Archivio per la categoria ‘società’
Novembre 16, 2008
Di Maurizio Mequio
Sfoglia l’inchiesta…
Da una collaborazione di Profecta con il giornalista freelance Maurizio Mequio, è nata una pubblicazione online. Un’inchiesta di attualità su una sezione difficile della sanità italiana, quella psichiatrica. Il documento raccoglie quattro articoli apparsi sul quotidiano Dazebao dal 31/10/08 al 3/11/08 e ruota attorno alla pratica dell’elettroshock, mai interrotta in Italia, anzi in allarmante aumento.
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Ottobre 2, 2008
di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione
Quel maledetto mondo dei giornalisti. La loro immagine, la loro utilità, questi i temi della ricerca presentata oggi dalla società Astra Ricerche. Bugiardi, corrotti e incompetenti. L’indagine, commissionata dall’Odg della Lombardia parla chiaro e fa tremare tutto il sistema dell’informazione italiana. “È la prima volta in Italia – afferma Letizia Gonzales, presidente dell’Ordine lombardo – che si affrontano con un’analisi scientifica e in modo esplicito i problemi del giornalismo visti nell’ottica del lettore”. Due risultati contrastanti: da un lato la bocciatura netta nei confronti degli operatori dei media classici, dall’altra un riconoscimento confortante, quello della necessità di informare e essere informati. Read the rest of this entry ?
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Settembre 30, 2008
Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione
Il crimine è ormai globale
e si nutre di affari e connivenze |
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E’ un essere immondo, la mafia. Prende botte, ma si riorganizza. Cambia forma e si rilancia, grazie ai suoi “nuovi” alleati: gli imprenditori e le organizzazioni del crimine straniere. Questo emerge dal rapporto della Direzione investigativa antimafia, presentato ieri al parlamento e al ministero dell’interno sulle attività e i risultati raccolti nel primo semestre del 2008. «Le dinamiche del crimine organizzato di matrice mafiosa mostrano di mantenere i caratteri della pervasività nelle regioni tradizionalmente afflitte dal fenomeno e di ricercare nuove e sempre più remunerative proiezioni sul territorio nazionale, come in diversi Paesi esteri, anche se non sono trascurabili i portati delle tante disarticolazioni del tessuto delittuoso».
L’arresto di Lo Piccolo, il 5 novembre del 2007, ha prodotto una struttura meno verticale, una rete del crimine che, da una parte aspetta di trovare nuove personalità accentratrici, e lo fa a suon di pistolettate – l’omicidio del reggente di Porta Nuova, Nicolò Ingarao, ad esempio – dall’altra si alimenta con le amicizie. «Le investigazioni recenti – afferma la Dia – hanno riscontrato una forte fluidità della struttura, con spostamenti degli uomini d’onore da uno schieramento all’altro». Una «fase di stagnazione» che potrebbe esplodere da un momento all’altro: «Non è possibile – continua la relazione – prevedere quale sarebbe l’influenza dei capi detenuti Inzerillo e Gambino, se si decidesse di farli rientrare nell’ambiente mafioso siciliano». L’avvicinamento delle cosche, quella siciliana e quella americana, potrebbe essere stata solo rinviata, anche dopo gli 80 arresti dell’operazione “Old Bridge”.
Nel frattempo l’industria mafiosa non ha affatto diminuito i suoi loschi traffici, anzi «ha mostrato notevoli capacità di infiltrazione nel mondo imprenditoriale e nella pubblica amministrazione locale – spiega il rapporto – servendosi di sofisticati metodi collisivi e corrutivi» e ha sfruttato puntualmente ogni occasione gli sia capitata davanti, come nel caso «degli illeciti concernenti il lucro sui rifiuti». Le prove dell’ottima salute del male non finiscono qui. La Dia ha ricevuto dall’Ufficio italiano cambi ben 6.092 segnalazioni di operazioni finanziarie sospette. E sorpresa: il 57,72% delle segnalazioni sono pervenute dal Nord, il 25,97% dal Centro e il 31,31% dal Sud e dalle isole.
