| Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione | |
| Rifiuta il lavoro per i figli malati Perde tutti i diritti che aveva |
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25/09/2008 |
Archivio per la categoria ‘lavoro’

Genova, una donna sceglie la famiglia e le levano la disoccupazione
Settembre 25, 2008
Assunto da un ente pubblico, licenziato perché non italiano
Settembre 25, 2008| Di Maurizio Mequio -pubblicato su Liberazione | |||
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Zurich brinda con i bilanci, ma delocalizza i suoi dipendenti
Settembre 23, 2008| Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione
Ieri sciopero di tre ore a Roma. Non vogliono finire a Milano
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Alitalia, il Cav insiste sulla Cai, ma i sindacati fanno muro
Settembre 23, 2008| Epifani chiama una cordata straniera (Lufthansa), il Pd non sa che dire | ||
| Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione | ||
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Un uomo sull’orlo di una crisi di nervi, Berlusconi, che grida il suo “O Cai o morte”. Scenari bloccati sul fronte Alitalia e un’unica via di salvezza per il Premier: evitare il fallimento personale. «Non c’è nessuna possibilità che si presentino altri soggetti alla cordata», assicura Berlusconi. «Credo che gli italiani siano buoni giudici per capire da che parte stia la colpa se non si è riusciti a trovare immediatamente una soluzione». Silvio attacca tutti. Tuona contro chi ha fatto saltare l’accordo e contro chi ne ha gioito. Sui sindacati: «Hanno proposto di ricominciare tutto da capo, chiedendo cose che nessuna compagnia al mondo può accettare». Sulle richieste dei piloti: «Inaccettabili, la loro categoria non si può gestire da sola ma deve sottostare alle normali direzioni che sono affidate agli amministratori e ai manager della società». E sui manifestanti: «Sono suggestionati dalla sinistra. Quell’immagine – si riferisce agli applausi di Fiumicino all’annuncio del ritiro dell’offerta – non è piaciuta in generale, non è piaciuta a noi, né alla stragrande maggioranza degli italiani». E motiva: «Visto lo sforzo generoso di un gruppo di imprenditori italiani pronti a investire per il Paese, non è stato certamente un bel vedere». Da buon giocatore di Texas Hold’em, finge di non sapere di essere stato scoperto con sola mezza figura in mano, spaventa gli avversari e poi rilancia con prepotenza: «Senza il buon senso si va dritti al fallimento. Confido nella responsabilità degli uomini e auspico un ravvedimento da parte di coloro hanno posizioni irrazionali». Fredda la precisazione di Sacconi: «Al tavolo ci si torna solo per firmare». Crea un solco Berlusconi, tra sé e il mondo del lavoro. L’Anpac gli replica a nome dei piloti: «Ci hanno proposto un contratto peggio di quello delle colf, chiediamo solo che i nostri contratti siano uniformati a quelli in vigore nelle altre compagnie europee». Doccia fredda al centro-destra anche da parte degli assistenti di volo: «L’Anpav – l’associazione che venerdì aveva dato disponibilità a firmare l’accordo quadro – pagherà sindacalmente la sua decisione», afferma Sdl, che spiega: «Hostess e steward sono senz’altro più rappresentati da Sdl e Avia, che insieme rappresentano quasi l’80% della categoria». A Fiumicino ancora assemblea davanti al varco equipaggi e 200 lavoratori che ribadiscono: «Rimaniamo compatti sul no a quello che finora ci ha proposto Cai». Epifani, leader della Cgil, aveva richiamato Fantozzi a fare il suo dovere di commissario: cercare nuove soluzioni. Il sindacalista in un’intervista a Repubblica aveva proposto la vendita agli stranieri, sbilanciandosi: «Preferirei a Lufthansa». Della stessa opinione Paolo Ferrero, segretario del Prc: «Invece di continuare a giocare a poker, Berlusconi faccia l’unica cosa che può e deve fare, e cioè aprire una trattativa vera e seria con dei partner esteri che sono in campo e sono interessati a rilevare Alitalia, rilanciarla e varare un vero piano industriale». Unico reale segnale di cedimento dal blocco di opposizione al gioco del Premier, la schizofrenia del Pd, che con Enrico Letta dichiara: «Le responsabilità di questo governo sono grandi. Nonostante questo speriamo in un accordo con la Cai e speriamo che arrivi nelle prossime ore». Secondo parte del Pd, quella presentata nei giorni scorsi da Colaninno&Co sarebbe «l’unica possibilità sul terreno». Bersani, invece, sostiene che ci vorrebbe un’alternativa: «Mi rifiuto di credere che il governo non abbia un piano B». |
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Fabio Berti, presidente Anpac:”Altro che privilegiato, vi spiego perché ho detto no”
Settembre 23, 2008Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione
Alcuni lo chiamano Capitan No, altri Capitan Coraggio: questa è la storia del rappresentante dei piloti Fabio Berti, presidente dell’Anpac. Più volte ospite del salotto “bene” di Porta a Porta , è stato attaccato duramente su Libero da uno dei più imprevedibili ospiti di Vespa: Vittorio Feltri. Una querelle mediatica, che disorienta e disinforma. L’accusa: Berti sarebbe un privilegiato, in realtà non gli si perdona di aver fatto saltare la trattativa.
