Archivio per la categoria ‘Media’

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Rai, Del Noce al posto di Saccà

Agosto 2, 2008

Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione

Rai, di tutto di più. Nuovo colpo di scena nella tv di Stato: Agostino Saccà spostato dalla Fiction alla direzione commerciale. Vittoria secca, 4 a 1 per Petruccioli e Cappon, definiti lo scorso 31 luglio da Urbani «orfani perdenti» e «come i giapponesi dopo la fine della seconda guerra mondiale: combattenti per nulla». Hanno votato a favore della proposta fatta dal direttore generale, oltre al presidente, i consiglieri vicino all’opposizione Curzi, Rognoni e Rizzo Nervo. I consiglieri vicini al Pdl, Urbani, Bianchi Clerici e Petroni, avevano invece tentato il colpo basso, collegandosi via telefono con il cda, e poi scollegandosi dalla teleconferenza. Questa volta il catenaccio non ha funzionato.

Marco Staderini, unico voto contrario, non ha abbandonato la riunione perché non ha saputo resistere al richiamo di Brunetta agli statali, «non assentatevi», oppure perché memore della sua astensione di due settimane fa. Fatto sta che la sua presenza ha reso valido il voto. «Le astensioni sul voto per il licenziamento, il 16 luglio scorso, che non influirono, sono state invece determinanti oggi (ieri, Ndr). – afferma Alessandro Curzi – Allora, sia io che Staderini ci astenemmo, rompendo in quel modo i giochi già fatti. Occorre riconoscere stima a questo collega, che ha permesso al consiglio, con la sua presenza, di deliberare. Ha dimostrato lealtà aziendale e coraggio, permettendoci di affrontare un problema e forse risolverlo». A prendere il posto di Saccà alla Fiction sarà Del Noce, che manterrà l’interim della direzione di Raiuno.
La Saccà Story si era aperta al grande pubblico nel dicembre 2007, quando fu divulgato l’audio di una sua conversazione con l’allora capo dell’opposizione, Silvio Berlusconi. Una discussione calda che sconvolse spettatori Rai e non. Il Dg espresse il suo appoggio appassionato all’attuale premier, che gli avrebbe chiesto alcuni favori. Dal mandare in onda una trasmissione cara alla Lega, all’aiutare una ragazza. Berlusconi gli avrebbe spiegato esplicitamente che questa segnalazione sarebbe stata utile a un senatore della maggioranza, che in cambio lo avrebbe aiutato a far cadere il governo. Già nel 2002 Saccà aveva strizzato l’occhio alla destra mettendo la parola fine sulla trasmissione Il fatto di Enzo Biagi. Dopo lo scandalo intercettazioni, il 21 dicembre 2007 la Rai sospendeva cautelativamente Saccà dal suo incarico. A distanza di sette mesi, il 30 giugno scorso, il Tribunale del Lavoro di Roma annullava la sospensione e Saccà rientrava in Rai. Da allora ha inizio quella che sembrava essere la sfida infinita Cappon-Saccà. Il 16 luglio è la volta del voto sul licenziamento del Dg proposto da Cappon per «chiara violazione del Codice Etico». Cappon faceva riferimento alla seconda tranche di intercettazioni Saccà-Berlusconi, puntando il dito sui contatti avuti dal dirigente con la concorrenza in merito al coinvolgimento di Mediaset nel programma Pegasus . Fu un nulla di fatto. Ma il 28 luglio il Tribunale del lavoro ha accolto il ricorso Rai sul reintegro riaprendo il caso in cda dando il là a una serie di fumate nere in commissione, fino allo spostamento di Saccà. E ora? «Se i miei avvocati sono d’accordo farò ricorso. – si sfoga Saccà ai microfoni di Sky – Quello che ha fatto oggi (ieri, Ndr) il Cda Rai è illegittimo.»
Da un caos che sta finendo a uno che ancora non si risolve: quello della commissione di vigilanza, che, dopo la seduta interrotta del 31 luglio scorso per l’occupazione delle aule da parte dei radicali, è stata rimandata al 17 settembre, con una promessa da parte dei presidenti di Camera e Senato: «Se in tale seduta non si dovesse procedere all’elezione dell’ufficio di vigilanza, la commissione sarà convocata quotidianamente fino alla dovuta elezione dei propri organi». Decisione accolta con soddisfazione da Pannella & Co, che da giorni portavano avanti uno sciopero della fame. Ma la polemica è tutt’altro che placata: il capogruppo del Pdl, Fabrizio Cicchitto ha definito gli “occupanti” dei «minisquadristi» e il leader radicale gli ha risposto: «Caro Fabrizio, evidentemente ti manca l’illuminato consiglio di Gelli, che non ti avrebbe permesso di dire a nome della vostra loggia P2 quello che hai detto a nome del Pdl».

