bravo, giovane, le medicine ti possono aiutare, ma sei tu che devi continuare a lottare. Per svuotare la tua testa delle cose brutte pensa alle cose belle. Rischia. Pensa all&#8217;oggi. Sei in Italia e in poco tempo hai già imparato un po&#8217; la nostra lingua, la nostra cultura. Hai tanti amici al centro. Gli altri utenti ti rispettano, ti stimano. E poi&#8230; poi se non ti accontenta l&#8217;oggi guarda oltre. Pensa al domani e cerca di pensare sempre cose belle. Riempi di sogni il domani. Riempi di sogni la tua testa. Così troverai tanta forza. Ce la puoi fare. Ce la farai”. Mi rimetto seduto, lui continua a guardare in alto, l&#8217;ennesima lacrima gli corre sul viso.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/mauriziomequio.wordpress.com/562/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/mauriziomequio.wordpress.com/562/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/mauriziomequio.wordpress.com/562/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/mauriziomequio.wordpress.com/562/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/mauriziomequio.wordpress.com/562/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/mauriziomequio.wordpress.com/562/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/mauriziomequio.wordpress.com/562/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/mauriziomequio.wordpress.com/562/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/mauriziomequio.wordpress.com/562/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/mauriziomequio.wordpress.com/562/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/mauriziomequio.wordpress.com/562/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/mauriziomequio.wordpress.com/562/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/mauriziomequio.wordpress.com/562/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/mauriziomequio.wordpress.com/562/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mauriziomequio.wordpress.com&amp;blog=2246694&amp;post=562&amp;subd=mauriziomequio&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;odore dell&#8217;opera. Una prima visione privata</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 17:31:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauriziomequio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diario dalla terra]]></category>

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		<description><![CDATA[Sapevamo fosse finito, ma aspettavamo l&#8217;accensione delle luci dopo la solita prima visione privata. Solo allora, quando ti giri verso i tuoi amici, quelli che qualcosa di cinema la mandano giù, ti rendi conto se è il caso di riprendere il montaggio da capo o se sei libero di mettere i titoli di coda. Ieri&#160;&#8230; <a href="http://mauriziomequio.wordpress.com/2011/11/04/lodore-dellopera-una-prima-visione-privata/">Read&#160;more</a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mauriziomequio.wordpress.com&amp;blog=2246694&amp;post=560&amp;subd=mauriziomequio&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sapevamo fosse finito, ma aspettavamo l&#8217;accensione delle luci dopo la solita prima visione privata. Solo allora, quando ti giri verso i tuoi amici, quelli che qualcosa di cinema la mandano giù, ti rendi conto se è il caso di riprendere il montaggio da capo o se sei libero di mettere i titoli di coda. Ieri eravamo tesi, di questa serata ne avevamo parlato tanto durante gli ultimi incontri in laboratorio. I ragazzi erano talmente soddisfatti di questo lavoro che lo avrebbero difeso a spada tratta, argomentando la scelta di ogni singola inquadratura. Ci sono entrati talmente dentro da innamorarsi delle scene leggermente mosse, dei fuori onda, dei tagli e dei ritagli, dei suoni di sottofondo e delle loro voci. Poi i colori e le luci. Io come al solito ero il più insicuro e non essendo facile nascondere le proprie debolezze in certi contesti, ero anche agitato. E&#8217; qui, proprio alla fine di un progetto che ti accorgi se hai lavorato bene, oltre il prodotto. Ti accorgi se sei meno solo, se quel che hai fatto è solo tuo oppure si può definire un&#8217;esperienza condivisa, collettiva. E noi abbiamo lavorato bene: siamo un gruppo, non un semplice laboratorio di cortometraggi della Asl Rme. Allora giù la maschera, a cosa serve nascondere il proprio imbarazzo, la propria paura per il giudizio del pubblico? A niente. Ho smesso presto di farlo, subito dopo aver collegato i cavi del proiettore. Come era già accaduto a Marsiglia, alla