Archivio per la categoria ‘arte’

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Maurilio Gabbiano – Lune di Praha ‘06

Novembre 18, 2008

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Incanta e sconcerta, questo è il linguaggio ironico e contraddittorio di Maurilio Gabbiano. Ancora una raccolta minore, datata ‘06. Sono cahiers d’artista, pagine di diari vissuti. <Una fase dolce>, così la definisce Gabbiano. Praga e il suo primo viaggio con la donna che poi sposerà, Lallula Petit. I pensieri volano a Kafka e poi ai ponti, all’est che tanto aveva sognato. <Sono stati giorni indimenticabili, lì ho conosciuto la precarietà degli incubi e la forza dei sogni>, ha scritto l’artista. E poi: <Ognuno ha qualcosa scarabocchiato sul diario, non la si butti. Sono tracce di noi>.

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Maurilio Gabbiano – Schizzi d’uomo 2005-2008

Novembre 16, 2008

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Ritratti-fumetto, opere di getto, d’impulso. Veloci ed efficaci. La mano di Maurilio Gabbiano scherza e racconta, in maniera diversa, rispetto alla poetica astratto-espressionista a cui ci ha abituato l’artista nelle sue opere maggiori -Baghdad e Voce della Luna 1 e 2 – : è il suo primo approccio al web ed ha scelto un linguaggio figurativo, colorato per l’appuntamento. “Schizzi d’uomo” è un nuovo inizio per chi ha più volte detto: <I musei sono il cimitero delle opere d’arte, i quadri dovrebbero occupare le fabbriche, ravvivare gli ospedali, rivoluzionare le carceri e le piazze>.

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Schifano 1934-1998. L’uomo che dipingeva perchè è umano

Giugno 19, 2008

di Maurizio Mequio (pubblicato su Dazebao L’informazione online)

Più che una mostra, un paradiso artificiale, dove nuotare, concedondo goduria ai propri occhi. L’antologica su Mario Schifano, proposta allo GNAM di Roma, a dieci anni dalla sua morte, può rappresentare un luogo di pura, raffinata, esperienza estatica per tutti i suoi visitatori. Una vita raccontata, aperta, un contenitore che attraverso linguaggi appropriati serve, spiattella in faccia, milioni di contenuti. Instaura un dialogo istintivo, istantaneo con chi ne partecipa. Fili che legano le opere ad ogni età, ad ogni soggettività, costruendo una splendida ragnatela di collegamenti tra gli oggetti artistici e le quotidianità.

Sorprende, come ha sempre fatto. Schifano concede il lusso di mettere qualsiasi uomo di fronte ad uno specchio. E spiegava: “questi colori, i miei colori, non sono emozioni, ma metafore”. Come a dire: “Non pensate a me, non bruciate quel che vedete cercando di filtrare delle emozioni. Verrà da sé: Ci siete già dentro”. Un maestro della comunicazione, non a caso si sentiva “un nuovo media”, capace di farsi capire, di far girare il cervello altrui. Spalanca gli occhi, deposita l’arte dove il mondo non si sofferma più: attraverso i macchinari, le tecniche, costruttrici dell’immondiziaio mondo consumista, lui riesce a dipingere delle perle anche di questi tempi. Da più angolature, secondo una sua visione del mondo, tutt’altro che semplicistica, anzi critica, riflessiva, pacifista, d’opposizione e rivoluzionaria. Andy Warhol italiano, bulimico dell’arte, icona maledetta, niente lo può descrivere per quello che è stato. Semplicemente perchè Schifano è stato diversi Schifano, mutevole, capace di mettersi in discussione e di sperimentare.

Nella ricerca ha arpionato i tempi, nell’attenzione all’evolversi dei linguaggi ha conquistato la sua espressività. Dai monocromi degli anni sessanta all’uso della fotografia, dalla musica dipinta, o suonata, ai rumori trascritti, dal richiamo pop alle reinterpretazioni di De Chirico, dalle rielaborazioni del cinema e delle immagini televisive all’uso di internet, fino al ritorno al disegno negli anni ottanta e novanta. Un viaggio tra ninfee che richiamano Monet e paesaggi mediatici. Nel 1970 aveva già capito tutto, la tecnologia avrebbe accompagnato il mondo, fino a superficializzarlo. Eppure una tv accesa, 24 ore su 24, può essere uno sfondo, poetico, romantico, vissuto, come un campo di grano fiorito.

