Archivio per la categoria ‘società’

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Dal Molin, respinto il ricorso Codacons. Consiglio di Stato: sì alla base. Vicenza: “Ora, al referendum”

Agosto 28, 2008

Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione
Non c’è pace a Vicenza. La IV sezione del Consiglio di Stato ha ribadito il suo “Sì Dal Molin”, respingendo il ricorso presentato dalla Codacons per la revoca dell’ordinanza del 29 luglio scorso. «Non è sufficiente la dimostrazione di un danno grave ma è necessaria la sussistenza di elementi di fondatezza in diritto della istanza stessa; la necessaria presenza di tali elementi nella fattispecie è stata già vagliata ed esclusa», così i giudici hanno ribadito il via libera alla realizzazione del raddoppio della base americana sul territorio veneto. Non si arrende l’associazione dei consumatori, ma soprattutto non lo fa la cittadinanza. Carlo Rienzi, presidente della Codacons, si dichiara moderatamente soddisfatto: «Nonostante tutto sono emerse due cose positive: è stato precisato che la sentenza del Consiglio di Stato non è vincolante per il Tar del Veneto, che il prossimo 8 ottobre sarà libero di emettere una decisione finale in merito. Potrebbe anche annullare le autorizzazioni concesse e disporre il blocco per la costruzione della base. Poi è stata rettificata parte della precedente ordinanza. E’ stato detto che la consultazione popolare non è vietata, ma prevista dalle leggi europee». Gli abitanti di Vicenza puntano tutto sul referendum del prossimo 5 ottobre: «L’importante è che prima della consultazione non venga toccato un filo d’erba – afferma Marco Palma del comitato No Dal Molin -. Non deve muoversi nemmeno una ruspa. E’ una questione di diritto e di rispetto nei confronti di tutti i cittadini. Il sindaco ci ha assicurato che farà il massimo affinché le date del 5 e dell’8 saranno rispettate dagli americani. Se i cantieri aprissero prima, la prenderemmo come una dichiarazione di guerra, calerebbe il gelo e si solleverebbe una grave questione di dignità politica». Gli americani avrebbero annunciato come imminente l’inizio di alcuni lavori: «Verranno buttati giù degli edifici storici che potevano essere recuperati per fini sociali. Si sta cercando di minare il significato del referendum. Dal 3 al 14 settembre si svolgerà la seconda edizione del No Dal Molin Festival, sarà l’avvio della campagna referendaria. Da una parte concerti, spettacoli e conferenze per continuare il nostro lavoro di sensibilizzazione e allargare il confronto, dall’altra la certezza di essere sempre pronti ad intervenire. Pacificamente, ma con la forza di tutte le diverse voci che caratterizzano il nostro movimento». Emilio Franzina, consigliere provinciale del Prc, definisce «assurda» la storia della base: «Alla radice di tutto c’è una decisione presa a voce dal vecchio governo Berlusconi, poi confermata sempre a voce dal governo di Romano Prodi. Si fa riferimento al trattato del 1954 che prevedeva 8 basi americane in Italia e nessuno dice che questa in realtà sarebbe la nona. Non si può credere che sia un semplice ampliamento. L’informazione, soprattutto quella locale, ha falsificato la realtà». Sul problema ambientale: «Sono nei pressi del centro idrico che dà acqua ai 700mila abitanti della provincia. L’ok ai lavori comporterebbe un aumento dei consumi pari al 30%. E’ ovvio che i militari non ne farebbero un uso “casalingo”. Che succederà quando tutti ci chiederemo: “cosa sta capitando all’acqua che beviamo?”». E sugli appuntamenti di ottobre: «Credo ancora che la maggioranza della popolazione sia contraria alla base, ma avverto una situazione meno favorevole rispetto a prima. L’opposizione è e resta popolare. Occorrerà riprenderci i voti della Lega». Altra storia quella americana: «A loro -conclude Franzina – non conviene aspettare. Ascoltare il parere della gente li può far trovare male». Imperterriti, gli Usa, avrebbero già consegnato la zona di demanio militare alle cooperative appaltatrici dei lavori…

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Termoli, la versione dell’ambulante secondo il comune. Il sindaco: «Le violenze? Una bufala». E le foto?

Agosto 27, 2008

Di Maurizio Mequio pubblicato su Liberazione

Abdul “costretto” a smentire: “I vigili non mi hanno toccato”