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Stop al monopolio Cisac-Siae: infrante le norme sulla libera circolazione

Luglio 19, 2008
Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione
 
Diritti d’autore, altolà europeo
Via libera alla concorrenza
 

Diritto d’autore non vuol dire solo Siae. E’ la Comunità europea a ribadirlo intervenendo contro la Cisac (Conferderazione Internazionale delle società autori e compositori), vero cartello della gestione del diritto d’autore, costituito da 24 società europee tra le quali proprio la nostra Siae. Porte spalancate alla libera concorrenza e addio alle restrizioni territoriali. Nel dettaglio la proposta approvata dall’Antitrust, lo scorso 16 luglio, proibisce agli appartenenti alla Cisac di «applicare clausole di affiliazione che impediscano all’autore di scegliere o cambiare società».
Sono state ritenute illegali tutte quelle limitazioni nazionali per cui una società non può offrire licenze a canali che hanno sede in un altro paese. Le società non potranno nemmeno rifarsi a clausole di esclusiva che autorizzino altre società a gestire il loro reportorio all’estero. Una riforma che colpisce al cuore un monopolio e riapre la discussione sulla necessità della libera circolazione delle idee (musicali, letterali, teatrali e non solo) senza barriere doganali. Finalmente sarà possibile scegliere a chi far custodire i propri diritti d’autore, e acquistare, e far valere, una licenza ovunque. Neelie Kroes, commissaria alla concorrenza e prima promotrice del provvedimento, ne spiega i possibili vantaggi per autori e consumatori: «Le società di gestione dei diritti d’autore saranno incoraggiate ad offrire ai compositori e ai parolieri le migliori condizioni sull’ammontare al quale hanno diritto, ma la decisione faciliterà anche la diffusione delle opere via satellite, cavo e internet offrendo ai consumatori una scelta più vasta e agli autori redditi più importanti». Diritti economici potenzialmente più alti, più negozi, più autori, più paesi convolti. Ma le società sono pronte a organizzarsi in maniera paneuropea? Forse no. L’Ecsa, l’associazione europea dei compositori e parolieri ha detto che la riforma del sistema del diritto d’autore sarà «una catastrofe, un danno ai guadagni dei musicisti». E proprio duecentoventi di loro, tra i quali Robin Gibb, ex Bee Gees e ora rappresentante della Cisac, Julio Iglesias e David Gilmour nei giorni scorsi avevano presentato un appello per bloccare il provvedimento.
Il “pericolo” è quello di un abbassamento dei controlli, di un aumento incredibile del numero di opere sul mercato, anche tramite il web. Preoccupato – ovviamente – anche Giorgio Assumma, Presidente della Siae: «Lo scenario che si prefigura richiede molta attenzione, specialmente sul web, dove autori e società di gestione collettiva già incontrano rilevanti difficoltà nell’ottenere il riconoscimento dei propri diritti intellettuali».
In realtà siamo di fronte a una rivoluzione, capace di far saltare contratti milionari per artisti affermati, etichette leader e grandi negozi musicali, ma anche di dimostrare i limiti di qualsiasi società di gestione dei diritti. Il web resterà incontrollabile. E certe società perderanno motivo di esistere. Del resto secondo il Codice Civile italiano il diritto d’autore è riconosciuto anche senza di loro. Nasce al momento della creazione dell’opera.