Allarmante anche lo stato della ‘ndrangheta, che ha aumentato i suoi tentativi di penetrazione negli appalti pubblici «con più vivo interesse per gli indotti della sanità, nel ciclo dei rifiuti, negli investimenti dell’edilizia e nella pubblica amministrazione locale». Non più solo narcotraffico, a quello sembrano pensarci le organizzazioni straniere, le new entry della malavita italiana. I sud americani e i nigeriani avrebbero ottenuto il via libera alla gestione del mercato delle droghe: non più solo manovali del settore, ma veri e propri “soci”. E’ una mafia «globalizzata», denuncia la Dia, che pone l’accento sulla «necessità di ricorrere a pertinenti metodologie di analisi e di indagine» per comprendere le «nuove opportunità» mafiose del panorama contemporaneo, al fine, soprattutto di «equalizzare al meglio le esistenti capacità di contrasto dello spazio giuridico internazionale». Un giro miliardario ininterrotto, capace di raggirare qualsiasi controllo di sicurezza, riguarda il traffico illegale di merci e uomini. E’ qui che i criminali di Italia, Albania, Romania, Maghreb e Cina hanno consolidato le loro relazioni. Il contrabbando passa per i porti di: «Gioia Tauro, Napoli, Salerno, i porti pugliesi, quelli siciliani, per il sud del Paese; Civitavecchia, Ancona e Livorno per il centro; i porti liguri e Trieste per il Nord». Ma non sono «da sottovalutare i varchi doganali aeroportuali». I nordafricani sarebbero i delinquenti in maggiore ascesa, vi sarebbe la «possibilità di un ulteriore progressivo avvicinamento tra loro e ambienti fondamentalisti per finalità di finanziamento».
Per quanto concerne la prostituzione, poi, nemmeno la legge Carfagna ha scalfito le strategie delle alleanze mafiose e secondo la Dia anche le donne cinesi, che prima lavoravano da casa, verranno messe su strada (al momento il fenomeno «è segnalato solo al Nord»). La Camorra, infine, ha consolidato il suo modello «gangsteristico». L’aumento degli omicidi nel casertano, 6 rispetto a 1 dello scorso anno, lascia supporre un riassetto a breve termine degli equilibri all’interno del «cartello dei Casalesi. Il quale esprime un’architettura criminale aderente al modello mafioso classico». La Dia ha anche spiegato il forte valore simbolico dell’occupazione logistica di uno stabile, prima in possesso dei camorristi, da parte del pool investigativo dislocato a Casal di Principe, ribadendo che la confisca dei beni è l’antidoto più efficace nei confronti della malavita.
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Settembre 28, 2008
| Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione
«Quella bandiera vuol dire pace
Cara Verona, è assurdo vietarla» |
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Bandiere arcobaleno in una manifestazione per la pace contro la guerra in Iraq -Impronte
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I colori dell’arcobaleno devono essere banditi dalle piazze. Incredibile, ma vero. E’ successo a Verona, dove la giunta del sindaco Tosi ha aspettato cento giorni per dare il suo via libera alla Carovana della Pace, un’iniziativa che da alcuni giorni vede i padri comboniani itineranti per tutta l’Italia. Tra i punti di sosta previsti, il principale al nord, dal 28 settembre al primo ottobre, la città di Romeo e Giulietta, adesso enclave di Bossi e figli. Il 17 settembre i politici locali formalizzano un loro “no” ai manifestanti, sia per l’utilizzo di piazza Bra che di Palazzo della Gran Guardia. Il 19 ci ripensano e autorizzano l’evento, ma ad una condizione: nessuna bandiera della pace in piazza. L’assessore all’edilizia Vittorio Di Dio motiva: «E’ stata trasformata in questi anni nel simbolo dell’estrema sinistra». Scoppia la polemica e il sindaco, sostenendo di aver solo chiesto di non apporre striscioni sulle facciate degli edifici storici, si difende: «Non abbiamo nulla da farci perdonare, salvo l’ingenuità. Se c’è qualcuno che deve scusarsi con l’amministrazione e con i cittadini è la Carovana della pace». Gli risponde il padre missionario Alex Zanotelli, fra gli organizzatori della Carovana per la pace.