«E’ stata solo una bufala. Non c’è stata nessuna violenza sul ragazzo del Bangladesh. Ora si dovrà tutelare l’onorabilità dei nostri vigili», questa la posizione del primo cittadino di Termoli, Vincenzo Greco, sui gravi fatti di sabato notte. Con una dichiarazione “spontanea” di Abdul Zainal si è tentato di mettere fine alle polemiche: «Non sono stato né strattonato né malmenato dagli agenti di polizia municipale, e gli stessi non mi hanno messo di forza nel portabagagli dell’auto di servizio, anzi preciso che sono stato accompagnato negli uffici della polizia stando seduto sul sedile posteriore». Non conterebbero nulla le decine e decine di testimonianze fornite dalla cittadinanza. «Glielo hanno fatto dire. Le fotoshock che girano sul web sono state scattate dai passanti con i loro cellulari, non sono dei fotomontaggi. Parlano da sole», afferma Marcella Assunto, la prima persona a denunciare il fatto ai giornali. «Mio figlio ha visto tutto, era indignato. E come lui, lo è tutta la città. Sabato, lungo il corso c’erano un centinaio di persone. Un ragazzo si è fatto avanti, dicendo di essere un avvocato, altri hanno protestato, strillato. Qualcuno avrà anche esagerato, avrà detto delle parolacce, ma quel che è successo resta inaccettabile». Il figlio 18enne ha raccontato che «Il bengalese aveva il permesso di soggiorno, ma non la licenza di ambulante. Ha visto avvicinare i vigili, ha raccolto in fretta la merce. Si è aggrappato a qualcosa, piangeva. Piangeva, ma non faceva nulla di male. E’ stato trascinato e poi hanno tentato di caricarlo nel portabagagli. Un episodio brutale, carico di violenza. Quella notte non siamo riusciti a dormire». Gli agenti hanno presentato una loro autodifesa: «L’uomo è scivolato a terra mentre cercava di fuggire dai controlli. Gli abbiamo chiesto i documenti e lui ha risposto di non averli con sé. Allora ha cominciato a chiedere aiuto. Le persone si sono avvicinate perché attirate dalle urla del venditore». Italo Di Sabato dell’Osservatorio sulla repressione ha commentato: «Certe dichiarazioni non dicono niente. Sembrano quelle dopo l’irruzione alla Diaz. Sono come i comunicati di De Gennaro quando ha negato le violenze di Bolzaneto e del corteo. Abdul è una persona in difficoltà, non ha possibilità di replica. Cosa doveva dire? Potrebbe essere sotto il ricatto del rimpatrio. Non scandalizziamoci, sarebbe un film già visto». Un dato importante, invece, è quello della mobilitazione degli abitanti: «Visto il clima che c’è oggi in Italia – continua Di Sabato -, non mi aspettavo una presa di posizione così netta. Termoli, città chiusa e borghese, ha condannato senza possibilità di appello l’operato di quei tre vigili. Ora sarà compito della giunta, per altro di centro-sinistra, far aprire un’inchiesta e sospendere gli agenti. Non possiamo andare avanti con i sindaci sceriffo e con l’idea che per le forze dell’ordine tutto sia lecito». Intanto Rocco Giacintucci, dirigente della polizia municipale, ha ammesso una parte della vicenda: «Effettivamente la gente ha preso le difese del venditore scagliandosi anche in modo aggressivo contro i vigili». Ma ha aggiunto: «Non ha capito ciò che realmente stava accadendo». Il sindaco ha fatto sapere di aver «chiesto una relazione dettagliata sull’accaduto al comando del corpo». E la procura di Larino ha aperto un fascicolo per fare chiarezza. Antonello Manocchio (Prc) è intervenuto sulla vicenda: «Abbiamo chiesto un’interrogazione urgente al sindaco. Sicuramente le versioni di polizia e comune divergono dalle evidenze delle foto, ma ancora è tutto da verificare. Il vero problema è nella fascistizzazione che sta travolgendo la società italiana. Stiamo precipitando in basso: c’è allarme per la presenza degli ambulanti e indifferenza diffusa su tutto il resto».

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Ponte Galeria, i due pastori romeni restano in prigione

Agosto 27, 2008

M.M

Restano in carcere Andrej Vasile e Paul Petre, i due romeni accusati dell’aggressione dei due turisti olandesi avvenuta nei giorni scorsi sulla via Portuense a Roma. Lo ha deciso il gip Luciano Imperiali che ha convalidato il fermo dei due stranieri, accusati di violenza sessuale, sequestro di persona, rapina e lesioni. A pentirsi è stato Andrej Vasile, 20 anni, mentre il connazionale Paul Petre, 32 anni, avrebbe negato sia di aver partecipato al raid, sia la violenza sessuale ai danni della donna. Vasile avrebbe ammesso di aver deciso l’aggressione alla coppia per rapinarli e violentare la turista. “Io tenevo bloccato il marito – avrebbe dichiarato Vasile – mentre Paul violentava la signora, successivamente è toccato a me”. Petre ha negato la circostanza sostenendo che avrebbe avuto l’intenzione di stuprare, ma che si sarebbe fermato poiché la signora olandese avrebbe riferito di essere un uomo. Una versione, quest’ultima, ritenuta contraddittoria dagli inquirenti, tanto che il gip ha comunque emesso l’ordinanza di custodia cautelare anche per il maggiore dei due romeni.

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Ponte Galeria, dove muore la città