Provocatorio in “Ex film”, tela gigantesca nera con foto ritoccata, smaltata, di uno scorcio di schermo cinematografico. Un “frame” di un film in bianco e nero. Un pezzo di film che non c’è più, che non sarebbe esistito, perchè all’occhio umano percepibile solo nella dinamica di un’azione, ora proposto come protagonista dell’opera, al contempo un pezzo di storia dei media che è scomparso: la televisione ha svoltato nei colori, i cinema si svuotano, poi si moltiplicano, perdono il loro appeal e il loro significato sociale per assumerne un altro. Dal buio propiziatore di incontri amorosi e sigarette frenetiche da consumare entro la fine del film alle luci dei centri commerciali e delle star di Holliwood.

Toccante, ironico e scandaloso, quando dipinge “I numerosi figli della moglie del collezionista”: usa colori accesi, rosso, viola, blu giallo, lei è seducente in abito bianco, ma i neonati sembrano aborti. E’ il dramma dell’opera d’arte, prima figlia dell’autore, poi degli acquirenti. Figlia morta sul nascere perchè destinata ad avere vita propria, legata a tutti i suoi possibili fruitori. Un quadro che drammatizza il dolore del rinunciare ad una proprietà, ma che ironizza sulle barriere, i limiti non imponibili all’opera d’arte, al suo orizzonte di lettura. Poetico invece nella sua proposta di “pittore bambino”: colori schizzati, fiammanti, spazzati, verniciati contro il tempo, per ritrarre la terra, una superficie, ed un cielo celeste interrotto da un filo per i panni, con appesi dei giocattoli rossi.

E’ un genio: assolutamente amabile dal nuovo millennio, artista capace di far impazzire critici e pubblico di tutto il 900, uomo che ha vissuto la strada, il carcere ed il manicomio. Diceva di dipingere, sempre, anche quando non dipingeva: “perchè è molto umano”. Si schierò apertamente contro la tensione dell’era nucleare, contro il Vietnam, contro alcune posizioni del Partito Comunista, contro l’abbandono delle Favelas -espose una tela bianca in una mostra in Brasile per protestare contro la volontà delle autorità brasiliane di dipingere i quartieri malfamati di verde, in modo da mimetizzarli, nasconderli-: coraggioso e tra la gente. Il merito della mostra è quello di presentare uno Schifano sfuggente, che tocca, sommerge, ma non si esaurisce, scappa ed è già oltre. “Schifano 1934-1938” è la prima grande retrospettiva sull’artista nato in Libia, vanta 130 opere tra dipinti e disegni e resterà aperta fino al 28 settembre 2008.

GNAM – GALLERIA NAZIONALE D’ARTE MODERNA

Viale Delle Belle Arti 131 -Roma (00196)
Info: +39 06322981, +39 063221579 (fax) gnam@arti.beniculturali.it
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot, abilitare Javascript per vederlo <!–
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www.gnam.arti.beniculturali.it

Durata: Fino al 28 settembre 2008

orario: martedì – domenica dalle 8.30 alle 19.30. Chiusura il lunedì. La biglietteria chiude alle 18.45
(possono variare, verificare sempre via telefono)

biglietti: Euro 9 Intero, Euro 7 Ridotto

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Matera. Nato Frascà: Mostra Antologica al Musma. Vado-Verso-Dove-Vengo