proiezione in Teatro del nostro “Zehien”, il gruppo mi ha sorretto. Mostrandosi forte di sé, soddisfatto del proprio lavoro. A prescindere dai pregiudizi e dai giudizi a posteriori. Un gioco delle parti paradossale, io, il conduttore, che mi mostro debole, loro invece che con la loro energia mi ribadiscono che è l&#8217;esperienza, l&#8217;incontro che avviene in fase di progettazione e di realizzazione che dà quel qualcosa in più. A noi, ma anche all&#8217;opera. O meglio, a noi come opera. L&#8217;incontro modifica, oltre gli studi, oltre la tecnica, oltre la sceneggiatura&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I nostri amici sono rimasti spiazzati, alcuni sconvolti. Il film è piaciuto. Molto. All&#8217;unisono lo hanno definito “carne viva”. Il lavoro è stato portato avanti assieme ad un giovane artista contemporaneo, Mario Mei, che ci ha accolto all&#8217;interno di una sua idea. Abbiamo tentato di attraversare un processo creativo ed infine collaborato alla costruzione di un quadro. Le tracce impresse nel supporto audio e video ne rappresentano l&#8217;odore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ora ci occuperemo della produzione e della distribuzione, cercheremo di partecipare a qualche piccolo festival e di proiettarlo in qualche sala.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/mauriziomequio.wordpress.com/560/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/mauriziomequio.wordpress.com/560/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/mauriziomequio.wordpress.com/560/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/mauriziomequio.wordpress.com/560/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/mauriziomequio.wordpress.com/560/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/mauriziomequio.wordpress.com/560/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/mauriziomequio.wordpress.com/560/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/mauriziomequio.wordpress.com/560/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/mauriziomequio.wordpress.com/560/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/mauriziomequio.wordpress.com/560/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/mauriziomequio.wordpress.com/560/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/mauriziomequio.wordpress.com/560/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/mauriziomequio.wordpress.com/560/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/mauriziomequio.wordpress.com/560/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mauriziomequio.wordpress.com&amp;blog=2246694&amp;post=560&amp;subd=mauriziomequio&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Rifugiato nello stato di malato</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 15:35:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauriziomequio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diario dalla terra]]></category>

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		<description><![CDATA[Nomoko oggi è triste. Va e viene dal dottore. Non accetta diagnosi leggere. Afferma con gli occhi rossi e tanta rabbia di essere malato. Minaccia di portare la guerra dentro al Centro, dà una spinta a un&#8217;operatrice, manda a quel paese i suoi compagni e si va a chiudere nella sua stanza&#8230; Nomoko è tanto intelligente quanto sensibile e delicato.&#160;&#8230; <a href="http://mauriziomequio.wordpress.com/2011/11/03/rifugiato-nello-stato-di-malato/">Read&#160;more</a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mauriziomequio.wordpress.com&amp;blog=2246694&amp;post=556&amp;subd=mauriziomequio&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nomoko oggi è triste. Va e viene dal dottore. Non accetta diagnosi leggere. Afferma con gli occhi rossi e tanta rabbia di essere malato. Minaccia di portare la guerra dentro al Centro, dà una spinta a un&#8217;operatrice, manda a quel paese i suoi compagni e si va a chiudere nella sua stanza&#8230;</p>