Agosto 26, 2008

di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione
«Ognuno ha il diritto di sostare dove vuole», questa la risposta del nuovo questore romano, Giuseppe Caruso, alle polemiche di Pd e Pdl sull’aggressione ai due turisti olandesi. Alemanno li aveva definiti «imprudenti», rei di aver fermato la loro corsa in bicicletta, direzione San Pietro, in un luogo dimenticato da Dio. In aiuto del sindaco è sceso ieri il ministro degli interni Roberto Maroni: «La sicurezza non ha colore politico». Un centrodestra compatto nel rilanciare la ricetta del sorvegliare e apparire. Propone la proroga per i militari nelle città e annuncia: «Siamo solo all’inizio». Dal meeting di Comunione e Liberazione, Alemanno ha fatto sapere che oggi sarà a Ponte Galeria, nella periferia della capitale: «Ho parlato con l’ambasciatore olandese, se le condizioni di salute lo permetteranno andrò anche a trovare le vittime in ospedale». Ieri lo abbiamo anticipato. Qual è realmente la condizione di questo quartiere?
Ore 15.40, Al bar su via di Ponte Galeria, un giovane afferma: «Da queste parti ci sono tre tipi di stranieri: quelli che lavorano, quelli che spaventano e quelli del Cpt». Al benzinaio: «Ponte Galeria è un dormitorio. Il giorno non trovi nessuno, sono tutti al cantiere oppure in città. La sera qualcuno torna, ma non esce di casa. Non c’è nemmeno un pub, le uniche anime nella notte sono dei romeni ubriachi e dei ragazzi drogati.» All’incrocio tra Portuense e Via Ponte di Galeria, un signore taglia la siepe: «Alemanno, ma che vole? Sono 50 anni che sono qui, è una zona tranquilla. I problemi sono altri, c’è poca illuminazione e gli autobus per Casal Lombroso, passano a distanza di un’ora l’uno con l’altro».
Ci sono tre prostitute all’angolo, sono romene: «Abbiamo meno di venti anni, non è divertente questo lavoro. Iniziamo alle 14 e terminiamo alle tre di notte». Confidano che solitamente svolgono servizio nel casolare dove si erano rifugiati i due turisti. Arriva un uomo e loro si nascondono. Sulla Portuense, due chilometri dal semaforo e sulla destra un edificio abbandonato. C’è una macchina rossa accostata. L’abitazione è abbandonata: due sedie rotte davanti all’entrata, un materasso sporco e qualche cuscino all’interno. Vetri rotti e delle buste. Preservativi usati e dei rumori: nella parte posteriore del casolare tutto è tornato nella normalità. Più avanti altri campi e ancora prostitute. Si avvicina il solito uomo… «Lascia stare, vattene» dicono le prostitute. Boschi e ancora prostitute, fino alla sede del municipio. Qui è trafficato, ma la struttura è chiusa, c’è un cartello: «Il servizio fuori orario è sospeso».
Ripercorrendo la strada incontriamo dei ragazzi romeni, sono le 16.40: «Abbiamo terminato di lavorare». Sono muratori, uno abita a Malagrotta: «Ho moglie e figli, viviamo in una baracca, paghiamo 500 euro al mese, ma stiamo bene. La piccola va a scuola e i vicini ci chiedono sempre favori». Gli altri due a Ladispoli: «Lavoriamo qui da due settimane, partiamo la mattina alle 4 e rientriamo a casa alle 19.00». Sul lato sinistro un gregge di pecore, c’è un signore alla fermata dell’autobus: «Per fare il pastore ti pagano 15 euro al giorno, non ti devi spostare dai campi, hai da dormire e da mangiare, ma praticamente sei costretto a stare solo e a arrangiarti. Lo fa chi non ha una camera». Ore 17.00 alla stazione del treno: «Non ci sono grandi problemi, questo è un paese. Sì, qualche muratore che beve una birra, ma li conosciamo tutti». C’è un guasto sulla linea a per Fiumicino e i passeggeri sono costretti a scendere e prendere il pullman: «Chiamo subito un taxi, ho paura – afferma una signora che ha l’aereo per Parigi». Un signore guarda divertito dei ragazzi impegnati nel ruolo di tassisti abusivi: «E’ così, qui abbiamo bisogno di soldi. La zona si è quadruplicata negli ultimi dieci anni. Ora conta 10.000 abitanti». E sull’aggressione dell’altro giorno: «Si saranno fatti l’Aurelia, poi sono passati per Malagrotta e infine sono arrivati a Ponte Galeria. Avranno pensato di potersi godere la natura, ma in Italia non funziona così. Sull’Aurelia ci sono gli zingari, a Malagrotta c’è la discarica e qui ci sono le prostitute». Un signore ci indica la caserma dei carabinieri: «Loro sanno tutto, anche se qui le forze dell’ordine pensano solo al Cpt». Il maresciallo inaspettatamente dichiara che gli stranieri da queste parti sono integrati: «Non ci sono grandi problemi, lavorano e non danno fastidio alla cittadinanza. E’ stato solo un brutto episodio. Quei pastori si erano ubriacati». Il responsabile immigrazione del Prc, Stefano Galieni, spiega: «E’ vero nel XV municipio c’è integrazione. Badanti e muratori sono entrati nel ciclo produttivo e soffrono meno il disagio. Chi non lavora, invece, fa parte del nuovo sottoproletariato».
Una comitiva di ventenni, davanti all’edicola: «C’era il sangue? Allora ci ritorniamo», poi si dicono “soli”: «I nostri amici se ne sono andati al centro, si sono spostati perché qui non c’è niente. Anche noi cambieremo posto, appena trovato un lavoro». Torniamo al casolare, c’è un uomo e c’è un incendio. Proprio dove prima c’era parcheggiata la macchina rossa. Arrivano i vigili del fuoco: «non è niente, solo erba secca». A quattro chilometri da qui il Cpt, tra i posti più controllati di Roma. Non è possibile arrivare all’entrata, stanno facendo dei lavori stradali. Alemanno aveva voluto 50 militari a sorvegliare: «Sorvegliano gli invisibili. Gli stranieri invisibili – afferma una ragazza in bicicletta -. Noi sopportiamo il peso di un carcere, ma in realtà non sappiamo niente di ciò che succede là dentro. Ci dicono che dobbiamo fare come se non esistesse… La realtà è che chi ce lo dice si disinteressa dei prigionieri e anche di noi».

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Sicurezza, corteo a Aprilia. Una bambina: “Italia agli italiani”

Agosto 23, 2008
Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione

Circa 300 persone nel paesino del tabaccaio che ha ucciso un romeno dopo un furto: “Ha fatto bene, che altro doveva aspettare?