Giugno 7, 2008

Pubblicato su Dazebao L’informazione online

di Maurizio Mequio

ImageTermina il 10 giugno la mostra di Nato Frascà al Museo di Scultura Moderna di Matera, il Musma. Una mostra unica nel suo genere, che rende omaggio ad un artista completo, capace di segnare indelebilmente il ventesimo secolo, esplorando linguaggi e forme nuove.
L’ evento presenta 15 disegni, 6 collage, 23 sculture, insieme ad una serie di film e di documentari girati per la RAI tra il 1968 e il 1970. Scenografo per i maggiori registi italiani, pittore, scultore, professore, maestro della psiconologia. Opere da tutte le parti, ed in tutti i linguaggi possibili, rasentando la filosofia e la psicologia, questa la vita dell’autore. Morto nel 2006, ha portato avanti messaggi di speranza e di contrasto al mondo odierno, eppur di analisi, riflessione e stimolo, attraverso il gioco, la polisemanticità e la forza del segno. Segno che si ripete, si sovrappone, occupa pian piano uno spazio, e si capovolge, si sforza, si colora, si tocca e si impone. Si impone su uno dei possibili, infiniti, piani paralleli che la realtà, come il sogno, propone. Dei gesti, studiati, ragionati, eppur gesti pesanti, che non sempre sono comprensibili, ma gesti che cercano una via d’uscita. Linee che non sono prevedibili, che interagiscono inspiegabilmente con il resto, colorandolo e disintegrandolo. Disintegrano il vuoto che si ha di fronte, moltiplicano le sue facciate, lo setacciano, alla ricerca del nuovo, del migliore, del diverso. Lo fanno con l’esplorazione, con il pensiero e la tecnica utilizzata in arte, quindi soggettivamente. Una ricerca che elimina lo scontato e porta lo spettatore a voltare pagina. La forma è un pretesto e al contempo un’azione. Nella sua pratica-ricerca, vi è la sintesi di un inizio, di una rivoluzione. Solitaria e condivisibile, contraria e contraddittoria, ma come gesto, gesto intenzionato all’ inquadrare ed andare oltre. In profondità, lavorando in superficie, in avanti, facendo terra bruciata. E così un foglio nero cambia aspetto, con righe colorate, che, secondo schemi ed ordini sequenziali ragionati, trasformano la carta, la tela, la materia. La rigenerano, la spengono, la riempiono, la distruggono, l’immortalano. E come scrive l’artista: “se avrò occupato uno spazio, non mi preoccuperò dell’esito, continuerò la sperimentazione su altri piani”. Come a dire che esistono diverse pagine, diversi segni, diversi futuri possibili. Tutto sta nel calpestarli. Diagonali, onde strutturali e modulari cubici, queste sue “lettere-armi”, proposte in ordine sperimentale, hanno contribuito a squartare l’opinione comune sull’esistenza di un solo, unico, linguaggio artistico. Frascà nato a Roma ha origini siracusane, ha frequentato a Salisburgo la Scuola di Oscar Kokoshka e fondato il Gruppo 1, con l’intento di un superamento dell’informale per l’approdo ad una nuova concezione dell’arte. Ha insegnato all’Accademia delle belle Arti romana ed ha scritto e tenuto lezioni di grande interesse antropologico, artistico e sociologico sulle proiezioni psicologiche legate alle icone e sull’arte dello scarabocchio, negli adulti, come nei bambini, nelle diverse culture, come nei diversi periodi storici. Ha affermato: “Le opere sono processi di conoscenza che ci conducono verso il luogo dal quale proveniamo”. Secondo Argan, l’impalcatura in Nato Frascà è la percezione, non più intesa come un mero ricevere, ma come atto di coscienza. Un’ode alla lettura della realtà, ad una nuova, possibile, lettura del reale. Un superamento del precostruito, dello scontato, di ciò che è dato e non è voluto. Uno sforzo che sa di sé e che contiene una voglia di alternativa. Quello che definiva il suo motto, “Vado-Verso-Dove-Vengo”, resta significativo dei sui lavori, proiettati coraggiosamente in avanti, trascinando tutto con sé, ma intenti a trasformarlo, a ripercepirlo.

Museo della Scultura Contemporanea di Matera MUSMA
Via San Giacomo – Matera

Durata della mostra: fino al 10 giugno 2008.
Orario: dal martedì alla domenica ore 10,00 – 14,00 e 16,00 – 20,00.
Giornata di chiusura: il lunedì.
Biglietto d’ingresso (comprensivo della visita al Museo): intero Euro 5,00; ridotto Euro 3,50.

Info: Fondazione Zétema tel. 0835/330582 – musma@zetema.org; Coop. Artezeta 320-5350910 – info@artezeta.it