<p>Nomoko è tanto intelligente quanto sensibile e delicato. Tanto Forte quanto debole. Ha voglia di fidarsi di qualcuno e una paura così grande che gli impedisce di farlo. Una paura che lo isola, lo disillude di ogni momento di gioia. Questo spiega il perché passa dallo stare bene con gli altri al negarsi agli altri, dal voler condividere sorrisi con gli operatori al cercare lo scontro con loro. Afferma di non avere una famiglia e di essere convinto di non poterla avere nemmeno in futuro. Ha paura di morire, lo ripete sempre, e dice anche di avere paura di non essere mai esistito. Chiede: “Chi si ricorderà di me? Chi si interesserà di quello che ho vissuto?”. Sente sulla sua pelle un peso di cui non riesce a disfarsi, a differenza di altri ragazzi non riesce a liberarsi del suo passato. Questa condizione gli toglie lucidità, speranze, ma al contempo è una condizione plausibile per quella che è la sua storia, per il passaggio che sta compiendo. Dice di aver vissuto degli anni in Libia e che questo è il suo primo viaggio in Europa. L&#8217;impatto con una cultura diversa lo sta travolgendo. La sua intelligenza, sopra la media, può trarre in inganno, probabilmente non è così uomo di mondo come sembra. O meglio lo è perché ha sofferto molto, ha preso bastonate e ha visto la violenza. L&#8217;ha vista vicino. Molto vicino. Non ha confidenza però con ospedali, dottori e Cpa. Non ha più confidenza con le cose belle del mondo, primo tra tutti il relazionarsi con l&#8217;altro per incontrarlo, conoscerlo, conquistarlo come amico. Qui Nomoko è chiamato a fare il salto, a riscoprire se stesso, a tirar fuori il coraggio, a costruire un ponte verso il mondo esterno. A riprendere a credere nella sua vita. Lo abbiamo visto buttarsi dalla finestra, lo abbiamo visto sindacare sul cibo, sulle prescrizioni dei dottori, ma lo abbiamo visto anche scherzare con gli altri. Preparare il tè per loro, giocarci a pallone, invitarli a cantare le canzoni del Mali davanti a Youtube. Il blocco è sempre dietro l&#8217;angolo, Nomoko si è imposto che più di tanto lui non può stare bene e allora si ritira indietro. Lo ha fatto con alcuni operatori, lo ha fatto con i suoi compagni, probabilmente lo ha fatto anche con alcune terapie. Possiamo chiederci quanto sia pericoloso averlo in struttura, ma non credo sia poi così interessante. Almeno per me. Possiamo chiederci perché lo fa e cosa possiamo fare noi. Lo fa perché c&#8217;è qualcosa del suo passato che è ancora presente, che deve riuscire a riavvolgere. Per farlo deve forse rielaborarlo oppure metterlo via, per sempre, quasi annullarlo. Probabilmente è qualcosa di veramente brutto, ma che ha a che fare con la sua identità, con la sua famiglia, con la sua essenza. Non ne ho idea. Probabilmente ha bisogno di un supporto psicologico, forse di una terapia psicologica (secondo me non psichiatrica) con il supporto e la presenza del mediatore interculturale. Noi, noi operatori cosa possiamo fare? Io credo che il nostro lavoro ci chiami sempre a tendere la nostra mano. Una mano che non stringe l&#8217;altro, non lo afferra, se questo non vuole. Una mano tesa, sempre, costantemente, pazientemente. Come a dire io sono qui, sono qui con te. Se tu vuoi mi puoi abbracciare. Fidati di me. Ti posso ascoltare, mi puoi parlare. Mi soffermo infine sugli atti più dolorosi di questa vicenda. Nomoko che va alla polizia e denuncia il Centro di non curarlo, Namako che spinge un&#8217;operatrice, Nomoko che dice bugie. Sono le sue debolezze, i suoi cortocircuiti. Cortocircuiti d&#8217;amore, di speranza, di fiducia. Nomoko sa di sbagliare, è per questo che poi nega, che poi confonde la realtà con i suoi pensieri, che si chiude in uno condizione che per lo meno gli dà delle giustificazioni. Si è rifugiato nello stato di malato. E facciamoci caso, non è codardia, è un atto di rassegnazione durante il quale non condanna gli altri, ma si auto-punisce. Ha sofferto per colpe altrui e si convince di soffrire per qualcosa che è dentro di sé (un&#8217;infezione, una calcificazione o che ne so). Se rimprovera noi perché non guarisce, non ci sta realmente giudicando, forse è uno strano balbettio di richiesta d&#8217;aiuto. Forse è solo paura. Paura di morire? No, di restare solo. Di restare solo. Molti dicono che sia pazzo. Io continuo a credere che non lo sia. E che è nostro dovere continuare a tenergli tesa la mano. Non saremo psicologi, non saremo degli amici, ma siamo degli incontri. Solo il terreno della relazione umana permette di creare nuovi segni e di rileggere le tracce del proprio passato.