Archivio per la categoria ‘lavoro’

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Genova, una donna sceglie la famiglia e le levano la disoccupazione

Settembre 25, 2008
Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione
Rifiuta il lavoro per i figli malati
Perde tutti i diritti che aveva

Punita perché madre, dal Centro per l’impiego locale e da tutta la burocrazia italiana. E’ successo a Quezzi, un quartiere di Genova. Trentatreenne a reddito zero, divorziata, con due bambini a carico, di quattro e sei anni, non accetta un lavoro di due mesi e la depennano dalla lista di disoccupazione. Il suo sarebbe stato «un rifiuto mancante di valide motivazioni»: questo il pensiero dell’area politiche del lavoro della Provincia genovese. Poco importa che quell’impegno avrebbe tenuto la signora lontana dai figli con problemi di salute. Altre volte la donna aveva risposto a chiamate pubbliche per fare delle supplenze come bidella, ma gli orari riguardavano sempre la mattinata, nella fascia che va dalle 7 alle 13. A marzo, invece, dopo aver vinto un regolare bando, la indirizzano al conservatorio Paganini, dove scopre di essere di fronte a una richiesta impossibile da sostenere: stare lontano da casa dalle 13 alle 20, per via di un turno con possibilità di prolungamento fino alle 22. Realizza di non poter accudire i propri piccoli per gran parte della giornata e prende la sua decisione. Un «No grazie» da mamma premurosa ed in cambio gli scagliano contro tutta una serie di pesanti punizioni. A denunciare il fatto è stato il difensore civico Pietro Gambolato, che spiega che il centro dell’impiego si sia visto costretto ad applicare la legge nazionale e regionale che determina «assieme alla cancellazione dalle liste di disoccupazione, la perdita dell’anzianità, dell’indennità di disoccupazione, dell’abbonamento AMT e, non potendosi riscrivere prima di 6 mesi presso dette liste, per questi 6 mesi anche del diritto all’esenzione per i medicinali (Ndr: suoi e dei figli)». Non un errore di distrazione da parte degli operatori del collocamento, ma una falla del sistema, tanto che il 5 maggio scorso le autorità competenti hanno respinto senza pietà la successiva istanza di revoca della cancellazione dalle liste, «per gli stessi motivi di legge». Gambolato afferma che «siamo di fronte all’applicazione di una legge che non risponde allo spirito della legge stessa. La norma è stata concepita per evitare che gli iscritti alle liste di disoccupazione possano rifiutare a ripetizione e senza giustificati motivi le proposte dei centri per l’impiego. Mentre la signora ha rifiutato solo perché l’orario era incompatibile con le condizioni di salute dei suoi bambini». E sottolinea: «Si sta parlando di soggetti deboli, che vanno tutelati con un’interpretazione ragionevole della legge». Nel frattempo dall’area politiche del lavoro si difendono: «Capisco benissimo il problema», afferma la dirigente Susanna Picasso. «Ma, in questo caso specifico, gli uffici, e i responsabili d’ufficio, come pubblici ufficiali, non possono far altro che applicare le norme. Se non lo facessero potrebbero essere accusati di trattamento non omogeneo dei casi o peggio, essere chiamati a rispondere del danno procurato, ad esempio all’Inps». Poi mette le mani avanti: «Penso che ci sia spazio per un intervento politico». E balbetta una mezza apertura: «La Provincia di Genova è d’accordo sul fatto che le norme, purtroppo, non tengano conto delle problematiche di genere. Abbiamo già chiesto una modifica che, quando si parla di rifiuto senza giustificato motivo di una congrua offerta, consideri un trattamento diverso, sia sulla distanza che sui tempi di percorrenza da e verso il luogo di lavoro».

25/09/2008

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Assunto da un ente pubblico, licenziato perché non italiano

Settembre 25, 2008
Di Maurizio Mequio -pubblicato su Liberazione
Monterotondo, l’operaio: “Mi sento morto”

Una famiglia, un lavoro a tempo indeterminato, un’abitazione: tutto all’aria perché non italiano, anche se regolare. E’ la storia di Singh Sukdev, un indiano di 46 anni, a cui la Cra – Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura – ha comunicato senza preavviso lo scorso 18 settembre l’interruzione del rapporto di lavoro. “Sono partito dall’India perché povero, vivo in Italia dal 1990″, racconta l’operaio. “Nel gennaio ‘99 sono stato assunto per sei mesi dall’Istituto sperimentale per la Zootecnia, per lavorare in una tenuta agricola a Monterotondo. Ho continuato il mio lavoro di sempre, il mungitore. Come mio nonno, solo che lui aveva a che fare con due, tre bestie, io con più di 200″. A novembre dello stesso anno, la svolta: l’assunzione a tempo indeterminato. “Mi è stato concesso un alloggio, dove insieme a mia moglie ho cresciuto due bambini, che ora hanno 9 e 10 anni. Avevo uno stipendio di 1400 euro e i buoni pasto”. Una vita onesta, la sua: “Inizialmente facevo doppi durni, la mattina mi alzavo alle 3 e rientravo alle 9. Il pomeriggio stavo fuori dalle 15 alle 19.30. Poi l’anno scorso è cambiato l’orario, per via di qualche legge. Mi è stato detto che potevo fare solo 6 ore. Tutto ok, fino a settembre: il primo, mi avvertono che qualcosa non andava, ma che non dovevo smettere di lavorare. Il 18, alle 9, mi cadono addosso poche, secche parole: qui non puoi continuare perché non sei italiano. Ho timbrato per l’ultima volta il cartellino e ho iniziato a piangere”. E ora? Dovrà lasciare casa, cambiare scuola ai figli: “Uno della mia età nessuno è disposto a prenderlo: mi sento come un morto”. Dietro a questa vicenda, un intreccio di enti pubblici, tutti vigilati dal Ministero dell’agricoltura. Nel 2004 il Cra, ente attualmente presieduto da Romualdo Coviello (Pd), aveva incorporato diversi istituti sperimentali e i loro dipendenti. Tra cui Singh. Dopo quattro anni si sono accorti che chi “non ha il requisito della nazionalità italiana non può conseguire il diritto all’inquadramento nei ruoli della Cra”, di fronte all’intoppo si è scelta la soluzione più semplice. “Una discriminazione bella e buona”, commenta Rocco Tritto, segretario dell’Usi-Rdb Ricerca. “Un licenziamento che urta non solo contro principi costituzionalmente sanciti, ma altresì contro norme ordinarie, comunitarie e non, come quelle della Convenzione dei diritti dell’uomo. La legislazione parla chiaro: preclude qualsiasi discriminazione tra gli operatori già assunti”. L’uomo, in possesso del permesso di soggiorno, aveva avviato le pratiche per ottenere la cittadinanza italiana nel 2006. “Ora si complicherà, naturalmente”, prosegue Tritta. “Singh aveva aspettato due anni perché dall’India gli arrivasse il solo certificato di nascita. Ha ancora un fratello lì, ma ha avuto un brutto incidente. Gli hanno amputato la gamba e Singh gli mandava ogni mese del denaro per curarsi. E’ una situazione assurda, un orribile accanimento della burocrazia italiana nei confronti dei più deboli”.