Cristo si è fermato a Fossignano, nella periferia di Aprilia. Ieri è stata la volta della manifestazione cittadina “per la sicurezza”, a tre giorni dalla morte di un ragazzo romeno. Era stato ucciso da un tabaccaio mentre fuggiva dopo aver rubato nel negozio. “Questa è una terra di mezzo, abbandonata da Dio. E’ piena di ladri, l’unica cosa che ci rimane è la pistola”, questo il ritornello degli abitanti del posto. Una strada lunga 8 km che collega Ardea alla Pontina, costeggiata da immensi campi, per lo più abbandonati, e costruzioni, per lo più abusive. Ore 16.00 al bar dietro la pompa di benzina. “Qui sono tutti ladri. – afferma il gestore – Guarda la vetrata, è rotta. A me hanno provato a rubare ben otto volte. Anche io gli ho sparato”. Ha tirato su una parete, dietro i videopoker: “Sono costretto a vivere là. Ce l’ho una casa, ma non c’è alternativa”. Un cliente: “Sono gli zingari, non ci nascondiamo. Vivono nelle grotte, hanno occupato le case nella campagna, oppure hanno piazzato le loro roulotte dove meglio gli faceva comodo”. Il paese è tutto raccolto intorno al tabaccaio: “Ha fatto bene, erano in quattro. Lui abita sopra al suo locale. L’avevano chiuso in casa, fermando la porta col fil di ferro. Lo hanno minacciato: “Non scendere o ti ammazziamo tutta la famiglia”. Lo avevano derubato altre volte, ma che doveva fare?”, afferma un 19enne che è appena rientrato dal lavoro. “Il comune non esiste – riprende il padrone del bar – la polizia non si vede mai, se ne fregano tutti. Qui non c’è nemmeno la mafia, quella riguarda le amministrazioni, le città, questa è Fossignano, non la Campania. Non è nemmeno Aprilia oppure Latina, siamo soli. Aspettiamo un piano regolatore da una vita”. Ore 17.10, due storie di romeni, uno lavoratore, l’altro disoccupato. “Alle 5.00 mi faccio trovare pronto, ci vengono a prendere e faccio la mia giornata da muratore, fino a quest’ora. Purtroppo capita anche che non ti paghino”, afferma il primo. Il secondo: “L’altra mattina tornavo da una nottata con gli amici, mi avvicino a un negozio con la serranda socchiusa e mi vedo un tizio correre incontro con il “ferro” in mano. Dicono che creo problemi e allora?”. Ore 17.40 davanti al tabaccaio dove martedì è successo il dramma. Quattro poliziotti: “La situazione è facile: sono questi nomadi. Qui non hanno paura di niente. Campi organizzati non ce ne sono, forse uno a Pomezia, si arrangiano e poi delinquono”. Al bar accanto al tabaccaio: “I poliziotti… il commissariato è a 15 Km da qui. Quando li chiamiamo ci mettono una vita prima di arrivare. La notte non sono mai passati, ci hanno detto di pagare la vigilanza privata. Ma quella costa!” Un signore anziano: “Davide è un grande lavoratore, ora è in difficoltà. E’ dimagrito 7 chili in tre giorni. Ha moglie e due ragazze, ha la vita rovinata, ma non è colpa sua. Qui tagliano le serrande che è una meraviglia. Una volta ci hanno scardinato le inferriate e si sono portati via le macchinette da gioco. Alla farmacia qui vicino ancora peggio: due rapine a volto scoperto”. Una ragazza bionda tiene aperto il tabacchi che era stato derubato: “Stiamo male, molto male, capiteci”. Ore 18.00, a metà di via Fossignano, davanti alla chiesa di Santa Maria della Speranza, a mezz’ora dall’inizio della manifestazione. “Partiremo da qui e arriveremo alla piazzetta davanti a casa di Davide”, spiega un referente del comitato organizzatore. “Chiediamo aiuto. Siamo disperati, non ce l’abbiamo con i romeni in quanto tali, ma con le organizzazioni criminali. Sì, sono organizzati. Rubano nelle case, ogni giorno. Ma prendono anche sigarette e medicine. A chi le rivendono? Chi gli commissiona i furti? Potrebbe esserci la camorra dietro queste azioni. Inoltre rischiano la pelle, ma devono farlo. Qualcuno glielo permette”. Ore 18.30 inizia la manifestazione: quasi 300 persone, tutte inviperite. “Non ero razzista, mi ci hanno fatto diventare”, afferma una signora. “Ti ci hanno fatto diventare e chi? Te lo dico io, i politici. – gli risponde un amico – Destra, sinistra, queste sono cazzate da queste parti. Uno schifo”. Dei signori tatuati: “Devono tornare al paese loro, questi c’hanno i soldi e io mi sento un ladro a casa mia”. E una donna: “Le nostre nottate? Al telefono perché è matematico, qualcuno ha subito una violenza”. Davanti al corteo una bambina con un cartello: “L’Italia agli italiani”. Poi gli striscioni: “Solidarietà per Davide” e “Basta, vogliamo più tutela”. Ma pochi giorni fa c’è stato un morto: “Ci dispiace – afferma un anziano – se chi ha sparato potesse tornare indietro non lo farebbe più. Ma ora si parla di noi. Questa è campagna. Il quartiere è sorto negli anni ottanta e ora ha 6mila abitanti. Le scuole non sono raggiungibili a piedi e chiedi alle forze dell’ordine…Ci sono 433 denunce presentate per furti e rapine. Niente da fare, saremo costretti ai turni per le ronde”. Dei ragazzi: “Questi sono i nostri genitori, è il loro modo di pensare. I media liquideranno tutto come una manifestazione in un quartiere fascista, ma non è così. Per tenere qui i giovani, per tenerli lontani dalle droghe o da semplici derive razziste, devono intervenire le istituzioni”. E conclude il ragazzo: “Pochi vanno all’università, qui si va a lavorare presto. Avevamo costruito un campo da calcio, ma ci hanno rubato le luci e distrutto lo spogliatoio. Non credo che criminalizzando una persona, oppure affidandosi al fucile, si risolvano i nostri problemi”.