Tutto si svolge sullo sfondo di un dramma sociale, oltre che lavorativo: l’eterna crisi di Alitalia…
E’ assurdo. Certi attacchi non so a che servano. Una cosa è esprimere un’opinione critica nel merito delle trattative, un’altra parlare in questo modo della mia retribuzione. Feltri ha scritto che il mio stipendio ammonterebbe a 230 mila euro: è falso. Ho già mostrato il mio ultimo Cud con il reddito del 2007: ammonta a 115.814 euro. Come se tutto dipendesse dal solo costo del lavoro…
Da cosa dipende allora?
Il costo del lavoro di Alitalia Fly è del 18%, ovvero il più basso d’Europa. Certo, abbiamo un mercato più povero rispetto alle grandi compagnie, ma è facile capire che il problema non dipende dagli stipendi. I 13 milioni di euro per permessi e attività sindacali vanno annullati, o per lo meno diminuiti, su questo siamo d’accordo. Ma cosa dire delle perdite su Malpensa? O sui pagamenti ai gestori portuali, 5 volte superiori a quelli fatti da Air One? Stiamo parlando di diverse centinaia di milioni di euro…
E tutti i privilegi dei piloti, che fine hanno fatto?
Privilegi non ce ne sono più. Ora se dobbiamo fermarci a Venezia, andiamo sull’autostrada, a Mestre oppure a Padova. Ma di certo non in quei posti favolosi che qualcuno potrebbe immaginare. C’è chi dice che è un nostro privilegio anche mangiare, allora provino a mangiare quello che mangiano gli equipaggi, tutto rinsecchito e di qualità pessima. Anzi, a volte non abbiamo nemmeno il tempo per uno spuntino. Altro che 4 pasti al giorno, come ci è stato imputato. Hanno detto che utilizziamo le auto blu in aeroporto: sono dei Ford Transit e servono a garantire gli spostamenti del personale e la puntualità dei voli. Ogni vettura trasporta insieme 5, 6 persone. Le usiamo perché, a differenza di altre aziende, non abbiamo un parcheggio per i dipendenti all’aeroporto. E sottolineo che questo servizio, in gran parte ce lo paghiamo da noi. Infine le ore di volo: non è vero che il nostro contratto prevede poche ore di volo, anzi ci sono piloti che hanno raggiunto le 900 ore prima della fine dell’anno.
Quanto guadagnano i suoi colleghi all’estero?
Il nostro stipendio è inferiore al loro, con punte che vanno dal 25% al 40% in meno, a seconda delle figure e dall’anzianità. Tanto è vero che abbiamo fatto una proposta semplicissima alla Cai: «Prendete qualsiasi contratto in Europa e decurtatelo del 30%». Ma attenzione, non abbiamo mai detto di volere di più. Vogliamo mantenere lo stesso compenso e per farlo siamo disposti anche a aumentare il numero delle ore di volo. Su questo non avremmo problema. E’ stato calcolato che il taglio proposto sarebbe recuperabile con un aumento di 75-80 ore. La Cai aveva proposto, invece, di integrare il nostro compenso con una percentuale sull’utile dell’azienda, circa 3 mila euro annui dal 2013. Per non parlare del “loro” contratto: prevedeva tutta una serie di norme confuse, dalla cancellazione dell’assistenza sanitaria, poi corretta, all’abbassamento del contributo previdenziale.