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Decreto salva Rete4. Odore di multa, altro che riduzione delle tasse

Maggio 23, 2008
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Tratto da www. dazebao.org
di Maurizio Mequio

E se qualcuno sogna ancora l’abolizione del canone RAI, il rischio, anzi la realtà, è che si materializzi una sorta di canone MEDIASET. Trecentomila euro al giorno di multa all’Italia, questo è l’affare che il parlamento da ieri cerca di “maneggiare”.

Desta meraviglia che l‘opposizione del Partito democratico e dell’Italia dei Valori alla toppa proBerlusconi sia stata sbeffeggiata in aula da tutto il centro-destra: “ostruzione!” – ha gridato la maggioranza-. E malgrado il gelo calato sull’idilliaco rapporto di questi giorni tra l’azionista di maggioranza Mediaset e Walter Veltroni, tutto fa pensare che sarà una semplice e prevedibile passeggiata l’iter del nuovo testo salva Rete4. Cambiano i modi, le forme, ma i contenuti restano gli stessi. Una storia già scritta.
E’ stato il governo Prodi ad aver prodotto il decreto in questione, detto anche “salva infrazioni”. Avrebbe dovuto contenere esclusivamente delle norme utili per evitare che i 14 rilievi formulati dall’Unione Europea si trasformassero in multe salatissime e sanzioni definitive, ma a qualcuno è venuta l’idea di apporre delle aggiunte. Dove è il problema? “Da nessuna parte” -risponderebbe un cittadino cosciente del fatto che nel Bel Paese il discorso sul conflitto di interessi è oramai considerato demodè-. Ma sembra resistere un limite all’indifferenza degli italiani. Chi si continuava a chiedere cosa un giorno avrebbe tirato fuori il proprio indice dalla terribile scatolona nera, se solo avesse osato spingere il quarto tasto del telecomando, resta perplesso di fronte alla soperta che può dar pace alla propria curiosità. Anche dopo aver non digerito lo scorso 31 gennaio, giorno in cui la sentenza della Corte Europea aveva inveito con chiarezza contro il Bel Paese.
Questa affermò-scoprì che il regime italiano di assegnazione delle frequenze non rispettava-non rispetta il principio della libera prestazione dei servizi, e che non segue dei criteri di selezione obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati. Il documento prodotto dalla Corte, infatti, diceva che L’applicazione in successione dei regimi transitori strutturati dalla normativa a favore delle reti esistenti ha avuto l’effetto di impedire l’accesso al mercato degli operatori privi di radiofrequenze. Questo effetto restrittivo è stato consolidato dall’autorizzazione generale, a favore delle sole reti esistenti, ad operare sul mercato dei servizi radiotrasmessi. Tali regimi hanno avuto l’effetto di cristallizzare le strutture del mercato nazionale e di proteggere la posizione degli operatori nazionali già attivi su questo mercato. Inoltre sottolineava che in Italia il piano nazionale di assegnazione per le frequenze non è mai stato attuato per ragioni essenzialmente normative, che hanno consentito agli occupanti di fatto delle frequenze di continuare le loro trasmissioni nonostante i diritti dei nuovi titolari di concessioni.
Le leggi succedutesi, che hanno perpetuato un regime transitorio, hanno avuto l’effetto di non liberare le frequenze destinate ad essere assegnate ai titolari di concessioni in tecnica analogica e di impedire ad altri operatori di partecipare alla sperimentazione della televisione digitale. Ora il neoeletto governo Berlusconi ha aggiunto al testo prodotto dalla precedente legislatura un emendamento che utilizza il decreto per riassegnare le frequenze per le trasmissioni tv con il digitale terrestre. Secondo Di Pietro “un ennesimo decreto salva Rete4”, “una legge ad uso e consumo del capo del governo”. Strana storia, quella di Europa7, l’opposta faccia della medaglia. Inizia nel 1999, quando ottiene la concessione per una rete nazionale, mentre Rete4 non ce la fa, ma il governo d’Alema e poi quello Amato non intervengono lasciando trasmettere Rete 4 e congelando lo sviluppo nazionale dell’emittente di proprietà di Francesco Di Stefano.
Nel 2002, poi, la sentenza n. 466 della Corte Costituzionale impone che le trasmissioni della rete Mediaset siano dismesse entro il 31 dicembre 2003, ma la Legge Gasparri dell’anno successivo mantiene inalterato lo stato delle cose. Il Parlamento Europeo nel 2004 richiama l’Italia sulla questione e nel 2006 la Commissione Europea mette in mora lo Stato perché proprio la Legge Gasparri non rispetterebbe le direttive comunitarie. Anche il governo Prodi non è riuscito a modificare minimamente la situazione, e dall’Europa, il 19 luglio 2007, vengono dati due mesi per risanare i fatti. Fumate nere fino al 31 gennaio, alla sentenza della Corte di Giustizia Europea. E ancora il 6 maggio, quando l’avvocato di Stato si è trovato nuovamente a difendere la Legge Gasparri e Rete4, malgrado da tutte le parti si riconoscessero le ragioni di Europa7. Fino ad oggi solo rimandi. Quanto potrebbe costare agli italiani questa situazione? Quanto può pesare questo stano gioco al mantenimento-conquista del chiaro analogico? Più di cento milioni di euro l’anno, ovvero quasi un altro canone Rai.
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Linux: la nuova era