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Giovane, disabile e fa la fame

Agosto 22, 2008

Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione


«Mi hanno abbandonato», questa la denuncia lanciata da un ragazzo con disturbi psichici nel quartiere di San Paolo a Bari. Ventiquattro anni e tutta la vita davanti a sé. Ha preso forza e ha chiamato i vigili: «Non ho niente da mangiare, mio padre se ne è andato via. Muoio di fame». Figlio di separati, risulta residente dalla madre, a Putignano, ma vive a casa del padre.
E’ successo due giorni fa, ha squarciato l’estate. E’ una storia come tante altre e le contiene tutte. Quattro mesi fa il ragazzo non si è presentato alla visita periodica per il rinnovo della pensione di invalidità di 750 euro e la Asl gliela ha sospesa. La madre gli scrive lettere, gli spedisce 5, 10 euro, non di più, perché ha gravi problemi economici. Il padre ha assicurato agli assistenti sociali di tornare ogni sera nell’abitazione, ma ha confidato di avere un rapporto contrastato col ragazzo. Ha detto che non avendo un lavoro fisso, non riesce a capire come può essergli di aiuto. I vigili confermano le difficoltà: «Quando siamo arrivati nell’appartamento non c’era nulla, solo qualche pacco di pasta». E i servizi sociali? Lo avevano seguito. Fino a luglio. Gli assistenti hanno detto che gli avevano proposto di frequentare il centro diurno di Santo Spirito, ma lui avrebbe rifiutato. Tutto qui? Il centro di salute mentale di Putignano dice che il ragazzo non era un loro assistito, a Bari assicurano: «Ora sarà seguito». Intanto è stato chiesto alle Suore “Madre Teresa di Calcutta” di assistere il giovane. «Siamo andate a trovarlo ieri e siamo tornate oggi. Gli abbiamo portato del cibo, ma non mangia. Fuma e basta». Susy Mazzei, assessore ai servizi sociali, ha dichiarato a Repubblica : «A San Paolo la rete dei servizi funziona bene. C’è un ottimo coordinamento». Eppure qualcosa non torna. Antonello Zaza, assessore provinciale alla solidarietà sociale (Prc), commenta: «Solitamente ci sono strutture semiresidenziali che ospitano persone in queste situazioni. E’ importante che chi ha problemi sia seguito dalle strutture diurne, per essere indirizzato. Non sempre il comune si prende carico di queste situazioni. Ci sono due canali diversi per l’ottenimento della pensione di invalidità. Tramite la Asl e tramite il comune. Per questo può capitare che sfuggano dei fatti. E’ strano però, perché in questo caso c’era la circoscrizione che, se al corrente, avrebbe potuto informare gli organi competenti del disagio economico del giovane». La Puglia negli ultimi anni ha fatto dei passi in avanti: «Solitamente il disabile è seguito dall’assistente sociale, una sorta di tutor, con progetti di riabilitazione e reinserimento sociale. Abbiamo dei centri diurni, anche in provincia, e finalmente è stato finanziato un progetto finalizzato all’inserimento lavorativo. – continua Zaza – Cinquanta borse di lavoro finanziate dal comune di Bari e gestite dalle Asl. Ma siamo solo all’inizio, perché proprio sul lavoro si gioca la battaglia più importante legata al recupero dei pazienti».

C’è un fattore culturale che impedisce il miglioramento della struttura psichiatrica meridionale: “Molte volte è la famiglia stessa a opporsi all’assistenza del figlio. – sottolinea Zaza – Avere una persona depressa in casa è considerata ancora una vergogna. Negare al figlio di affrontare un problema significa occultarlo. Da parte nostra, stiamo cercando di mettere ordine rispetto alle strutture riabilitative. Crediamo occorra un monitoraggio più serio e un miglioramento della qualità dei servizi. I migliori risultati come provincia, sostenuti dalla regione, li stiamo ottenendo nell’integrazione scolastica. Un nodo determinante per il futuro dei ragazzi”. La dottoressa Anna Berni, che ha diretto il primo centro diurno sperimentale integrato d’Italia, si è resa disponibile a collaborare: “Il centro “La voce della Luna” era nato come un progetto senza speranze, oggi può essere un esempio. Ho creduto sempre che non esistessero spazi interdetti per nessuno, così ho aperto la struttura anche alla cittadinanza e l’ho presentata come una scuola professionale di teatro. Grazie al lavoro di registi professionisti e importanti attori abbiamo formato i pazienti psichiatrici a una professione culturale. Da quattro anni non dirigo più il centro, sono presidente di un’associazione. O meglio di una vera compagnia che gira per l’Italia con i suoi spettacoli. Certo non è facile vivere d’arte, ma i miei attori, oramai non più pazienti, sono fantastici. A Roma, con il comune, da anni stiamo pensando di aprire un teatro stabile integrato. Progetti simili sono facili da realizzare soprattutto in Puglia. Ognuno di noi ha una parte malata. L’importante è considerare quella sana”. E sul ragazzo: “Il fatto che abbia chiamato i vigili è importantissimo. Ha chiesto aiuto, è stato forte. Significa che ha coscienza della sua situazione: “lucido e molto coraggioso. Di fatti simili, di persone che soffrono d’estate, ce ne sono tantissimi. Le strutture chiudono, mancano i punti di riferimento, le persone che hai avuto vicino partono e dire “ci sono anche io” diventa difficile. Ora sul piano della sicurezza sarà protetto, non ci dovrebbero essere problemi per riottenere la pensione. Anzi, credo che il suo dottore e gli assistenti sociali di riferimento si sarebbero dovuti muovere prima”. Nella capitale le cooperative integrate sono già una realtà diffusa. Marcello Fagiani, presidente della Passepartout spiega: “La lotta allo stigma si distrugge così, tagliando i conti con la malattia. Noi, insieme, organizziamo rassegne cinematografiche, lezioni-spettacolo nelle scuole e realizziamo scenografie. Piccoli progetti con contratti a termine, ma carichi di dignità. Questo ragazzo ha ventiquattro anni, non potrà essere un paziente psichiatrico a vita”.