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Zurich brinda con i bilanci, ma delocalizza i suoi dipendenti

Settembre 23, 2008
Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione

Ieri sciopero di tre ore a Roma. Non vogliono finire a Milano

«Trenta anni buttati al cesso»: è uno striscione sotto la sede romana del colosso svizzero Zurich assicurazioni. E’ la sintesi dell’esperienza dei suoi dipendenti, ieri in sciopero per tre ore.
Secondo i piani dell’azienda metà personale dovrebbe fare le valigie e trasferirsi a Milano. Erano in 100 per viale del Policlinico, insieme a altri colleghi del settore: «L’esternalizzazione è una tendenza che stiamo subendo tutti noi,dipendenti di multinazionali». A dicembre la dirigenza Zurich aveva scoperto le carte: chiudere gli uffici nella capitale e venderli entro la fine del 2009. «Inizialmente era previsto lo spostamento di ben 53 unità, dopo mesi di contrattazioni eravamo giunti a 35», spiega una sindacalista. «Certe cose possono avvenire solo col consenso dei dipendenti. Ne avevamo 32 disposti a mettersi in gioco. A cambiare posto e vita, ma non è bastato. Per 2 persone rischia di saltare tutto: ora chiameranno loro e chi non va sarà cassato». Una storia già vissuta a Roma, con gli stessi protagonisti in negativo: nel 2003 avvenne il taglio del settore call center, nel 2005 quello degli addetti al back office. Un impiegato racconta: «A loro era stato proposto il trasferimento a Cagliari, alle dipendenze di una società di servizi, rifiutarono e si ritrovarono per strada. In questo caso, invece, la nostra disponibilità a mantenerci in attività li ha spiazzati, li ha fatti andare in tilt». E adesso sono pronti a continuare lo stato di agitazione: «La prossima settimana andremo sotto l’ambasciata svizzera, e potremmo arrivare pure a Zurigo».
Ma come può, una società con 21 trimestri di utili consecutivi (solo lo scorso anno ha registrato un sonoro più 8% nelle entrate) scegliere di tagliare sul costo dei suoi dipendenti? «Facile – risponde un uomo con 20 anni di attività – il modello del futuro, quello che fa incrementare i guadagni, è quello di Zuritel, le assicurazioni tramite telefono o internet. Zuritel è del gruppo Zurich, costa di meno ai clienti, ma dà meno garanzie. L’assistenza è fatta da persone con meno esperienza, ragazzi sotto contratto a tempo determinato, co.co.co, o semplici stagisti». E prosegue: «Eravamo i primi del settore ad avere un call center interno, ora ce l’abbiamo esterno e ne è conseguito un peggioramento dei servizi di assistenza. Da poco anche la liquidazione sinistri è stata affidata a altri e Zurich è diventata la seconda compagnia più sanzionata per il pagamento dei danni».
Dall’Rsa avvertono: «I prossimi trasferimenti saranno all’estero, a Bratislava. Si cercano zone depresse, irraggiungibili per chi punta al pensionamento, ma dove chi assume è meglio incentivato». Secondo i rappresentanti sindacali la compagnia avrebbe acquistato nuove polizze e diverse agenzie private: «Ben 300 e anche a Roma. L’aumento del portfolio è stato pari al 50%, quindi non ci dovrebbero essere problemi nelle ricollocazioni. Eppure ci sono. Cosa accade se il contratto nazionale di categoria non è più compatibile con le strategie dell’azienda? Si compra e si esternalizza. E’ così che si brinda, alla faccia dei lavoratori».