Una bandiera arcobaleno così pericolosa…
Reputarla un simbolo di estremismo politico è grave. Soprattutto in un Paese che ripudia la guerra. Non me la prendo con nessuno, ma a Verona c’è stato uno strano atteggiamento. Dove vogliamo arrivare? Tacceranno anche la costituzione di estremismo politico? O è cambiata la società, fino a stravolgersi, o c’è qualcosa che non torna. Una piazza colorata di arcobaleno, con tanti adulti e bambini felici, è un’immagine che mi riempie il cuore. Non credo possa infastidire nessuno e allora rilancio: concedeteci l’Arena.
Qual è la storia di questo simbolo?
Fu utilizzato negli anni cinquanta dal movimento inglese contro la bomba atomica, poi fu ripreso negli anni ottanta da tutti i pacifisti. Fu proprio allora che l’Arena di Verona fu sommersa di tante splendide bandiere della pace. Se dovessi portare degli esempi di grande personalità che ne incarnano i valori, il mio pensiero volerebbe là, a Don Tonino Bello e alla sua marcia della pace in Jugoslavia. Vi partecipò quando già era molto malato. A Gesù, lui fu il primo a praticare la non violenza. Ma anche a tutti coloro che si danno da fare quotidianamente per gli altri. Noi comboniani, poi, portiamo al collo un foulard colorato, si chiama huipalas . E’ fatto dagli indios dell’Equador e porta con sé l’auspicio che tutte le culture possano intersecarsi positivamente.
In cosa consiste il progetto della Carovana?
Siamo partiti dalla tomba di Tonino Bello il 24 sera. Il 25 eravamo a Lecce, dove un intero campo rom ci ha raggiunto in piazza. Il giorno seguente siamo stati nel brindisino, per incontrare i politici locali e le scuole. Gli abbiamo chiesto impegni seri sul tema dell’acqua pubblica. Ora, a Napoli, abbiamo scoperto le lotte della Campania e la grande menzogna dei telegiornali sui rifiuti: non tutto è stato risolto. Abbiamo riflettuto insieme alla cittadinanza del significato di certe iniziative del governo, che, come l’imposizione dell’esercito nelle città, vedono nell’uso della forza l’unico metodo per risolvere i problemi sociali. Diamo fastidio a qualcuno? Sì, alla mafia e ai potentati economico-finanziari.
Che Italia ha visto, finora?
Un’Italia del Sud, abbandonata a se stessa anche dall’Unione europea. Le ingiustizie, l’impoverimento e la fuga dei giovani hanno ricreato un clima da anni cinquanta. Occorre mettere insieme le realtà che lottano per trovare strade alternative. Proseguendo il nostro viaggio (si concluderà a Roma il 5 ottobre, Ndr) sono certo di raccogliere tanti segnali di solidarietà. Anche al Nord. Quello di Verona è stato solo un incidente di percorso. |
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Settembre 28, 2008
| Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione |
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Caserta, muoiono
due agenti inviati
per “la sicurezza” |
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Castel Volturno, la rabbia dei migranti per l´omicidio dei sei nordafricani Ansa/Fusco
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Il gelo, il silenzio. E nuovamente morti. Questo è il casertano a otto giorni da una strage. Una strage che lascia i segni del dolore. Della camorra. Due agenti hanno perso la vita in un incidente stradale: è successo ieri mattina verso le 11, a Casapesenna, quando l’auto del Nucleo prevenzione crimine di Torino si è ribaltata mentre stava inseguendo un’autovettura che non si è fermata all’alt. Castelvolturno oggi è una città blindata, dove tutto sembra potergli scorrere addosso. Dove tutto sembra non meritare commento. Ancora nessun funerale svolto per le vittime della strage in sartoria di giovedì scorso e una veglia, prevista per la serata di ieri, rimandata di alcuni giorni. Come se anche i morti debbano essere pianti sottovoce, oppure il più lontano possibile. «Viviamo una situazione di