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Dopo gli otto licenziamenti, i sindacati pensano alla risposta

Agosto 14, 2008
Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione
Genova, Trenitalia media con 20 assunti. Non ci casca nessuno

E’ il “Conta budge”, è il gioco dell’estate. «Renato, Renato, Renato» come la metti con gli operai? Disorientamento e preoccupazione aleggiano nell’officina di San Fruttuoso. E’ il giorno dopo il licenziamento degli otto ferrovieri, rei di essersi passati i cartellini al momento della timbratura. Il capostazione ne aveva avvistato uno che timbrava per tutti un mese fa, al resto ha pensato Trenitalia.
Nella mattinata di ieri, riunione con i sindacati, che tramite Costantino Farina della Cisl replicano: «Gli operai erano stati impegnati in una prestazione straordinaria, hanno commesso un errore, ma certo non sono fannulloni, questo è l’aspetto kafkiano della vicenda». E i referenti della Cgil: «Gli operai sono costernati, scioccati. Per ora non è stata presa nessuna decisione, aspetteremo altri 3, 4 giorni. Tra l’altro la legge 146/90 esclude la possibilità di sciopero nel periodo di franchigia, che va dal 25 luglio al 9 settembre. Comunque la prossima settimana avremo un incontro di segreterie. Abbiamo già impugnato i provvedimenti in sede legale». E’ l’imprevisto della versione “caccia al fannullone”. Obbiettivo dichiarato del “miniministro”: colpire l’abitudine del lavoratore a sottrarre minuti all’azienda. Attenzione: non deve essere armato di giacca e cravatta. Per prima cosa occorre marchiare le sue assenze come bivaccamenti e infine scovare e affondare i complici dei malcapitati. Il collega che timbra i cartellini e chi protesta. Padre della creatura che impazza è Renato Brunetta , un uomo tutto d’un pezzo che il mese scorso ha dichiarato a Panorama: «Vorrei fare il fannullone, ma non ci riesco». Ama le battute, tanto da accogliere vignette che lo denigrano sul sito del ministero della pubblica amministrazione. E nasconde anche un passato da “giocatore”, ma nelle vesti del fannullone. Dati alla mano, in qualità di parlamentare europeo nel 2008 aveva raggiunto un indice di partecipazione da record, il 48,21%, risultando tra i parlamentari italiani più assenteisti. Forse faceva dei test.
Non tutte le partite finiscono allo stesso modo. Lui “giustiziere della notte”, “genio della lampada”, “taumaturgo” – così lo hanno definito i giornali – gli altri a spasso. E’ proprio il caso dei 5 operai specializzati e dei 3 apprendisti a tempo determinato di San Fruttuoso. Costretti allo straordinario per garantire all’azienda treni funzionanti, avevano escogitato un modo per guadagnare tempo.
Dovevano staccare alle 16.00, ma dopo essere stati impegnati per altre due ore, in un intervento di manutenzione fuori programma, hanno chiesto a un amico di timbrare per loro. «Il tempo di fare la doccia e non perdere il treno per il Levante», avranno pensato, invece la mazzata, hanno perso ingiustamente il lavoro. «C’è un documento firmato dal capotecnico che attesta che i motori sono stati consegnati alle 18.02», ha affermato Fabrizio Castellani della Filt Cgil Liguria. «E’stato un provvedimento esagerato. Per episodi simili il contratto prevede al massimo 5 giorni di sospensione. Potrebbe essere l’opera di qualche dirigente che vuole mettersi in mostra. Di quei lavoratori, 5 sono padri di famiglia e tre monoreddito. Il budge è stato timbrato alle 18.33, ma anche se avessero timbrato alle 19.00, quell’ora non gli sarebbe stata pagata». Secondo Mauro Milani, responsabile ligure di Cub Trasporti, «alcune cose non sono chiare, sembra che questo provvedimento non sia occasionale». E spiega: «In ferrovia, come in tutto il paese, si cerca di far passare la concezione che tutti i mali provengano dagli impiegati. La realtà è che il processo di privatizzazione non ha portato miglioramenti. Non c’è stata nessuna contrazione dei costi, nessun vantaggio per i viaggiatori. La lotta ai fannulloni cerca di giustificare un fallimento. Questi licenziamenti vanno letti assieme a episodi analoghi. Nel 2003, a Genova, 4 persone erano state licenziate per aver concesso delle interviste alla trasmissione Report . E sempre a Genova, d’agosto, un ferroviere era stato sospeso per 4 giorni perché aveva solidarizzato con i viaggiatori. Poi un mese e mezzo fa 4 macchinisti sono stati condannati per le proteste sul dispositivo Vacma. Trenitalia agisce quando non può esserci una risposta immediata e lo fa intimidendo. Ora attenzione agli sviluppi del processo di privatizzazione nel settore della manutenzione». Su un eventuale sciopero: «Il periodo di franchigia in realtà non riguarda tutti gli operai della manutenzione. Credo che certi accordi presi da Cgil, Cisl e Uil dimostrino che non c’è voglia di mettere mano a scioperi simbolici. Vedremo».
Ieri si è espressa Trenitalia: «Quando le regole vengono infrante è doveroso intervenire, anche se le azioni intraprese risultano spiacevoli». Ha fatto sapere che effettuerà 20 nuove assunzioni a San Fruttuoso. Peccato che prima dei licenziamenti la carenza d’organico era di trenta unità.