Maggio 22, 2008

Riportiamo un divertente video tratto da youtube, a confronto la grafica di Microsoft Vista e quella di Ubuntu, un sistema Linux…

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Open Source nella Pubblica Amministrazione

Dicembre 2, 2007

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La lenta migrazione e la rivoluzione del permesso d’autore

2/12/2007

Nella Città dell’Altraeconomia il 28 novembre si è tenuto il convegno “Software  Libero e Open Source per la responsabilità sociale d’impresa”. L’evento organizzato da RespEt, in collaborazione con il Comune di Roma, ha proposto lo stato attuale dei servizi informatici liberi nel Bel Paese, denunciandone il grave ritardo rispetto agli esempi spagnoli di Extremadura o Valencia e alle intenzioni professate da politici e grandi aziende.

Che software rilasciati con licenze che permettono maggiori libertà d’azione dell’utente – dalla modifica del codice sorgente alla sua esecuzione, dalla copia alla sua distribuzione, fino allo studio del programma per eventuali modifiche – siano gli strumenti della nuova rivoluzione informatica non vi sono più dubbi. Ma del vantaggio economico che tale rivoluzione recherebbe a Pubblica Amministrazione ed imprese private non se ne è ancora parlato.

 Non esiste una sola realtà da proporre ai digital citizens, non c’è un solo sistema per usufruire del proprio Pc. Afferma Davide Gorini, rappresentante dell’Incubatore OSS: Le case distributrici di Hardware continuano ad inserire esclusivamente sistemi Windows, pochi sanno della possibilità del cliente di non utilizzare quel sistema, di chiedere un rimborso ed entrare gratuitamente in Linux. Per anni si è parlato di inaffidabilità di Linux, oggi, invece, sono migliaia le lamentele per disservizi, problemi di lettura dei programmi, soldi persi, danni provocati per l’ultima creatura di casa Microsoft: “Vista”. 

Sono cinque gli “Incubatori di imprese” romani, il progetto sostenuto da Autopromozione sociale offre spazi ad aziende, cooperative ed associazioni per la migrazione al nuovo “software libero”, fornendo consulenza, formazione ed assistenza. Ideato un anno fa è stato presentato ufficialmente a maggio, poco pubblicizzato, ha riscontrato i favori di decine di privati e vanta una sola consulenza al settore pubblico.