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/mauriziomequio.wordpress.com/556/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/mauriziomequio.wordpress.com/556/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/mauriziomequio.wordpress.com/556/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/mauriziomequio.wordpress.com/556/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/mauriziomequio.wordpress.com/556/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/mauriziomequio.wordpress.com/556/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/mauriziomequio.wordpress.com/556/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/mauriziomequio.wordpress.com/556/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/mauriziomequio.wordpress.com/556/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/mauriziomequio.wordpress.com/556/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/mauriziomequio.wordpress.com/556/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/mauriziomequio.wordpress.com/556/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/mauriziomequio.wordpress.com/556/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/mauriziomequio.wordpress.com/556/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mauriziomequio.wordpress.com&amp;blog=2246694&amp;post=556&amp;subd=mauriziomequio&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>La foresta oltre la moschea</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 15:02:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauriziomequio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Non so cosa possono pensare di un cristiano che entra in moschea!”, questo mi ha detto un collega. Io ho deciso di accompagnarli perché è poco che sono arrivati a Roma e mostrargli un luogo altro rispetto ai centri di accoglienza, alle ambasciate e ai vari commissariati di polizia significa dirgli “c&#8217;è qualcosa che può&#160;&#8230; <a href="http://mauriziomequio.wordpress.com/2011/10/29/la-foresta-oltre-la-moschea/">Read&#160;more</a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mauriziomequio.wordpress.com&amp;blog=2246694&amp;post=501&amp;subd=mauriziomequio&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Non so cosa possono pensare di un cristiano che entra in moschea!”, questo mi ha detto un collega. Io ho deciso di accompagnarli perché è poco che sono arrivati a Roma e mostrargli un luogo altro rispetto ai centri di accoglienza, alle ambasciate e ai vari commissariati di polizia significa dirgli “c&#8217;è qualcosa che può aiutarvi a rimettere insieme dei pezzetti delle vostra identità. Un luogo dove potete sentirvi realmente a casa. Realmente voi stessi”. I ragazzi mi hanno chiesto di entrare insieme, di pregare con loro. Non gli è importato di rinunciare alla “preghiera grande” dell&#8217;una (non sarebbe stata compatibile con i miei turni di lavoro negli altri centri). Oltretutto per colpa degli autobus e del traffico dovuto all&#8217;apertura di Trony a Ponte Milvio, una volta scesi dal 320 abbiamo iniziato a correre. Sembravamo otto idioti. Otto idioti sorridenti che si scambiavano la testa della corsa. La meta era la preghiera delle 15 e 48. I ragazzi sbalorditi, vedevano avvicinarsi la costruzione e più eravamo vicini, più si rendevano conto di quanto la Moschea fosse grande. E&#8217; la più grande d&#8217;Europa. Mailo mi prende la mano: “Io ho studiato il corano, sono imam, come un prete. Dirigo i canti quando preghiamo insieme al centro. Non avere paura, ti spiegherò tutto quello che devi fare”. Insieme a lavarci, con gentilezza e amore. Mi hanno accolto vicino e mi hanno guidato nei vari passaggi: “tre volte le mani, la bocca&#8230; Così”. Qualche sorriso, una pacca sulla spalla e di nuovo di corsa, fino alla sala. Sidiba si raccomanda: “spegni il cellulare e togliti le scarpe”. Sono felicissimi e lo sono anche perché ci sono io. Le emozioni si susseguono, cerco di imitare le loro mosse, di godermi l&#8217;atmosfera, partecipo. Ho la spalla sinistra che sfiora Mailo e quella destra che sfiora Mudo. Poi usciamo, loro scambiano parole con gli altri fratelli e poi mi fanno i complimenti. “Solo una cosa: la fronte deve toccare per terra”. E poi tante risate. Io ringrazio loro e loro me. Il prossimo venerdì torneranno in moschea da soli e porteranno altri ragazzi del centro. Mentre aspettiamo l&#8217;autobus sono incuriositi dal piccolo parco di fronte alla moschea. Toumbara e Brema non escono spesso, pur se autorizzati preferiscono restare al centro, hanno paura di perdersi. Timidamente mi domandano: “quella è una foresta?”. Gli dico: “non proprio, è un piccolo parco”. E loro: “In Mali ci sono foreste grandi e animali pericolosi. Le foreste sono belle, ma mettono paura. Ci sono alberi grandi, più grandi dei palazzi”. E poi: “Roma è grande, ha una grande moschea, ma una foresta molto piccola”.