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Alitalia, il Cav insiste sulla Cai, ma i sindacati fanno muro

Settembre 23, 2008
Epifani chiama una cordata straniera (Lufthansa), il Pd non sa che dire
Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione

Un uomo sull’orlo di una crisi di nervi, Berlusconi, che grida il suo “O Cai o morte”. Scenari bloccati sul fronte Alitalia e un’unica via di salvezza per il Premier: evitare il fallimento personale. «Non c’è nessuna possibilità che si presentino altri soggetti alla cordata», assicura Berlusconi. «Credo che gli italiani siano buoni giudici per capire da che parte stia la colpa se non si è riusciti a trovare immediatamente una soluzione». Silvio attacca tutti. Tuona contro chi ha fatto saltare l’accordo e contro chi ne ha gioito. Sui sindacati: «Hanno proposto di ricominciare tutto da capo, chiedendo cose che nessuna compagnia al mondo può accettare». Sulle richieste dei piloti: «Inaccettabili, la loro categoria non si può gestire da sola ma deve sottostare alle normali direzioni che sono affidate agli amministratori e ai manager della società». E sui manifestanti: «Sono suggestionati dalla sinistra. Quell’immagine – si riferisce agli applausi di Fiumicino all’annuncio del ritiro dell’offerta – non è piaciuta in generale, non è piaciuta a noi, né alla stragrande maggioranza degli italiani». E motiva: «Visto lo sforzo generoso di un gruppo di imprenditori italiani pronti a investire per il Paese, non è stato certamente un bel vedere». Da buon giocatore di Texas Hold’em, finge di non sapere di essere stato scoperto con sola mezza figura in mano, spaventa gli avversari e poi rilancia con prepotenza: «Senza il buon senso si va dritti al fallimento. Confido nella responsabilità degli uomini e auspico un ravvedimento da parte di coloro hanno posizioni irrazionali». Fredda la precisazione di Sacconi: «Al tavolo ci si torna solo per firmare». Crea un solco Berlusconi, tra sé e il mondo del lavoro. L’Anpac gli replica a nome dei piloti: «Ci hanno proposto un contratto peggio di quello delle colf, chiediamo solo che i nostri contratti siano uniformati a quelli in vigore nelle altre compagnie europee». Doccia fredda al centro-destra anche da parte degli assistenti di volo: «L’Anpav – l’associazione che venerdì aveva dato disponibilità a firmare l’accordo quadro – pagherà sindacalmente la sua decisione», afferma Sdl, che spiega: «Hostess e steward sono senz’altro più rappresentati da Sdl e Avia, che insieme rappresentano quasi l’80% della categoria». A Fiumicino ancora assemblea davanti al varco equipaggi e 200 lavoratori che ribadiscono: «Rimaniamo compatti sul no a quello che finora ci ha proposto Cai». Epifani, leader della Cgil, aveva richiamato Fantozzi a fare il suo dovere di commissario: cercare nuove soluzioni. Il sindacalista in un’intervista a Repubblica aveva proposto la vendita agli stranieri, sbilanciandosi: «Preferirei a Lufthansa». Della stessa opinione Paolo Ferrero, segretario del Prc: «Invece di continuare a giocare a poker, Berlusconi faccia l’unica cosa che può e deve fare, e cioè aprire una trattativa vera e seria con dei partner esteri che sono in campo e sono interessati a rilevare Alitalia, rilanciarla e varare un vero piano industriale». Unico reale segnale di cedimento dal blocco di opposizione al gioco del Premier, la schizofrenia del Pd, che con Enrico Letta dichiara: «Le responsabilità di questo governo sono grandi. Nonostante questo speriamo in un accordo con la Cai e speriamo che arrivi nelle prossime ore». Secondo parte del Pd, quella presentata nei giorni scorsi da Colaninno&Co sarebbe «l’unica possibilità sul terreno». Bersani, invece, sostiene che ci vorrebbe un’alternativa: «Mi rifiuto di credere che il governo non abbia un piano B».

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Fabio Berti, presidente Anpac:”Altro che privilegiato, vi spiego perché ho detto no”

Settembre 23, 2008

Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione

Alcuni lo chiamano Capitan No, altri Capitan Coraggio: questa è la storia del rappresentante dei piloti Fabio Berti, presidente dell’Anpac. Più volte ospite del salotto “bene” di Porta a Porta , è stato attaccato duramente su Libero da uno dei più imprevedibili ospiti di Vespa: Vittorio Feltri. Una querelle mediatica, che disorienta e disinforma. L’accusa: Berti sarebbe un privilegiato, in realtà non gli si perdona di aver fatto saltare la trattativa.

Tutto si svolge sullo sfondo di un dramma sociale, oltre che lavorativo: l’eterna crisi di Alitalia…

E’ assurdo. Certi attacchi non so a che servano. Una cosa è esprimere un’opinione critica nel merito delle trattative, un’altra parlare in questo modo della mia retribuzione. Feltri ha scritto che il mio stipendio ammonterebbe a 230 mila euro: è falso. Ho già mostrato il mio ultimo Cud con il reddito del 2007: ammonta a 115.814 euro. Come se tutto dipendesse dal solo costo del lavoro…

Da cosa dipende allora?

Il costo del lavoro di Alitalia Fly è del 18%, ovvero il più basso d’Europa. Certo, abbiamo un mercato più povero rispetto alle grandi compagnie, ma è facile capire che il problema non dipende dagli stipendi. I 13 milioni di euro per permessi e attività sindacali vanno annullati, o per lo meno diminuiti, su questo siamo d’accordo. Ma cosa dire delle perdite su Malpensa? O sui pagamenti ai gestori portuali, 5 volte superiori a quelli fatti da Air One? Stiamo parlando di diverse centinaia di milioni di euro…

E tutti i privilegi dei piloti, che fine hanno fatto?

Privilegi non ce ne sono più. Ora se dobbiamo fermarci a Venezia, andiamo sull’autostrada, a Mestre oppure a Padova. Ma di certo non in quei posti favolosi che qualcuno potrebbe immaginare. C’è chi dice che è un nostro privilegio anche mangiare, allora provino a mangiare quello che mangiano gli equipaggi, tutto rinsecchito e di qualità pessima. Anzi, a volte non abbiamo nemmeno il tempo per uno spuntino. Altro che 4 pasti al giorno, come ci è stato imputato. Hanno detto che utilizziamo le auto blu in aeroporto: sono dei Ford Transit e servono a garantire gli spostamenti del personale e la puntualità dei voli. Ogni vettura trasporta insieme 5, 6 persone. Le usiamo perché, a differenza di altre aziende, non abbiamo un parcheggio per i dipendenti all’aeroporto. E sottolineo che questo servizio, in gran parte ce lo paghiamo da noi. Infine le ore di volo: non è vero che il nostro contratto prevede poche ore di volo, anzi ci sono piloti che hanno raggiunto le 900 ore prima della fine dell’anno.