attesa», dichiara il sindaco della cittadina campana, Francesco Nuzzo. «Dopo l’invio delle forze di polizia speciali siamo entrati in una fase di controlli a tutto campo. E’ un momento particolare e molto delicato». Spiega: «Nei giorni scorsi avevo dichiarato che se i funerali degli immigrati uccisi si fossero svolti in città non sarei stato molto felice. Qualcuno può aver male interpretato, io l’ho fatto perché credo ci possano essere problemi di ordine pubblico. Arriverebbero molte persone e, pensando alla manifestazione di qualche giorno fa, qualche dubbio sul fatto che si possano creare situazioni di difficoltà è normale che ancora ce l’abbia». La comunità dei migranti è convinta che qualche decisione in merito sia stata già presa, ma che non la si voglia ancora comunicare. Il sindaco risponde: «Non si hanno ancora notizie certe. Le salme sono all’obitorio di Caserta e di dove si svolgeranno i riti funebri se ne sta occupando l’ambasciatore del Ghana. Ad ogni modo, ritengo che, arrivati a questo punto, i funerali non si facciano in Italia, ma nei paesi di origine delle vittime, perché credo sia questa la volontà dei familiari». Sulla veglia posticipata: «Volevano raccogliersi sul luogo dell’eccidio. E’ la stessa comunità straniera a decidere di spostarla a domenica, hanno avuto dei problemi di organizzazione, ora, invece, hanno già fatto domanda per avere tutti i permessi del caso». Continua Nuzzo: «Nei giorni scorsi la delegazione cittadini extracomunitari ha chiesto al comune due cose: un aiuto per gli orfani delle vittime e di avere novità importanti sulle indagini. Per quanto concerne la prima richiesta, mi sono già messo in contatto col prefetto di Caserta e cercheremo di andare incontro alle esigenze dei familiari. Sulla seconda stiamo facendo il possibile e i risultati sono sotto gli occhi di tutti». Il sindaco ancora non sa della fuga di Oreste Spagnuolo. Latitante da tempo, era destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare per l’omicidio del gestore della sala giochi a Baia Verde e dei sei ragazzi africani. L’uomo è scomparso senza lasciare nessuna traccia di sé ai suoi inquirenti. Un colpo duro, arrivato nel giorno di tre fermi importanti per estorsione, tutti e tre affiliati, come Spagnuolo, alla fazione dei Bidognetti, che da mesi imponevano il pizzo ai commercianti e agli imprenditori del posto.
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Settembre 23, 2008
di Maurizio Mequio -Pubblicato su Dazebao
In bocca al lupo. Essere under 30 in Italia significa camminare sull’orlo del burrone, con tanta brava gente che cerca di spingerti giù. Hai 12-14 anni, sei un bullo. Altro che aumento dell’obbligo scolastico, per te la magnifica ricetta Gelmini. Beccati il maestro unico e se sarai fortunato avrai pure a che fare con un vecchio, tutto “bacchettate e punizioni dietro la lavagna”. Per te povera creatura, tanto meglio: le botte non te ne hanno date ancora abbastanza. Sei rom? Porgi il dito che ti prendono le impronte digitali, ti schedano e magari ti cacciano: ti sgomberano, ti discriminano. Andiamo avanti, nei piani del centro-destra: niente aumento dell’obbligo, ma riduzione del diritto allo studio. Del tipo: sei figlio di operai? Vattene a lavorare per due lire, straccione! Sei appassionato d’arte? Ti piace leggere libri? Maledetto! Read the rest of this entry ?
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Settembre 16, 2008
Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione |
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Per chi suona la campanella? «Suona per te», citando John Donne. Primo giorno di scuola nella maggior parte delle città italiane e subito proteste. Vestito a lutto il personale docenti fiorentino, corteo spontaneo composto da mille persone nel centro di Genova e ragazzi in mutande con orecchie d’asino a viale Trastevere.