Feltri, nel suo editoriale di venerdì, ha scritto che lei da anni non vola più, dedicandosi esclusivamente all’attività sindacale…
Anche questo è falso. Sono un comandante di B777 e volo regolarmente tutti i mesi. Da sempre. Non ho mai interrotto l’attività, subisco controlli al simulatore ogni 6 mesi e sono stato anche istruttore e controllore.
Come giudica l’atteggiamento della Cai?
E’ stata una trattativa anomala. Per la prima volta nella storia siamo stati tagliati fuori. Il contratto piloti è stato formulato in una pagina senza tener conto di Anpac e Up, alle quali fanno riferimento l’80% dei lavoratori di categoria. Quando siamo arrivati a Palazzo Chigi c’erano 2 documenti, uno di questi, quello più importante non lo avevamo mai ricevuto. Volevano un sì condizionato su qualcosa che non avevamo mai visto. Del resto Colaninno è stato chiaro. E’ sua intenzione eliminare le associazioni professionali. Peccato che il sindacato piloti tedeschi gli abbia scritto una lettera, evidenziando che se avesse agito in tal verso, loro avrebbero reso impossibile qualsiasi accordo con Lufthansa per il prossimo futuro. Questa sua posizione ha creato reazioni durissime all’estero, perché equivarrebbe ad abbattere un sistema di tutela della sicurezza delle operazioni e dei passeggeri.
Si è parlato di privilegi, di contratti, ma a quanto corrispondeva il numero di esuberi per i piloti?
Abbiamo condiviso le linee strategiche del piano industriale, ma sul rapporto equipaggio-aeroplano non abbiamo avuto risposte. Sarebbero stati 1000 gli esuberi su 2100 piloti dell’Alitalia e 450 dell’Air One. Sarebbero andati in cassaintegrazione in 870, mentre 130 sarebbero stati esternalizzati sul Cargo. Il piano Cai prevedeva 153 aeroplani e 1550 piloti, quello Air France 137 aerei e 1600 piloti. Una differenza di 16 aeroplani e 50 piloti, come è possibile?
Preferiva il vecchio piano Air France?
Per Alitalia il futuro è legato a una confluenza internazionale. Il piano Air France era definitivo, quello di Cai transitorio. Il problema di Air France è stato che con i costi del carburante era diventato restrittivo.
E ora…
Ero ottimista, ora sono realista. Da parte nostra continueremo a dare il massimo per i passeggeri. La liquidità ridotta delle ultime ore è legata ai fornitori, avendo comunicato all’estero la bancarotta, tutti ora vogliono pagamenti anticipati. Si è discusso degli applausi di ieri dopo il ritiro dell’offerta, assicuro che i lavoratori non sono per nulla contenti di un’ipotesi fallimento, anzi sono molto preoccupati.

Alitalia, dopo i presidi al ministero, i cortei all’aeroporto. In attesa di novità
Settembre 13, 2008Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione
«Se firmano
blocchiamo tutta
Fiumicino»
La lunga attesa: non c’è pace per i dipendenti di Alitalia. Tutta la notte in piedi sotto al Ministero del Welfare in via Fornovo, tre ore di sonno e poi di corsa a Fiumicino. Per loro paura, rabbia e qualche sospetto: è tutto nelle mani dei sindacati. Mezzanotte, la seconda giornata di protesta, inizia lì dove il tavolo delle trattative era partito giovedì scorso. Nel buio, ancora 250 persone: «Siamo pronti a resistere per notti». Verso le 21.00 un ragazzo aveva minacciato di darsi fuoco: «E’ stato un operaio della Atitech di Napoli. Si è cosparso con lo spirito ma è subito intervenuta la polizia con a seguito un’ambulanza», raccontano i colleghi. «In quel settore, quello della manutenzione, si rischia di brutto. Read the rest of this entry ?

Alitalia, la lunga e drammatica attesa per i lavoratori. “E’ la truffa del secolo”
Settembre 12, 2008di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione
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Alitalia, 7mila dipendenti sospesi per aria. A Fiumicino tra piloti, assistenti di volo, di terra e passeggeri
Agosto 29, 2008Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione
Fiumicino – Per il governo è stato il giorno di Alitalia, non per i suoi lavoratori. All’aeroporto di Fiumicino regna l’insicurezza: un purgatorio con 7mila dipendenti sospesi a mezz’aria, in attesa di risposte.