Quanto guadagnano i suoi colleghi all’estero?

Il nostro stipendio è inferiore al loro, con punte che vanno dal 25% al 40% in meno, a seconda delle figure e dall’anzianità. Tanto è vero che abbiamo fatto una proposta semplicissima alla Cai: «Prendete qualsiasi contratto in Europa e decurtatelo del 30%». Ma attenzione, non abbiamo mai detto di volere di più. Vogliamo mantenere lo stesso compenso e per farlo siamo disposti anche a aumentare il numero delle ore di volo. Su questo non avremmo problema. E’ stato calcolato che il taglio proposto sarebbe recuperabile con un aumento di 75-80 ore. La Cai aveva proposto, invece, di integrare il nostro compenso con una percentuale sull’utile dell’azienda, circa 3 mila euro annui dal 2013. Per non parlare del “loro” contratto: prevedeva tutta una serie di norme confuse, dalla cancellazione dell’assistenza sanitaria, poi corretta, all’abbassamento del contributo previdenziale.

Feltri, nel suo editoriale di venerdì, ha scritto che lei da anni non vola più, dedicandosi esclusivamente all’attività sindacale…

Anche questo è falso. Sono un comandante di B777 e volo regolarmente tutti i mesi. Da sempre. Non ho mai interrotto l’attività, subisco controlli al simulatore ogni 6 mesi e sono stato anche istruttore e controllore.

Come giudica l’atteggiamento della Cai?

E’ stata una trattativa anomala. Per la prima volta nella storia siamo stati tagliati fuori. Il contratto piloti è stato formulato in una pagina senza tener conto di Anpac e Up, alle quali fanno riferimento l’80% dei lavoratori di categoria. Quando siamo arrivati a Palazzo Chigi c’erano 2 documenti, uno di questi, quello più importante non lo avevamo mai ricevuto. Volevano un sì condizionato su qualcosa che non avevamo mai visto. Del resto Colaninno è stato chiaro. E’ sua intenzione eliminare le associazioni professionali. Peccato che il sindacato piloti tedeschi gli abbia scritto una lettera, evidenziando che se avesse agito in tal verso, loro avrebbero reso impossibile qualsiasi accordo con Lufthansa per il prossimo futuro. Questa sua posizione ha creato reazioni durissime all’estero, perché equivarrebbe ad abbattere un sistema di tutela della sicurezza delle operazioni e dei passeggeri.

Si è parlato di privilegi, di contratti, ma a quanto corrispondeva il numero di esuberi per i piloti?

Abbiamo condiviso le linee strategiche del piano industriale, ma sul rapporto equipaggio-aeroplano non abbiamo avuto risposte. Sarebbero stati 1000 gli esuberi su 2100 piloti dell’Alitalia e 450 dell’Air One. Sarebbero andati in cassaintegrazione in 870, mentre 130 sarebbero stati esternalizzati sul Cargo. Il piano Cai prevedeva 153 aeroplani e 1550 piloti, quello Air France 137 aerei e 1600 piloti. Una differenza di 16 aeroplani e 50 piloti, come è possibile?

Preferiva il vecchio piano Air France?

Per Alitalia il futuro è legato a una confluenza internazionale. Il piano Air France era definitivo, quello di Cai transitorio. Il problema di Air France è stato che con i costi del carburante era diventato restrittivo.

E ora…

Ero ottimista, ora sono realista. Da parte nostra continueremo a dare il massimo per i passeggeri. La liquidità ridotta delle ultime ore è legata ai fornitori, avendo comunicato all’estero la bancarotta, tutti ora vogliono pagamenti anticipati. Si è discusso degli applausi di ieri dopo il ritiro dell’offerta, assicuro che i lavoratori non sono per nulla contenti di un’ipotesi fallimento, anzi sono molto preoccupati.

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Alitalia, dopo i presidi al ministero, i cortei all’aeroporto. In attesa di novità

Settembre 13, 2008

Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione

«Se firmano
blocchiamo tutta
Fiumicino»

La lunga attesa: non c’è pace per i dipendenti di Alitalia. Tutta la notte in piedi sotto al Ministero del Welfare in via Fornovo, tre ore di sonno e poi di corsa a Fiumicino. Per loro paura, rabbia e qualche sospetto: è tutto nelle mani dei sindacati. Mezzanotte, la seconda giornata di protesta, inizia lì dove il tavolo delle trattative era partito giovedì scorso. Nel buio, ancora 250 persone: «Siamo pronti a resistere per notti». Verso le 21.00 un ragazzo aveva minacciato di darsi fuoco: «E’ stato un operaio della Atitech di Napoli. Si è cosparso con lo spirito ma è subito intervenuta la polizia con a seguito un’ambulanza», raccontano i colleghi. «In quel settore, quello della manutenzione, si rischia di brutto. Read the rest of this entry ?