 Commenta Marco Pantò, Presidente di Linuxshell Italia: Da uno studio di due anni, commissionato dalla Comunità Europea, i motivi della resistenza alla migrazione da software chiusi sono legati alle scelte delle varie dirigenze delle Istituzioni pubbliche. Il cambiamento si può realizzare soltanto dal basso. Nel 2003 a Valencia si iniziò a parlare di software libero, oggi sono 300.000 i computer Linux nella provincia di questa città. Scuole e Comune compresi. Anche a Roma nel 2003 si è iniziato a parlare di software libero, ma i risultati a distanza di quattro anni sono del tutto diversi.  

I vantaggi economici sarebbero notevoli: azzeramento dei costi di licenza, riduzione dei costi di assistenza, aumento delle prestazioni e della sicurezza. Il codice sorgente disponibile a tutti permette la personalizzazione dei programmi a seconda delle esigenze di chi li utilizza, così le logiche economiche e di sviluppo delle aziende non dipenderebbero più da quelle dei fornitori dei loro servizi.

Una scelta in favore del “permesso d’autore” garantirebbe, inoltre, un risparmio anche sugli hardware. Se un server oggi ha una vita di un centinaio di giorni, un server open source la ha di anni.

 Pantò ha spiegato che lo stesso investimento iniziale è recuperabile già nei due anni successivi alla migrazione: Come Linuxshell avevamo proposto un progetto Open Source per gestire il catasto, l’unica spesa che la Pubblica Amministrazione avrebbe dovuto pagare era la formazione, il progetto non è stato accettato.  I Comuni gestiscono da soli con i loro consulenti le scelte informatiche. Il problema non è tecnico, ma politico ed economico. Nella finanziaria di quest’anno sono stati stanziati diversi soldi per la migrazione, ma non credo si riuscirà a fare molto.  Si sbatterà contro dei forti interessi. La sensibilizzazione dei normali utilizzatori di pc è l’unica strada percorribile. 

Davide La Manna della Cooperativa “Binario Etico” ha presentato il progetto Trashware, ovvero di recupero dei computer dismessi. Se il mercato pubblicizza computer sempre più potenti, la realtà dimostra che molte volte non si ha bisogno di un eccesso di progresso. Gli hardware-spazzatura non sono affatto trash, ma prodotti rimessi a nuovo e ottimizzati grazie all’utilizzo di software libero. Il costo delle apparecchiature è così accessibile a chiunque.

 Il mito del veloce invecchiamento della tecnologia è sfatabile. Lo spreco non è sostenibile per l’ambiente, il recupero di RAEE è del solo 10%. Se ogni anno sono buttati 150.000.000 di personal computer, un computer domestico è in media usato 4 anni e uno aziendale per 12-18 mesi, in realtà un computer ha un tempo medio di vita di 7-8 anni. E può arrivare facilmente a 10 anni. Afferma  La Manna: Noi allunghiamo i tempi di obsolescenza. Siamo degli artigiani. La grande distribuzione non ha voglia di perdere tempo. Quest’esperienza nasce dall’associazionismo, è presente in tutto il territorio italiano ed è ben vista dalle persone. Crediamo nella cultura del riuso, della scelta e della personalizzazione. Non abbiamo avuto ancora riscontri nella Pubblica Amministrazione, ma non importa, chi prende un prodotto trashware pensa che le cose si possono fare anche da soli.  Se il futuro è sempre più business perché in questo caso è il business a fermare il futuro? Se la Pubblica Amministrazione promuove progetti di migrazione al Software Libero perché è più diffidente dei singoli cittadini? Se processori ultrapotenti non sono utili perché vengono prodotti? Se si considerano finiti dei computer (computer trash, non trashware) perché vengono regalati ai paesi del Terzo Mondo? La lenta migrazione rallenta la rivoluzione del  permesso d’autore. E se non la frenerà?