«Ridimensionare la compagnia di bandiera porterà al decadimento di Fiumicino e Malpensa. E’ assurdo, si creerebbe un effetto a valanga su tutta l’economia dei trasporti», così un assistente di volo rompe il silenzio. Un silenzio imposto dall’azienda. Ore 15.30, ufficio biglietti dell’Alitalia all’aeroporto Leonardo: «Ci hanno chiesto di non parlare» e al check in: «Rilasciare delle dichiarazioni ci può costare il posto». Un hostess fuma una sigaretta dopo il volo: «Il rischio lo avvertiamo sulla nostra pelle. Sappiamo che una volta venduti, ognuno di noi potrebbe essere colpito». Un suo collega: «C’è una gerarchia: i primi a saltare saranno gli stagionali, poi i part-time. Il rischio maggiore è del settore cargo, ma la nostra preoccupazione è che uno spezzatino in più tranche significhi più esoneri diluiti nel tempo». Un anziano dipendente si dice confuso: «Si gioca con i lavoratori, lo si è fatto in campagna elettorale e lo si fa anche ora. Ci dicono che la soluzione Air France non ci avrebbe tutelato e ora si festeggia perché la parte buona della compagnia resterà tricolore. I politici non pensano ai 5mila esuberi in più di cui parlano i giornali. E gli stessi giornali non considerano l’indotto. Ogni quattro esuberi annunciati ce ne sarà almeno uno in più».
Ore 15.50, davanti al Club Freccia Alata: «Ci affidiamo ai sindacati, ma questa volta non ci sarà partita. I confederati seguiranno il centro-destra. Dicono che non esiste alternativa. Che opporsi equivalga a gettarsi in pasto a una crisi irreversibile. Mentre quelli di base avranno le mani legate». Un dipendente dell’Adr sembra tranquillo: «Ho letto tante sciocchezze, togliere importanza a Fiumicino non sarebbe logico. Questo non è un Hub, non lo è mai stato. E’ un grande aeroporto, ridurlo a una base operativa significherebbe bastonare la città di Roma e far abbassare la testa a tutto il paese. Le persone che ci lavorano e risiedono nella provincia sono svariate migliaia e la maggior parte sono dipendenti Alitalia». Interviene un altro dipendente dell’Aeroporto: «Sono 22 anni che sono qui, so come funziona: il personale scarseggia. Gli unici tagli da fare sono quelli degli stipendi dei dirigenti. Di chi lavora in ufficio. I ragazzi pronti ad andare sugli aerei sono pochi e non parliamo di chi fa il carico e scarico bagagli. Alle volte solo due persone, è per questo che i passeggeri aspettano per molto tempo le valige. Sempre che arrivino». Un’assistente di terra dice di avere un contratto a tempo determinato: «Non mi illudo». Altri lamentano l’esternalizzazione di alcuni servizi e un addetto ai carrelli spiega: «Sì, sono di una ditta privata, sono meno pagato e meno tutelato. Non mi sento in colpa, sono in bilico come tutti». Nel corridoio Partenze c’è un manifesto della Cub trasporti: «Una scelta vergognosa: soldi agli speculatori e debiti allo Stato». C’è la data per uno sciopero:«17 settembre 2008», ma anche un’aggiunta a penna: «Potrebbe essere anticipato…». Ore 16.10, una famiglia rientra da Istanbul: «Abbiamo volato Alitalia perché i low cost ci spaventano. Sono sporchi, hanno l’aria condizionata rotta e fanno ritardo». Agli arrivi nazionali, due uomini in giacca e cravatta: «Lavoriamo nel settore. Quello che ci chiediamo è perché il progetto debba riguardare per forza anche Air One? Quella è un’azienda che non se la passa bene, non vorremmo che sotto a tutto questo gran baccano si nasconda qualche altro sporco interesse». Ore 17.00, un assicuratore calabrese scende dall’aereo: «La mia azienda da quando si iniziò a parlare della mancata vendita ad Air France, mi ha fatto volare con Air One. I livelli di sicurezza di Alitalia erano scesi drasticamente. Non ai livelli di Ryan Air, ma poco ci mancava». Un pilota al bar: «Possiamo guadagnare fino a 5mila euro, ma abbiamo molte responsabilità. Tagliarci farebbe perdere decine di migliaia di euro all’azienda. Ci ha formato e professionalizzato». Sulla possibilità di riduzione del numero degli aerei: «Molti sono ancora in leasing, non ci dovrebbero essere problemi. Ma rinunciare alle tratte internazionali sarebbe un suicidio. Sono quelle che garantiscono le maggiori entrate all’azienda». Due piloti di Air One: «Abbiamo letto che gli aerei di 12 anni saranno considerati vecchi, ma se si decidesse di spendere seriamente sulla manutenzione, potrebbero durare anche 20 anni. In alcuni casi parliamo di mezzi da milioni e milioni di euro». Ore 17.30, agli arrivi internazionali c’è un signore con un cartello: «Thyssen Kroup», non aspetta un operaio, ma un elegante, manager, che confida: «Io volo Air France». Un ragazzo arriva da Londra: «All’andata avevo volato con un’altra compagnia, spendendo meno della metà. Al ritorno non ho trovato i biglietti». Una signora torna dal Kuwait: «Tra poco non sarà più possibile viaggiare con Alitalia? Peccato, mi dava tranquillità».