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Alitalia, la lunga e drammatica attesa per i lavoratori. “E’ la truffa del secolo”

Settembre 12, 2008
di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione

Presidi fuori dal ministero, poi in metro al secondo tavolo. Caos all’aeroporto, contestato Bonanni
«Siamo dead men walking», lo ha affermato una assistente di volo, ieri sotto al Ministero del Lavoro. Con lei un fiume di dipendenti Alitalia, circa ottocento, dalle 9.00 accalcati lungo Via Flavia. «E’ il nostro giorno, non permetteremo a questi soggetti di distruggerci anche come esseri umani». E’ stata una protesta decisa: una splendida marcatura a uomo, con tanto di spostamento con corteo a Lepanto, dove nel pomeriggio sono andate avanti le trattative sui contratti.Signore, giovani in divisa, anziani e qualche bandiera. Sdl, Cub e Cgil. «Attenzione, quella della Cgil l’abbiamo incastrata a un cassonetto dell’immondizia…», spiega un signore. Ore 14.50, è da poco andato via Paolo Ferrero: «Stamane era passato Bonanni, fischi, cori, anche qualche insulto: era l’inizio della manifestazione», racconta un impiegato napoletano. «Il segretario di Rifondazione, inaspettatamente, è stato accolto bene. Ci ha meravigliato, ha avuto una gran bella dose di coraggio». Compattezza, questa la parola d’ordine dei manifestanti: «Abbiamo chiesto tavoli di trattative diverse per tipologie di stipendi diversi, ma qui, ora, siamo tutti amici. Siamo tutti nelle stesse condizioni». Un assistente di terra: «O accettate o ve ne andate a casa, questo ci hanno detto. Ma che stiamo scherzando? Siamo qui per far sentire del fiato sul loro collo: se non firmano, domani bloccheremo gli aeroporti, se firmano, non so cosa succede». Un suo collega spiega: «il contratto unico sarebbe stato svantaggioso anche per noi. Inoltre danno per scontato che ci taglieranno la quattordicesima, ci congeleranno gli scatti di anzianità, gli adeguamenti delle retribuzioni al tasso dell’inflazione, e perché no? Ci ridurranno pure lo stipendio del 40%. Carne da macello, siamo carne da macello». Un’assistente di volo racconta: «Un tizio mi guardava e non capiva. Gli ho detto: mi dispiace, ma capiterà anche a te. Alitalia è solo l’inizio. Siamo un grande laboratorio per la riduzione dei costi e dei diritti dei lavoratori. La gente deve aprire gli occhi». Un ragazzo racconta: «Anche io svolgo servizio sugli aerei e devo denunciare una campagna scandalosa che si sta facendo sui giornali: non è vero che siamo dei privilegiati. Non guadagnamo poco, ma meno di chi lavora per le altre compagnie europee. Quel che non passa è che si sta cercando di risolvere il problema tagliando esclusivamente i costi del lavoro. Solo il 19 % delle spese di Alitalia sono legate ai dipendenti, in Air France, compagnia che ha grandi utili, le spese per gli stipendi dei lavoratori sono al 26%. Siamo sul bilico: ci vogliono rifilare contratti simili a quelli di Ryan Air». Attaccato con un filo a una finestra c’è un aeroplanino di cartone, ha il simbolo della compagnia, con tanto di colori “patriottici”. Sulle ali una scritta: «Vogliamo volare ancora». Roberto, da 11 anni in azienda, spiega: «Il piano di Air France sta entrando dalla porta di servizio, per acquistare tutto dall’interno. Smettiamola di credere che qualcuno stia facendo dei sacrifici in buon nome dell’italianità. Ci sono interessi di mezzo, vedi Expo, Fiumicino. Dietro questo gruppo miracoloso di amici di Berlusconi, si sono inseriti dei palazzinari, o dei palazzinari della finanza. Delocalizzano le loro industrie in tutto il mondo, alla ricerca del risparmio, e poi fanno i salvatori della patria». Alla Atitech di Napoli sono preoccupati: «Ci occupiamo di manutenzione pesante, da noi in 200 rischiano il posto». Ore 16.00, gira una voce: «Stanno portando avanti le trattative in due posti separati: qui discutono di piano industriale, a Via Fornova di esuberi e contratti». In attesa di riscontri, i manifestanti si alternano al megafono: «Vogliono frammentarci. Se continua così, domani bloccheremo il Papa». Applausi, rabbia e scherzoso entusiasmo: «Anche lui deve essere dei nostri! Domani deve andare a Parigi? Vedremo cosa fare». Poi: «Sono due settimane che non sappiamo niente, che ci dicono balle. Cgil, Cisl e Uil: sono loro le nostre incognite». E’ la volta dei numeri, quelli urlati dai lavoratori: «Saranno più di 10mila gli esuberi. E’ scandaloso, hanno inventato il manifesto politico della rottamazione». Un informatico si dice indignato: «Sacconi ha detto di non avere nessun impegno da prendere, Berlusconi ha annunciato che il numero di dipendenti a tempo indeterminato di Alitalia e Air One è pari a 17.500. Falsità, solo falsità: è così che sono partite le trattative. Solo in Alitalia siamo 16.500, in più ci sono ben 4mila precari. Quelli non si considerano? Non contano nulla? I conti sono facili: 500 precari già sono stati fatti fuori, altri 4mila non vengono considerati, 2500 del cargo saranno “venduti”, ovvero tra massimo due anni saranno tagliati da qualcun altro, aggiungiamoci i 3mila e rotti esuberi cantati da Sacconi e voilà». Interviene una hostess: «Manca l’indotto, dicono che il rapporto esuberi Alitalia, esuberi lavoratori dell’indotto potrebbe essere a 1/1,8». Già sarebbe previsto un taglio sui costi di questi lavoratori pari al 20% sulla tratta Napoli-Livate: «Una tratta sempre piena», denuncia un diretto interessato. E sul fattore Cargo, c’è chi assicura: «C’è un’azienda vicina a Passera che è pronta ad approfittare della situazione». Ore 16, la conferma: i contratti si stanno discutendo altrove, ma sembra su tavoli separati. In corteo fino alla metropolitana per raggiungere in seguito via Fornova. Lì arriveranno altri dipendenti da Fiumicino: «Alle 13.00 c’è stata un’assemblea, credo che sia successa qualcosa anche in aeroporto», afferma un pilota. E’ con dei colleghi, che spiegano: «Per formare ognuno di noi sono state spese centinaia di migliaia di euro ora ci dicono che siamo spazzatura». Sugli aerei: «Li dicono vecchi a 8-10 anni? In America volano con aerei come i nostri e hanno più di 15 anni». Ore 17.00, sotto il palazzo di Via Fornovo, dove continuano le trattative. «Sono blindati, ma noi siamo disposti a restare qui tutta la notte», afferma un ragazzo che lavora nella manutenzione di medio raggio. Con i colleghi: «Noi siamo la sicurezza. Il nostro stipendio? 1400 euro, ora ce lo vogliono ridurre a 800. Lavoriamo 37 ore e mezza alla settimana con turni a 24 ore. In tre anni siamo stati quasi dimezzati di numero, con spostamenti e pensionamenti vari. Nei magazzini mancano sempre di più i pezzi di ricambio». Un lavoratore ligure: «E’ la truffa del secolo. Milioni di euro per liquidare chi ci ha portato sul lastrico, Cimoli. Una tratta aperta solo per fare contento Scajola, quella da Roma a Albenga, il suo paese. E ora?» Il ragazzo sorride e indica la maglietta di un signore, è bianca e c’è una scritta col pennarello blu: «Preferisco la mobilità a lavorare senza dignità».