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/mauriziomequio.wordpress.com/501/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/mauriziomequio.wordpress.com/501/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/mauriziomequio.wordpress.com/501/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/mauriziomequio.wordpress.com/501/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/mauriziomequio.wordpress.com/501/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/mauriziomequio.wordpress.com/501/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/mauriziomequio.wordpress.com/501/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/mauriziomequio.wordpress.com/501/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/mauriziomequio.wordpress.com/501/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/mauriziomequio.wordpress.com/501/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/mauriziomequio.wordpress.com/501/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/mauriziomequio.wordpress.com/501/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/mauriziomequio.wordpress.com/501/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/mauriziomequio.wordpress.com/501/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mauriziomequio.wordpress.com&amp;blog=2246694&amp;post=501&amp;subd=mauriziomequio&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Indigenti a discrezione</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Oct 2011 16:26:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauriziomequio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diario dalla terra]]></category>

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		<description><![CDATA[Piove a Roma e la città sprofonda nel panico. Parto alle 8 e 30 con Makaro e Aman, alla ricerca di un &#8220;medico Stp&#8221;. Un semplice dottore generico che possa prescrivere visite specialistiche ai richiedenti asilo minorenni. Un semplice dottore irrintracciabile, un medico di famiglia per chi la famiglia non ce l&#8217;ha, un dott. per&#160;&#8230; <a href="http://mauriziomequio.wordpress.com/2011/10/26/indigenti-a-discrezione/">Read&#160;more</a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mauriziomequio.wordpress.com&amp;blog=2246694&amp;post=499&amp;subd=mauriziomequio&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Piove a Roma e la città sprofonda nel panico. Parto alle 8 e 30 con Makaro e Aman, alla ricerca di un &#8220;medico Stp&#8221;. Un semplice dottore generico che possa prescrivere visite specialistiche ai richiedenti asilo minorenni. Un semplice dottore irrintracciabile, un medico di famiglia per chi la famiglia non ce l&#8217;ha, un dott. per chi al posto del codice fiscale ha un pezzettino di carta con un seriale denominato Stp. L&#8217;unità dipartimentale di riferimento ci avvisa che nella zona non ci sono più dottori che offrono questo servizio, ci spostiamo nell&#8217;unità più vicina, ma incontriamo un cuore di ghiaccio. Un uomo che non intende ricevere i ragazzi, non li vuole visitare perchè fuori dal loro territorio di appartenenza. Lo dice chiaramente: &#8220;dovete fare riferimento soltanto alla vostra unità, se lì non c&#8217;è nessuno che vi possa aiutare allora andate a farvi visitare a pagamento, come fanno gli italiani&#8221;. Parlo con la direzione, spiego che essere assistiti è un loro diritto e così vengono visitati, ma il medico non vuole prescrivere nulla. &#8220;Questi ragazzi per me non sono indigenti, è una mia valutazione, perciò devono pagare senza alcuna esenzione&#8221;. Gli mostro il documento che prova la loro indigenza e lui: &#8220;Poi lei cosa vuole, cosa ci sta a fare qui? I ragazzi non hanno bisogno di lei&#8221;. Spiego che  ho la delega del tutore e che l&#8217;esenzione x01 è un loro diritto. Minaccio di tornare in amministrazione. Lui si pettina la frangia alla Sgarbi e ancora: &#8220;E&#8217; a discrezione del medico, per me non sono indigenti. Sono come noi italiani. Potete andare via&#8221;. Poi arriva un signore della Direzione e media, mi invita a farmi prescrivere le visite senza esenzioni, spiegandomi che poi in fase di prenotazione, presentando gli stessi documenti, i ragazzi sarebbero stati esentati. Dicendo ai ragazzi, spaventati, che non tutti i dottori italiani sono uguali. Usciamo, prendiamo un cappuccino, ho le lacrime di rabbia agli occhi e e Makaro mi fa: &#8220;Nessun problema, il passato è passato. Non pensare a quello che è successo poco fa. E&#8217; finito. Guarda avanti. Dimentica: è per la salute&#8221;.</p>
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