Alla Iqbal Masih, scuola elementare del quartiere romano di Centocelle, bambini, genitori e maestri hanno addirittura fatto scattare la prima occupazione dell’anno: «E’ dal 4 settembre che siamo in stato di assemblea permanente», afferma un genitore. «E’ giunta l’ora di fare qualcosa di più. L’occupazione durerà una settimana, ma già per domani (oggi, Ndr) è previsto un sit-in sotto Montecitorio». All’entrata dell’edificio un grande striscione: «Da bamboccioni a burattini, il passo è breve con la Gelmini». Sono le 14.00, da un’ora e mezza sono terminate le lezioni, decine di bambini giocano nel giardino, le loro mamme sono dietro a un banchetto, pronte a volantinare. Per autofinanziare la protesta si vendono delle magliette, portano una scritta: «Il futuro dei bambini non fa rima con …». Un signore, aspetta il primo cambio di turno: «Sono un artigiano, devo andare a lavorare, tornerò alle 6 con i sacchi a pelo». E spiega: «Sulle t-shirt c’è il motto del coordinamento romano. Sono settanta le scuole che vi partecipano». E’ ora di pranzo, ma si susseguono le chiamate in segreteria da parte dei giornali, alcuni inviati hanno pranzato nel cortile assieme ai maestri: «E’ strano tutto questo interesse. Forse c’è qualche scontento anche all’interno del centrodestra», commenta Carla, una madre. «Questa è sempre stata una scuola sperimentale: teatro, interdisciplinarietà, incontri pomeridiani e dibattiti con la cittadinanza. Ora tutto rischia di saltare». Il leitmotiv della protesta è il No al maestro unico. «Da quando andavamo a scuola noi, sono cambiate molte cose», spiega un insegnante. «E’ cambiata anche la famiglia. Oggi una coppia su tre si separa nell’arco dei primi sette anni di matrimonio. Una volta le donne restavano a casa e lavoravano solo gli uomini. Il maestro unico è figlio di quella società lì, una società contadina, per non dire maschilista». Interviene una sua collega: «C’è tutto un aspetto sociologico che rischia di essere annientato. La sterzata del governo è un addio al tempo pieno. Questo crea almeno tre problemi fondamentali: per i genitori, l’impossibilità di organizzarsi le loro giornate lavorative; per noi maestri, la solitudine, l’impossibilità di confrontarci e l’incertezza di operare al meglio; per i bambini, meno laboratori e il rischio di restare stritolati in un solo modello educativo». Riprende il maestro: «Si torna indietro di 23 anni. Nel 1985 c’era un’attenzione diversa sulle riforme. Il mondo accademico che fine ha fatto? Perché non interviene?». La direttrice Simonetta Salacone spiega la protesta attraverso gli occhi degli alunni: «La scuola è soprattutto rapporto sociale. E’ normale che questa esperienza sia avvertita dai più piccoli come un gioco. La ludicità, aspetto curato nel tempo pieno, è un bene che salvaguarda anche gli adulti dal diventare anziani. La partecipazione attiva dei genitori è un altro segnale importante: insieme conosciamo meglio i ragazzi e forse questi crescono meglio. Occorre dargli tanta fiducia». Poi pensa al futuro imminente: «Sarà una scuola depressa. Docenti anziani sempre più frustrati e docenti giovani super precari. Famiglie confuse, molto confuse. Tempo pieno in esaurimento che andrà sostituendosi con spezzoncini di attività, pagate privatamente dai genitori. Ordine e disciplina. Nessun merito, pochi punti di riferimento. Sarà una scuola che riprodurrà diseguaglianze e lo farà frantumando il rapporto con le nuove generazioni». La Iqbal Masih è vicina al campo rom più antico della capitale, il Casilino 900: «Abbiamo diversi bimbi rom, anche di altri campi», afferma la direttrice. «Sono bravissimi, l’unico problema è la frequenza. Ovviamente con gli sgomberi i genitori sono costretti a non mandare i figli a scuola. Per quanto concerne l’insegnamento della lingua per i ragazzi stranieri, e comunque l’assistenza, con i tagli del governo saranno drasticamente penalizzate». Reazioni dure da parte dei politici della “Jurassic School”. La Mariastella nazionale su tutti: «E’ vergognoso strumentalizzare i bambini per cavalcare proteste che sono solo politiche». Gli risponde un rappresentante del coordinamento romano genitori-insegnanti, tiene per mano la figlia sorridente, lei gli fa l’occhiolino: «Dormiamo qui stanotte, vero?» Lui annuisce e: «Conosciamo la sensibilità dei nostri piccoli. Per loro è una importante dimostrazione di essere parte attiva nella scuola. Come di tutta la società che hanno attorno. La si smettesse, invece, di fare cassa sulle spalle dei più deboli».