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Operatori sociali a confronto. Non pagati, isolati e minacciati: “Siamo carne da macello”

Settembre 5, 2008
Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione

«Non siamo solo operatori sociali, siamo esseri umani», questo il primo intervento all’assemblea plenaria del terzo settore, svoltasi mercoledì sera a Roma, presso il Csoa ex Snia. «Dalle proteste di luglio a oggi la situazione è stata solo tamponata, i problemi restano».
Marco, 45 anni, lavora per una coop di Roma Nord. Svolge servizio in un centro diurno per pazienti psichiatrici della Asl RmE: «Sono laureato in filosofia. Lavoravo alla Pirelli, poi mi sono ritrovato senza nulla e ho seguito un amico. L’unica cosa che mi spaventa è il futuro. Inesistente». Non ha mai firmato un contratto: «Sono inquadrato come collaboratore occasionale. Ovvero non sono inquadrato per niente. Ferie non pagate, contributi che non mi risultano, ma anche l’impossibilità di ammalarmi, perché rischierei una sostituzione. Potrei essere fatto fuori da un momento all’altro. Quando iniziai mi dissero che il contratto scadeva a luglio, poi di volta in volta si sarebbe ragionato sul da farsi. Ogni anno il primo agosto mi rapiscono le ansie. La cooperativa non mi avverte e io continuo a lavorare nella tensione, finché non scopro che qualcuno mi ha accreditato lo stipendio». Mille e cento euro al mese per 38 ore settimanali, 400 se ne vanno per una stanza e 200 di benzina: «Oramai ho deciso con la mia compagna di non avere figli, cosa gli potrei dare?». Vite sospese e lotte interrotte: «Anche io vengo dalla fabbrica», afferma un suo collega. «Era diverso. Qui la situazione è di completo isolamento. Protestare significa perdere il posto. Occupare è interrompere servizi importanti e fare il male dei nostri assistiti». Gli operatori sociali nella sola provincia di Roma sono oltre 20mila. «Se ci fermassimo noi, si paralizzerebbe la città. Addio scuole, addio assistenza agli anziani, ai rom, ai disabili e agli animali. Forse la Be Free, una cooperativa, entrerà anche al Cpt di Ponte Galeria», afferma un lavoratore della Aspic.
Un operatore del canile comunale: «Sai chi è il mio vero datore? Un associazione di volontariato. Faccio orari impossibili, spalo feci per 550 euro al mese». Stipendi bloccati da tempo, questa la triste realtà incarnata dalla Obbiettivo 2000. Roberto racconta: «A luglio il Cda ha tentato di licenziare 42 operai su 70, le nostre proteste hanno portato a un cambio di amministrazione, ci hanno pagato ad agosto il mese di aprile. Ma gli stipendi hanno ancora 4 mesi di ritardo». Sulle assistenze domiciliari: «Con contratto di quarto livello prendiamo 6 euro, 6 euro e mezzo all’ora. Usiamo i mezzi pubblici e il tempo degli spostamenti da una casa all’altra ovviamente non è calcolato come prestazione. Siamo vittime di reperibilità selvaggia e non possiamo nemmeno utilizzare le nostre auto per fare delle uscite con i disabili». Il mobbing è routine, lo denuncia un educatore del VI municipio: «Nelle scuole mi intrattengono oltre l’orario, quando a me non è permesso fare straordinari. Mi obbligano a fare cose che non mi spettano e la cooperativa mi risponde: “O lo fai o ci mando un altro. Impegnati, che se no perdiamo il prossimo appalto”. Diciamo la verità: le cooperative grandi sono mafiose. Riducono i costi del lavoro e i diritti dei lavoratori pur di aggiudicarsi le gare». Un suo collega di Roma 81 sintetizza: «Siamo carne da macello». Un’operatrice dell’Eur, pagata 5 euro e mezzo l’ora, spiega: «Le scuole risparmiano sugli insegnanti di sostegno, poi chiedono di aumentarci le ore. Chi ci rimette sono i bambini. Lo scorso anno non hanno fatto andare in prima una splendida creatura, già in grado di leggere. Così la direttrice non ha perso un insegnante, nel frattempo ridotta a mezza giornata, e in più si è tenuta l’operatrice che gli controlla la classe».
Un dipendente della 29 Giugno spara forte: «Da noi lavorano soprattutto ex detenuti, in altre gli immigrati. Siamo stati scelti perché soggetti predisposti, secondo loro, allo sfruttamento. Fu così che abbiamo denunciato i nostri datori di lavoro. Questi signori si erano accordati per gestire i campi nomadi attrezzati di Castel Romano, sulla Pontina, di cui, guarda il caso, loro erano i proprietari dei terreni». Al termine dell’assemblea è stata lanciata una raccolta firme per una delibera di iniziativa popolare: «La richiesta di internalizzazione dei lavoratori dei servizi sociali». Roberto Martelli dell’Usi Ait afferma «Non c’è alternativa. Nel 2000 era stata approvata un’altra delibera che chiedeva che tutti i lavoratori fossero inquadrati con il contratto nazionale. Dopo 8 anni è rimasta inapplicata. Inoltre, per i pochi “fortunati”, il 31 luglio dopo ben 31 mesi di calvario è stato rinnovato il Ccnl, ma, sorpresa, a un tasso pari al 2,8 % per l’anno in corso, quando oramai l’inflazione reale viaggia al 4%». Sulle proteste estive, Fontana di Trevi compresa: «Non c’è stato solo un problema del comune con l’Ici, o di chi sa cosa a livello nazionale: si stava cercando di capire quali cooperative sono in grado di reggere certi urti e quali no. Al contempo avanza uno strano piano di selezione per la qualità dei servizi. La destra ha urgenza di introdurre i suoi valori nel sociale».