Padre e figlio aspettano il taxi: «Mi rode, lo Stato è un grande azionista che continua a perdere un sacco di soldi». E il figlio: «Siamo dei cretini, prima ci pagavano e non gliela abbiamo data. Ora la stiamo regalando».
Punita perché madre, dal Centro per l’impiego locale e da tutta la burocrazia italiana. E’ successo a Quezzi, un quartiere di Genova. Trentatreenne a reddito zero, divorziata, con due bambini a carico, di quattro e sei anni, non accetta un lavoro di due mesi e la depennano dalla lista di disoccupazione. Il suo sarebbe stato «un rifiuto mancante di valide motivazioni»: questo il pensiero dell’area politiche del lavoro della Provincia genovese. Poco importa che quell’impegno avrebbe tenuto la signora lontana dai figli con problemi di salute. Altre volte la donna aveva risposto a chiamate pubbliche per fare delle supplenze come bidella, ma gli orari riguardavano sempre la mattinata, nella fascia che va dalle 7 alle 13. A marzo, invece, dopo aver vinto un regolare bando, la indirizzano al conservatorio Paganini, dove scopre di essere di fronte a una richiesta impossibile da sostenere: stare lontano da casa dalle 13 alle 20, per via di un turno con possibilità di prolungamento fino alle 22. Realizza di non poter accudire i propri piccoli per gran parte della giornata e prende la sua decisione. Un «No grazie» da mamma premurosa ed in cambio gli scagliano contro tutta una serie di pesanti punizioni. A denunciare il fatto è stato il difensore civico Pietro Gambolato, che spiega che il centro dell’impiego si sia visto costretto ad applicare la legge nazionale e regionale che determina «assieme alla cancellazione dalle liste di disoccupazione, la perdita dell’anzianità, dell’indennità di disoccupazione, dell’abbonamento AMT e, non potendosi riscrivere prima di 6 mesi presso dette liste, per questi 6 mesi anche del diritto all’esenzione per i medicinali (Ndr: suoi e dei figli)». Non un errore di distrazione da parte degli operatori del collocamento, ma una falla del sistema, tanto che il 5 maggio scorso le autorità competenti hanno respinto senza pietà la successiva istanza di revoca della cancellazione dalle liste, «per gli stessi motivi di legge». Gambolato afferma che «siamo di fronte all’applicazione di una legge che non risponde allo spirito della legge stessa. La norma è stata concepita per evitare che gli iscritti alle liste di disoccupazione possano rifiutare a ripetizione e senza giustificati motivi le proposte dei centri per l’impiego. Mentre la signora ha rifiutato solo perché l’orario era incompatibile con le condizioni di salute dei suoi bambini». E sottolinea: «Si sta parlando di soggetti deboli, che vanno tutelati con un’interpretazione ragionevole della legge». Nel frattempo dall’area politiche del lavoro si difendono: «Capisco benissimo il problema», afferma la dirigente Susanna Picasso. «Ma, in questo caso specifico, gli uffici, e i responsabili d’ufficio, come pubblici ufficiali, non possono far altro che applicare le norme. Se non lo facessero potrebbero essere accusati di trattamento non omogeneo dei casi o peggio, essere chiamati a rispondere del danno procurato, ad esempio all’Inps». Poi mette le mani avanti: «Penso che ci sia spazio per un intervento politico». E balbetta una mezza apertura: «La Provincia di Genova è d’accordo sul fatto che le norme, purtroppo, non tengano conto delle problematiche di genere. Abbiamo già chiesto una modifica che, quando si parla di rifiuto senza giustificato motivo di una congrua offerta, consideri un trattamento diverso, sia sulla distanza che sui tempi di percorrenza da e verso il luogo di lavoro».