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Campo rom a Roma no al censimento: «Autorisaniamo le aree occupate»

Agosto 13, 2008
M.M.

Comunità rom rifiuta di essere censita dalla Croce Rossa. E’ successo ieri a Roma, in via delle Cave di Pietralata. Un gesto significativo, portato avanti da chi è ben integrato nel quartiere. Sono migliaia i cittadini che hanno già firmato un loro appello. La comunità rom, composta da 60 persone, ha chiesto di poter sviluppare l’autorecupero di uno stabile abbandonato e la realizzazione di un giardino pubblico all’interno del campo. «Abbiamo occupato un capannone – si legge nell’appello – sottraendolo al degrado in cui si trovava. In questi mesi noi, donne, uomini e bambini, abbiamo reso il posto vivibile, libero dagli innumerevoli rifiuti e dalla presenza dei ratti. La scelta di questo luogo e’ stata motivata dall’urgenza di trovarci improvvisamente in mezzo alla strada». L’area dove si sarebbe dovuto svolgere il censimento era stata occupata lo scorso 14 febbraio, dopo le minacce di sgombero dal campo di via dei Quintiliani. «In questi mesi – concludono i rom – grazie alle migliori condizioni del posto, abbiamo potuto iscrivere di nuovo i nostri figli a scuola e abbiamo aperto un laboratorio di sartoria».

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Manifestano contro i furti. Sono stranieri

Agosto 12, 2008
Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione
Roma sicura, ma non per i commercianti cinesi e bengalesi di Piazza Vittorio

Ore 10 a Piazza Vittorio, Roma. Negozi con le serrande abbassate e centocinquanta persone che chiedono aiuto a governo e forze dell’ordine. E’ la manifestazione per la sicurezza dei commercianti stranieri del quartiere multietnico della capitale, l’Esquilino. Cinesi e bengalesi insieme, con dei cartelli colorati al collo: «Più pace, più sicurezza. Basta con le rapine». Il gestore di un negozio di vestiti afferma: «Il governo punta forte sulla lotta alla criminalità. La polizia e i carabinieri sequestrano sempre più merci agli ambulanti, ma a noi chi ci pensa?». Poi un bengalese:« Ci rubano ogni giorno. Non se ne può più. C’è chi dorme in negozio per stare tranquillo. C’è paura, tanta paura». La manifestazione vuole dimostrare una comunità straniera compatta:«Non c’è invidia tra di noi. – afferma un commerciante cinese – L’altro ieri una ragazza è stata scippata, è caduta a terra e si è fatta male. Aveva tanti soldi con sé. Non sappiamo più dove tenerli». E una ragazza: «A me hanno rubato a casa questo mese, ora i soldi li porto tutti in borsa». Lo scorso 3 agosto, il fatto più eclatante: “una rapina con buco” in una gioielleria. «Sono entrati dall’appartamento di sopra – racconta il figlio del proprietario – hanno bucato il solaio, disattivato l’allarme e aperto la cassaforte con la fiamma ossidrica. Siamo in sei a casa, mio padre è venuto dal Bangladesh 25 anni fa, aveva solo 600 grammi d’oro. Piano piano con tanta fatica siamo riusciti ad aprire un negozio. Ora è tutto distrutto. Ci hanno rubato 200mila euro in oggetti preziosi e 10mila euro in contanti». Hossain spiega che l’oro per i bengalesi ha un valore particolare:«Quando ci si sposa è il regalo privilegiato. Un uomo deve regalarne un certo peso alla moglie e lei lo dovrà conservare in casa. Nella nostra cultura più si tiene a una persona, più regalare oro è indicato. Le signore quando escono ne indossano molto, non per farsi vedere, ma perché le rende importanti a livello sociale». Hosne Ara Begum, rappresentante della consulta delle comunità straniere, spiega che «i bengalesi a Roma sono 30mila e nel quartiere dell’Esquilino sono più di 4mila». Pang Yongchang, rappresentante dei commercianti cinesi, sostiene che molte violenze all’Esquilino non vengano denunciate: «Esiste anche un problema racket, ma non sempre ci si rivolge alle forze dell’ordine. Per noi è difficile, non tutti conoscono l’italiano». Una bambina piange: «Spero che le cose cambino, sono nata in Italia e vorrei vivere serenamente come tutti i miei compagni di scuola». Poi un signore anziano si rivolge alla piazza: «Il mio negozio è in Via Leopardi, quando sono arrivato non c’era nemmeno la luce. Siamo stati noi stranieri a “costruire” questo posto pagando degli affitti al triplo di quanto li avrebbero pagati gli italiani. Meritiamo rispetto». Dall’altra parte della strada ci sono tre pattuglie dei carabinieri che affermano: «Se mettessimo a confronto le denunce pervenuteci qui con quelle dei commercianti italiani a Monte Sacro, avremmo un rapporto di 1 a 10. Stanno esagerando». Sul fatto che molti non denuncino le violenze subite:«Potrebbe essere, ma allora è un problema loro, dei bengalesi. I cinesi collaborano di più, ci riferiscono anche dei litigi tra connazionali».