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Alitalia, 7mila dipendenti sospesi per aria. A Fiumicino tra piloti, assistenti di volo, di terra e passeggeri

Agosto 29, 2008

Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione

Fiumicino – Per il governo è stato il giorno di Alitalia, non per i suoi lavoratori. All’aeroporto di Fiumicino regna l’insicurezza: un purgatorio con 7mila dipendenti sospesi a mezz’aria, in attesa di risposte.
«Ridimensionare la compagnia di bandiera porterà al decadimento di Fiumicino e Malpensa. E’ assurdo, si creerebbe un effetto a valanga su tutta l’economia dei trasporti», così un assistente di volo rompe il silenzio. Un silenzio imposto dall’azienda. Ore 15.30, ufficio biglietti dell’Alitalia all’aeroporto Leonardo: «Ci hanno chiesto di non parlare» e al check in: «Rilasciare delle dichiarazioni ci può costare il posto». Un hostess fuma una sigaretta dopo il volo: «Il rischio lo avvertiamo sulla nostra pelle. Sappiamo che una volta venduti, ognuno di noi potrebbe essere colpito». Un suo collega: «C’è una gerarchia: i primi a saltare saranno gli stagionali, poi i part-time. Il rischio maggiore è del settore cargo, ma la nostra preoccupazione è che uno spezzatino in più tranche significhi più esoneri diluiti nel tempo». Un anziano dipendente si dice confuso: «Si gioca con i lavoratori, lo si è fatto in campagna elettorale e lo si fa anche ora. Ci dicono che la soluzione Air France non ci avrebbe tutelato e ora si festeggia perché la parte buona della compagnia resterà tricolore. I politici non pensano ai 5mila esuberi in più di cui parlano i giornali. E gli stessi giornali non considerano l’indotto. Ogni quattro esuberi annunciati ce ne sarà almeno uno in più».
Ore 15.50, davanti al Club Freccia Alata: «Ci affidiamo ai sindacati, ma questa volta non ci sarà partita. I confederati seguiranno il centro-destra. Dicono che non esiste alternativa. Che opporsi equivalga a gettarsi in pasto a una crisi irreversibile. Mentre quelli di base avranno le mani legate». Un dipendente dell’Adr sembra tranquillo: «Ho letto tante sciocchezze, togliere importanza a Fiumicino non sarebbe logico. Questo non è un Hub, non lo è mai stato. E’ un grande aeroporto, ridurlo a una base operativa significherebbe bastonare la città di Roma e far abbassare la testa a tutto il paese. Le persone che ci lavorano e risiedono nella provincia sono svariate migliaia e la maggior parte sono dipendenti Alitalia». Interviene un altro dipendente dell’Aeroporto: «Sono 22 anni che sono qui, so come funziona: il personale scarseggia. Gli unici tagli da fare sono quelli degli stipendi dei dirigenti. Di chi lavora in ufficio. I ragazzi pronti ad andare sugli aerei sono pochi e non parliamo di chi fa il carico e scarico bagagli. Alle volte solo due persone, è per questo che i passeggeri aspettano per molto tempo le valige. Sempre che arrivino». Un’assistente di terra dice di avere un contratto a tempo determinato: «Non mi illudo». Altri lamentano l’esternalizzazione di alcuni servizi e un addetto ai carrelli spiega: «Sì, sono di una ditta privata, sono meno pagato e meno tutelato. Non mi sento in colpa, sono in bilico come tutti». Nel corridoio Partenze c’è un manifesto della Cub trasporti: «Una scelta vergognosa: soldi agli speculatori e debiti allo Stato». C’è la data per uno sciopero:«17 settembre 2008», ma anche un’aggiunta a penna: «Potrebbe essere anticipato…». Ore 16.10, una famiglia rientra da Istanbul: «Abbiamo volato Alitalia perché i low cost ci spaventano. Sono sporchi, hanno l’aria condizionata rotta e fanno ritardo». Agli arrivi nazionali, due uomini in giacca e cravatta: «Lavoriamo nel settore. Quello che ci chiediamo è perché il progetto debba riguardare per forza anche Air One? Quella è un’azienda che non se la passa bene, non vorremmo che sotto a tutto questo gran baccano si nasconda qualche altro sporco interesse». Ore 17.00, un assicuratore calabrese scende dall’aereo: «La mia azienda da quando si iniziò a parlare della mancata vendita ad Air France, mi ha fatto volare con Air One. I livelli di sicurezza di Alitalia erano scesi drasticamente. Non ai livelli di Ryan Air, ma poco ci mancava». Un pilota al bar: «Possiamo guadagnare fino a 5mila euro, ma abbiamo molte responsabilità. Tagliarci farebbe perdere decine di migliaia di euro all’azienda. Ci ha formato e professionalizzato». Sulla possibilità di riduzione del numero degli aerei: «Molti sono ancora in leasing, non ci dovrebbero essere problemi. Ma rinunciare alle tratte internazionali sarebbe un suicidio. Sono quelle che garantiscono le maggiori entrate all’azienda». Due piloti di Air One: «Abbiamo letto che gli aerei di 12 anni saranno considerati vecchi, ma se si decidesse di spendere seriamente sulla manutenzione, potrebbero durare anche 20 anni. In alcuni casi parliamo di mezzi da milioni e milioni di euro». Ore 17.30, agli arrivi internazionali c’è un signore con un cartello: «Thyssen Kroup», non aspetta un operaio, ma un elegante, manager, che confida: «Io volo Air France». Un ragazzo arriva da Londra: «All’andata avevo volato con un’altra compagnia, spendendo meno della metà. Al ritorno non ho trovato i biglietti». Una signora torna dal Kuwait: «Tra poco non sarà più possibile viaggiare con Alitalia? Peccato, mi dava tranquillità».
Padre e figlio aspettano il taxi: «Mi rode, lo Stato è un grande azionista che continua a perdere un sacco di soldi». E il figlio: «Siamo dei cretini, prima ci pagavano e non gliela abbiamo data. Ora la stiamo regalando».