Enrico Panini, segretario generale della Flc Cgil, promette battaglia al governo: «Contro il parere del mondo scientifico e culturale, la Gelmini si è improvvisata pedagogista per fare il braccio armato di Tremonti. Siamo solo all’inizio di un anno scolastico che si annuncia molto caldo… ».
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Settembre 1, 2008
di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione
Stuprato da più detenuti,
“punito” con l’isolamento
Un incubo infernale: stuprato, picchiato e messo in isolamento. E’ omosessuale e ha l’Aids. Quaranta anni, calabrese e una fragilità di cristallo. Orfano di tutti e due i genitori, si ritrova in una cella a Catanzaro, senza aver subito un processo, senza una condanna. Reo di aver tentato di rubare un tubo di rame in un’azienda. Ha subito dichiarato la sua omosessualità, la sua sieropositività: la prigione gli ha risposto con un muro di indifferenza e cattiveria.
A denunciare la storia al ministro Alfano è stato ieri Franco Corbelli, presidente del Movimento diritti civili: «Purtroppo in Calabria non esiste un garante, è un anno e mezzo che aspettiamo che qualcosa si muova. Ma non accade niente. Il mio numero è stato dato al ragazzo da altri detenuti. Quando è stato messo agli arresti domiciliari, dieci giorni fa, mi ha subito chiamato. Prima non ha potuto in nessun modo far sentire la sua voce. Era disperato. La sua è una vita spezzata. Una vergogna: questa persona non sarebbe nemmeno dovuta entrare in prigione. Poi l’errore più grave, quello di non tutelarlo. Di non assegnarlo a una sezione “sensibile”». Un’odissea lancinante, fatta di torture e violenze di ogni genere. «E’ entrato a giugno», racconta Corbelli. «Prima era solo in stanza, poi l’ha divisa con un detenuto. Qualche presa in giro, qualche toccatina, delle minacce, fino a luglio, all’aggressione subita nell’ora d’aria. Erano sei, forse sette. Sono entrati nella cella in un momento di caos, lo hanno messo faccia al muro e da dietro hanno ripetutamente abusato di lui». Il ragazzo ha detto di avere l’Aids e è stato l’inferno. Gli altri detenuti lo hanno malmenato. «Dalle violenze subite al provvedimento che avrebbe dovuto tutelare il ragazzo sono passati tre giorni. Tre giorni con gli altri detenuti in preda a una psicosi dovuta alla paura di aver contratto la malattia. Poi l’isolamento, un mese di isolamento. Dal 7 luglio al 6 agosto. Senza acqua e con topi e scarafaggi che gli camminavano addosso. Lo hanno punito, invece di aiutarlo». In seguito lo hanno trasferito in un carcere siciliano: «Lo hanno sbattuto in un braccio con detenuti condannati per reati sessuali. Resta in questo reparto per tre giorni, finché si accorgono del caso e lo mettono nuovamente in isolamento. Questa volta per pochi giorni. Infine il ritorno nella struttura di Catanzaro, dove è rimasto fino alla concessione dei domiciliari». Il processo sarà a settembre, il giovane dice che «non ha senso la sua esistenza»: quando era rinchiuso avrebbe mostrato dei potenziali istinti suicidi, ora avrebbe realmente pensato di togliersi la vita. «Le istituzioni hanno il dovere di intervenire», riprende il responsabile del Movimento dei diritti civili. «Che lo venissero a trovare! Questa persona è stata abbandonata, ha un grande bisogno di essere tranquillizzata. Occorrerà riaffermare la sua dignità di essere umano». Aurelio Mancuso, presidente dell’Arcigay ha definito «orribile» l’accaduto: «Purtroppo il sistema carcerario non è preparato ad avere una serie di protezioni per gli omosessuali. Le trans spesso vengono messe in appositi bracci, dove alle volte finiscono anche alcuni gay, ma occorrono maggiori tutele. Facciamo assistenza legale ai detenuti, ma ammetto che entrare nelle carceri è molto difficile. Chiediamo da anni un protocollo tra gay e istituzione carceraria, ma non abbiamo mai ottenuto risposte. Inoltre sembra non esserci alcun interesse sulla prevenzione delle malattie in questi luoghi e, nel caso dei malati di Hiv, abbiamo raccolto diverse lamentele sulla mancanza di assistenza e sui ritardi di consegna delle terapie».