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E’ estate e Roma si (s)veste di verde militare

Agosto 7, 2008
Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione

E’ estate e Roma si (s)veste di verde militare. A 24 ore dalle consacrazioni mediatiche dell’evento più atteso dell’agosto italiano – la militarizzazione delle città – tutto è ancora da verificare. I 405 uomini impegnati nei punti nevralgici della capitale risolveranno il problema sicurezza cavalcato dalle destre? E a quale prezzo?
Ore 11, fermata metro Battistini, Roma Nord: dove il giorno prima svettava una camionetta dell’esercito, ora un cartello: «Lavori in corso», di militari nessuna traccia. «Ce pijiano pei fondelli – spiega un edicolante – ieri mezza giornata e oggi niente, lascia stà». Una signora anziana esce da un negozio e fa notare che il semaforo è rotto: «Pensassero a aggiustarlo, li aspetto», afferma con aria minacciosa. Un barista dice che lo avevano avvertito: «Martedì arriviamo alle 18.00». Un signore in costume sorride: «Aspetto la mia signora che torna dal lavoro, non mi servono i militari». Giorgia, una giovane assistente sociale, dice che lunedì quando è tornata dal lavoro, verso le 21.00, la stazione era desolata: «Io, donna, mi sentirei più sicura se i poliziotti avessero soldi per mettere la benzina». Sul lato destro della stazione solitamente si ritrovano delle compagnie di ragazzi, oggi c’è solo una coppia di sedicenni: «Ieri abbiamo avuto paura, poi ci siamo resi conto che erano lì, immobili, solo a fare scena. C’era anche una biondona con gli occhiali in divisa, pensa te».
Ancora metro, fino a Flaminio, e poi il trenino. E’ la linea Roma-Viterbo, quella sotto accusa dopo la morte di Giovanna Reggiani, avvenuta lo scorso novembre, dopo essere stata aggredita all’uscita della stazione di Tor di Quinto. Sono le 12, il vagone è semi vuoto e la fermata in questione, dove tra l’altro è previsto l’impiego di alcuni militari, è chiusa. La prossima fermata è Labaro, poi al ritorno Saxa Rubra. Mimmo, un settantenne egiziano, si propone di segnalare la fermata giusta e racconta: «Da trenta anni vivo a Labaro, è una zona tranquilla, non ci sono mai stati grossi problemi. Perché ieri i militari stavano sotto le nostre case e non in quartieri come Tor Bella Monaca? Non ci hanno infastidito, ma certamente spaventato. In Egitto l’esercito arriva in città solo se succede qualcosa di eclatante e senza le armi». Una volta sceso, resta deluso, aveva promesso di fare da cicerone fino al posto di guardia, invece di verde militare ci sono solo le strutture arrugginite della stazione. «Una comparsata per la tv e ora a casa», dice un signore alla fermata dell’autobus. «Dicono che forse vengono nel pomeriggio, balle. A una certa ora non devono tornare in caserma?», afferma Elisa davanti all’edicola. Due ragazzi peruviani intervengono nella discussione: «Se ci fossero servirebbero, soprattutto qui, dove due persone dello stesso sesso non possono camminare mano nella mano senza essere attaccati. Da queste parti basta portare la cresta per essere malvisti».
E’ la volta di Saxa Rubra, dove nel piazzale antistante all’uscita della metro c’è un capolinea dei pullman Acotral, e il gestore di una paninoteca: «Ieri sembrava la guerra: le ronde, le camionette, le macchine della polizia e 2mila televisioni. Oggi niente. Già ieri avevano staccato alle due e io gli avevo detto: scusate, ma ora non succede più nulla?». Gli operatori della metropolitana dicono che a parer loro oggi non verranno. Al bar si alterano: «Tutti a chiederci la stessa cosa, non capiamo più se è curiosità o se le persone hanno dei problemi reali. Se li volete trovare andatevene ai Parioli oppure sotto le ambasciate».
Flaminio, sempre in metropolitana, fino all’Anagnina, roccaforte dell’”esercito urbano” voluto dal governo, con le sue 48 unità di controllo previste. Finalmente i militari. Sono in coppia, armati di pistola e accompagnati da un poliziotto. Sembrano ben disponibili: «Va alla grande – dicono – la gente ci cerca in continuazione, è contenta. I telegiornali hanno descritto ottimamente la situazione». Riguardo alle assenze dei loro colleghi nelle altre stazioni, affermano: «Dipende dalla sensibilità dei punti dove le forze sono state dislocate. I nostri orari dipendono dai progetti e non possiamo dirveli». Di soldati ce ne erano 9, uno di loro indica il parcheggio di scambio: «I risultati si vedono, ci sono meno persone, meno “traffico”. Certo è anche estate, comunque siamo soddisfatti». Nel mercatino dietro alla camionetta, gestito soprattutto da stranieri, solo un cliente vuole parlare: «Bastava un poliziotto per fermare i veri delinquenti, ma qui i poliziotti non ci sono mai stati». Una famiglia spagnola appena arrivata dall’aeroporto è stranita dalla presenza dei militari e chiede: «Cosa è successo?». Un ragazzo gli risponde: «Stanno qui perché gli immigrati vengono a toglierci il lavoro, vendono cd, borse e sigarette e non pagano le tasse». Dei giovani su una panchina questionano con un amico, reo di rollare del tabacco: «Non mi importa, non è una canna». E gli altri: «Noi faremo finta di non conoscerti, hai pure i dreadlock e la maglietta rossa…».
Sono le 17.20, prima di rientrare in redazione c’è tempo per un passaggio sotto le ambasciate di Via Nomentana. Si pronosticavano 4 militari sotto quella afghana e venti sotto quella iraniana e quella libica: ce ne erano solo 7, ma avevano la mitraglietta.