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L’esercito mette al bando la sicurezza

Agosto 24, 2008
Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione
Affida ai privati la vigilanza dei depositi di armi
Foto Reuters

Le armi dell’esercito italiano nelle mani degli istituti di vigilanza privata. E’ il sito Internet dell’esercito a spaventare – veramente – la cittadinanza in materia di sicurezza. Un bando di gara su tutti, quello pubblicato il 19/06/08 “Appalto per Servizio di vigilanza esternalizzato a favore di strutture militari”. Luigi Marco Comellini, responsabile del dipartimento rapporti con le Forze armate della Dc, denuncia: “Nei depositi non ci sono caramelle, ma bombe a mano, mitragliatrici, laser illuminanti, proiettili e esplosivi. Affidarli alle guardia giurate mette a rischio tutto il Paese”. Lo Scalilli/Corleone di Palermo, il deposito di Cecina, quello di Bari e il Nera Montorsini, sono tra i 10 siti di tipologia A1 da sorvegliare: “Sono tutti ubicati nel centro-sud e isole, – spiega il maresciallo – alcuni in prossimità di località ad alto interesse turistico o grandi città. Mi chiedo perché i militari siano stati messi a controllare le fermate della metropolitana e non siano stati utilizzati per questi depositi. Per lo più è noto che in passato si siano verificate delle violazioni nell’accesso a queste strutture”. La polemica era iniziata nel gennaio 2003, quando Martino rispose: “Sarà per poco tempo”. Da allora il servizio è stato rinnovato fino ad oggi. Il bando da 1.600.000 euro, iva esclusa. Non è l’unico del genere, altri, usciti nei mesi di luglio e agosto, hanno riguardato le aree del Nord. Sono appalti che coprono tre mesi, da ottobre a gennaio 2009: “Una volta questo servizio veniva fatto fare a chi svolgeva il servizio di leva, poi è stato esternalizzato. Dare a persone non preparate la possibilità di accesso a certe informazioni non è sicuro. Inoltre nei vecchi bandi erano previste cinque unità per sito, ora saranno ridotte a tre”. In allegato ai bandi, sono stati messi a disposizione di tutti i disciplinari tecnici: “E’ incredibile – risponde il maresciallo – ognuno ora potrà presumere che un vigilante resterà all’ingresso a controllare gli accessi e due saranno di ronda. Se si conoscessero anche le misure dei depositi, si potrebbe calcolare quanto impiegano le guardie a fare il loro giro di controllo”. Ma i militari che fine hanno fatto? “Si calcola servano ancora 10-15.000 unità. Quelli impiegati nelle città hanno fatto clamore e per me sono serviti, ma erano pochissimi. Per la vigilanza dei siti A1 in tutto verranno spesi quasi 6.500.000 euro. Con gli stessi soldi si sarebbero potuti stabilizzare i precari. I volontari a ferma breve. Avremmo dato lavoro a 350 persone formate e cresciute nell’esercito e sarebbero state garantite ben 35 unità per deposito”. Sui tagli alle forze dell’ordine: “Tre miliardi in meno a polizia e militari, si è scelto di spendere per le armi. Sotto il governo Prodi sono stati acquistati due sommergibili e ancora oggi si punta su nuove tecnologie e giocattolini inutili, basta pensare alle decine di caccia MX, poi messi sotto sequestro. Erano bare volanti. Anche i servizi di riparazione dovrebbero essere assegnati ai militari. Smettiamola di regalare danaro a Finmeccanica”. Lo chiamano “il maresciallo che difende i diritti”, ma quanto costano certe prese di posizione? “Sono sotto inchiesta e come me tanti altri. Io parlo perché ho scelto di fare politica. Sono sospeso dal servizio da quando mi sono messo in malattia, un anno fa”. Dire ai giornali che qualcosa non va costa caro. Lo sa bene Comellini che chiese maggiori diritti sindacali e regole trasparenti sull’avanzamento di carriera. Lo sanno Guido Guasconi, maresciallo dell’aviazione, che denuncia le paghe spropositate elargite nella missione in Libano, e Amedeo Berdozzo, tenente colonnello dei carabinieri, che “difendendo l’onore” delle forze dell’ordine, si dichiarò favorevole alla commissione di inchiesta sui fatti di Genova. Tanti altri come loro: tutti puniti…