Solidarietà al ragazzo da parte di Vladimir Luxuria, che commenta: «Ha subito violenze perché omosessuale e perché sieropositivo. E’ stato vittima di omosessualità coatta, non ha potuto proteggersi, non ha potuto chiedere il preservativo e è stato picchiato anche per questo. Per essere stato violentato. L’omofobia continua a essere un’emergenza, ma non è stata affrontata dal governo con il pacchetto sicurezza. Noi non facciamo parte di quelli che devono essere più sicuri». L’associazione Anlaids non ha una sede in Calabria, Tullio Prestileo, coordinatore della sede siciliana spiega: «Solitamente nelle carceri c’è una buona gestione dei pazienti. In cella si tende a mettere insieme i pazienti con la stessa malattia. Se ne fanno richiesta. Dove c’è collaborazione con i reparti di malattie infettive degli ospedali, le visite hanno una cadenza settimanale. In Sicilia, lo scorso anno, abbiamo anche tenuto dei corsi di aggiornamento professionale per le guardie carcerarie. Questa storia fortunatamente è un caso isolato. Per lo meno per quanto concerne le violenze sui sieropositivi». E sulla sorte degli altri detenuti: «Sul piano teorico non dovrebbero essere sottoposti a test se non su loro specifica richiesta. E’ la legge n°135 del 1990 che lo impone. Se lo faranno dovranno essere assistiti nel migliore dei modi. Credo che le psicosi collettive si gestiscano anche grazie al rispetto della privacy».
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Agosto 30, 2008
Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione
Milano e Roma: a sgomberi e impronte non seguono le reiscrizioni dei bimbi rom e sinti nelle scuole
Si avvicina il primo giorno di scuola, ma non per tutti. La politica delle impronte digitali e degli sgomberi ha prodotto la sua prima vittima: la scolarizzazione dei bambini e delle bambine rom. A denunciarlo le associazioni e gli operatori del settore sociale di Lazio e Lombardia. Regioni che da sole ospitano il 34,2% degli iscritti dello scorso anno. Giorgio Bezzecchi, vicepresidente di Opera Nomadi, afferma: «Il procurato allarme di questa estate ha creato solo nuovo disagio sociale». «Chi è stato costretto a lasciare le proprie abitazioni – spiega Bezzecchi – o per paura, o perché sgomberato, ha perso tutti i suoi punti di riferimento. A Milano ci sono 5200 tra rom e sinti, di questi solo 1200 vivono negli 11 campi comunali. Il 50% è italiano, ma, cosa più importante, quasi la metà ha meno di 14 anni. Attenzione, parlare di rom e sinti significa sempre parlare di bambini. Purtroppo qualcuno se lo è dimenticato». Le famiglie che hanno lasciato le loro abitazioni sarebbero rimaste nel capoluogo lombardo, «qualcuna è momentaneamente ferma nell’interland», ma avranno bisogno di tanto tempo prima di trovare una loro stabilità.