Una famiglia, un lavoro a tempo indeterminato, un’abitazione: tutto all’aria perché non italiano, anche se regolare. E’ la storia di Singh Sukdev, un indiano di 46 anni, a cui la Cra – Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura – ha comunicato senza preavviso lo scorso 18 settembre l’interruzione del rapporto di lavoro. “Sono partito dall’India perché povero, vivo in Italia dal 1990″, racconta l’operaio. “Nel gennaio ‘99 sono stato assunto per sei mesi dall’Istituto sperimentale per la Zootecnia, per lavorare in una tenuta agricola a Monterotondo. Ho continuato il mio lavoro di sempre, il mungitore. Come mio nonno, solo che lui aveva a che fare con due, tre bestie, io con più di 200″. A novembre dello stesso anno, la svolta: l’assunzione a tempo indeterminato. “Mi è stato concesso un alloggio, dove insieme a mia moglie ho cresciuto due bambini, che ora hanno 9 e 10 anni. Avevo uno stipendio di 1400 euro e i buoni pasto”. Una vita onesta, la sua: “Inizialmente facevo doppi durni, la mattina mi alzavo alle 3 e rientravo alle 9. Il pomeriggio stavo fuori dalle 15 alle 19.30. Poi l’anno scorso è cambiato l’orario, per via di qualche legge. Mi è stato detto che potevo fare solo 6 ore. Tutto ok, fino a settembre: il primo, mi avvertono che qualcosa non andava, ma che non dovevo smettere di lavorare. Il 18, alle 9, mi cadono addosso poche, secche parole: qui non puoi continuare perché non sei italiano. Ho timbrato per l’ultima volta il cartellino e ho iniziato a piangere”. E ora? Dovrà lasciare casa, cambiare scuola ai figli: “Uno della mia età nessuno è disposto a prenderlo: mi sento come un morto”. Dietro a questa vicenda, un intreccio di enti pubblici, tutti vigilati dal Ministero dell’agricoltura. Nel 2004 il Cra, ente attualmente presieduto da Romualdo Coviello (Pd), aveva incorporato diversi istituti sperimentali e i loro dipendenti. Tra cui Singh. Dopo quattro anni si sono accorti che chi “non ha il requisito della nazionalità italiana non può conseguire il diritto all’inquadramento nei ruoli della Cra”, di fronte all’intoppo si è scelta la soluzione più semplice. “Una discriminazione bella e buona”, commenta Rocco Tritto, segretario dell’Usi-Rdb Ricerca. “Un licenziamento che urta non solo contro principi costituzionalmente sanciti, ma altresì contro norme ordinarie, comunitarie e non, come quelle della Convenzione dei diritti dell’uomo. La legislazione parla chiaro: preclude qualsiasi discriminazione tra gli operatori già assunti”. L’uomo, in possesso del permesso di soggiorno, aveva avviato le pratiche per ottenere la cittadinanza italiana nel 2006. “Ora si complicherà, naturalmente”, prosegue Tritta. “Singh aveva aspettato due anni perché dall’India gli arrivasse il solo certificato di nascita. Ha ancora un fratello lì, ma ha avuto un brutto incidente. Gli hanno amputato la gamba e Singh gli mandava ogni mese del denaro per curarsi. E’ una situazione assurda, un orribile accanimento della burocrazia italiana nei confronti dei più deboli”.
«Trenta anni buttati al cesso»: è uno striscione sotto la sede romana del colosso svizzero Zurich assicurazioni. E’ la sintesi dell’esperienza dei suoi dipendenti, ieri in sciopero per tre ore.
«Non siamo solo operatori sociali, siamo esseri umani», questo il primo intervento all’assemblea plenaria del terzo settore, svoltasi mercoledì sera a Roma, presso il Csoa ex Snia. «Dalle proteste di luglio a oggi la situazione è stata solo tamponata, i problemi restano».