«I danni di certe iniziative politiche – continua il vicepresidente di Opera Nomadi – si moltipicano nelle fasce deboli e hanno degli effetti inimmaginabili. Sono stati interventi che riflettono quelli fascisti del 1941. Non è errato affermare che i problemi psicologici che ne derivano possano essere paragonati a quelli prodotti dai censimenti e dagli internamenti di un tempo». Gli sgomberi a Milano sarebbero continui, quotidiani e le conseguenze prevedibili. Valerio Pedroni, un operatore sociale, ha raccontato a Redattore Sociale : «L’associazione dei Padri Somaschi ha seguito diversi campi abusivi, compreso quello della Bovisa, evacuato lo scorso 1° aprile. Fino alla primavera vi avevamo raccolto una trentina di preiscrizioni. Ora le situazioni monitorate sono 12, e solamente 5 o 6 corrispondono a ragazzi che lo scorso anno hanno frequentato». L’associazione Nocetum aveva seguito i bambini del campo di via San Dionigi, sgomberato un anno fa e conferma: «Adesso sono quasi irreperibili. Per loro il prossimo anno scolastico resta un punto interrogativo». Stessa storia a Roma, dove un assistente sociale del V municipio spiega: «In situazioni di difficoltà non si sa nemmeno come muoversi. Un po’ perché alcuni rom non conoscono la lingua o gli sportelli a cui rivolgersi, un po’ perché non sempre le scuole son ben disposte nei loro confronti. Queste avrebbero il dovere di accettarli, ma in alcuni casi pongono il problema delle vaccinazioni e li rifiutano. E’ ovvio che i bambini siano vaccinati, ma non avendo i documenti, non possono dimostrarlo». E continua: «I mediatori interculturali ci sono, ma hanno un costo che non sempre può essere supportato. Da parte loro, le strutture scolastiche sono impreparate a assorbire venti nuovi iscritti da un giorno all’altro e i genitori continuano a lamentarsi del fatto che questi siano più grandi dei loro figli». Sergio Giovagnoli dell’Arci precisa: «Occorre fare una distinzione netta tra scolarizzazione nei campi attrezzati e in quelli abusivi. Nei primi continuerà, nei secondi la situazione è notevolmente peggiorata». Dello stesso avviso Paolo Ciani della Comunità di S.Egidio: «I dati sulla scolarizzazione del ministero fanno riferimento ai bambini “regolari”. Ma è nei campi non autorizzati che permangono i problemi di interruzione. In questi casi sono le famiglie a iscrivere i bambini e non li dichiarano come rom». I dati ufficiali parlano di 12.342 bambini rom iscritti nelle scuole italiane lo scorso anno. Secondo le audizioni del gruppo di lavoro che sta stendendo il Piano nazionale infanzia 2008/2009, in Italia «ci sono 35mila rom tra i 6 ei 14 anni e 70mila under 18». La maggior parte degli alunni frequenta la scuola primaria, si dimezza alla scuola secondaria e solo in 300 si iscrivono alla scuola secondaria di secondo grado. «Le medie son più impegnative – spiega Ciani -. E’ l’età dell’adolescenza ed è qui che i ragazzi si tirano indietro. Occorrerebbero delle borse di studio, invece la realtà vuole che a metà anno ancora non siano arrivati i libri di testo». Il presidente della Federazione rom e sinti, Nazareno Guarnieri è deciso: «Sì, c’è un forte rischio che le iscrizioni diminuiscano. Non si possono fare numeri precisi. Alemanno aveva parlato di 5500 rom seguiti in città. Calcolando gli abusivi alcuni hanno parlato di 12mila persone: molte di queste sono bambini. Gli sgomberi portano la gente per la strada senza alcun progetto di vita. E’ difficile integrarsi, lo è anche per gli italiani, basta pensare a ciò che è accaduto con la comunità di Campo Boario. Come spiegare ai nostri figli la storia delle impronte e della schedatura? Si respira violenza e non accettazione, sono preoccupato. Non c’è un progetto serio di integrazione che colleghi scuola, sanità e lavoro. Questo governo ha reso i rom dei capri espiatori di tutto quello che non va. Il risultato? I bambini rom e sinti sono stati violentati dalla politica». La Federazione aveva proposto un progetto per il primo giorno di scuola: «Avremmo voluto far riunire i ragazzi in una struttura con il sindaco o un assessore che gli desse il benvenuto scolastico, che gli dicesse: “La scuola è anche per voi”. Abbiamo incontrato 1000 difficoltà di ordine economico e politico, probabilmente non se ne farà più niente. Ma la Gelmini dove è?»
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Agosto 28, 2008
M.M.
Violenza brutale nel convento di San Colombano Belmonte, in provincia di Torino: tre rapinatori col volto coperto hanno preso a bastonate quattro frati riducendone uno quasi in fin di vita. Poi li hanno derubati. Il massacro risale a martedì, erano circa le nove di sera. «Siamo stati legati e imbavagliati. Abbiamo subito una violenza selvaggia», hanno raccontato i religiosi. Uno in particolare versa in gravi condizioni: ricoverato d’urgenza al San Giovanni Bosco di Torino, resta in prognosi riservata. Gli altri sono a Cuorgnè, dove i medici li hanno giudicati guaribili in 30 giorni.
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