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Into the Wild

Marzo 29, 2008

Di Maurizio Mequio

Ultimi giorni di proiezione nelle sale italiane per la perla cinematografica di Sean Penn, Into the wild. Film dal sapore antico eppure squisitamente contemporaneo. Tratto da una storia vera, il regista racconta il viaggio di un giovane in terra americana. Uno sguardo coinvolgente e appassionato che distrugge i silenzi e anima i toni documentaristici delle poetiche fotografie proposte dall’autore. Occhi che invadono, inglobano, si nutrono. Occhi che selezionano, che vivono. Lontano dalla quotidianità, dalla società consumistica e dai drammi familiari. Christopher McCandless, appena scontata la condanna da pagare ai propri genitori –si è appena laureato-, scompare nel nulla, non ne può più delle ipocrisie borghesi. Accumulato rancore, odio e sofferenze, sceglie di trasformare la sua rabbia in ricerca della verità. E’ il 1990, il ragazzo sale sulla sua vecchia auto giallo canarino ed inizia il suo viaggio. Un viaggio normale, di un ragazzo normale, alla riscoperta del mondo, della natura e di se stesso. Eccellenti musiche, curate da Eddie Wedder, e una sapiente regia, che ha diviso il film in capitoli, accompagnano Chris al compimento della sua maturità, al riavvolgimento del nastro della sua memoria ed allo slancio verso una conquista di libertà. Due frasi sintetizzano e segnano trama e significato: “non puoi cercare la felicità solo negli uomini” e “la felicità esiste solo se condivisa”. Due fasi diverse vissute dal ragazzo, enfatizzate dal tono mistico cristianeggiante e comunque romantico voluto da Penn. La prima è rivolta ad un personaggio incontrato dal viaggiatore, un emozionante signore anziano che ha perso la famiglia in un incidente stradale ed affezionatosi ad Alexander- nel corso del viaggio Christian si costruisce una nuova identità- gli chiede se vuole essere adottato. I due erano su un masso, di fronte ad una veduta del deserto, l’anziano aveva dovuto arrampicarsi, sospinto dagli stimoli del giovane a continuare a vivere la vita e sul più bello, l’ancora immaturo protagonista dà questo consiglio all’anziano, che gli risponde invitandolo a continuare a credere in Dio. La seconda frase coincide con la riappropriazione della sua identità, Alexandere Supertramp ritorna ad essere Christopher McCandless, si sente pronto a tornare a casa. Contadino, venditore di libri e poi impiegato di Burger King, ancora lettore di libri, cacciatore e dolce cantante in una serata trascorsa in una comunità Hippie: nessuno può fermare un uomo che cerca la verità, cercarla è possibile, raggiungerla immaginabile, trovarla è la sfida che il film propone agli spettatori. Illusione adolescenziale? Forse, ma ciò che è certo è che questo racconto, tratto dal romanzo di di Jon Krakauer “Nelle terre estreme”, è coinvolgente. Ognuno in fondo si è ribellato almeno una volta a ciò che ha intorno. Ognuno è evaso per tornare, anche senza raggiungere l’Alaska, quel che ha vissuto nel momento antecedente allo staccare la spina è stato disgusto per l’altro wild, quello di tutti i giorni. Into the Wild è una doppia lama, la terra selvaggia è quella che ognuno cerca ed è dolce e confortevole come un bus abbandonato nella neve, riscaldato dai ricordi e dal fuoco d’inverno, ricoperto di viole e di raggi di sole d’estate, ma è terra selvaggia anche quella coperta da asfalto, sfruttata dai grattacieli e abitata dai locali alla moda delle città occidentali. Christofer si è guardato allo specchio e, tra la cravatta, il soffocamento della propria personalità e la brezza della vita, scelse la vita.

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Gilbert e George: La Grande Mostra

Gennaio 4, 2008

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Castello Rivoli, Torino, resterà fino al 13 gennaio il Teatro dei doppi: lo specchio scandaloso della società contemporanea. E’ in chiusura la “Grande Mostra”, la più grande raccolta di opere dei due artisti Gilbert e Gorge, o meglio Gilbert&George. La loro firma è una sintesi del loro percorso, due statue viventi che si propongono, si incontrano, si sommano ai materiali e si incorniciano. Partecipando l’uno dell’altro investono con un linguaggio irraggiungibilmente “nuovo” lo spettatore. Lo invitano ad entrare nell’opera. A girarsela fino a sentirsene parte. Frutto di una descrizione schietta della realtà, l’arte del geniale duo crea i presupposti per una piena esperienza estatica di chi se la trova di fronte. 

Quarant’ anni insieme, da registi, attori, spettatori, creatori-fotografi e fotografati: Gilbert Prousch, italiano di Bolzano, 64 anni, e George Passmore, 65 anni, originario del Devonshire. Hanno iniziato a lavorare insieme da studenti alla St.Martin’s School of Art nel 1967. Negli anni Settanta la loro fase in bianco e nero, caratterizzata da serie di piccole opere. Poi la comparsa del colore come “bold color” negli anni Ottanta in tele su scala monumentale. Il risultato è “Art for all”, così la hanno definita, nessuna remora nell’utilizzo dei materiali: sangue, sperma, colori, carta e feci. E nessun limite tematico, la realtà va riprodotta in toto, va ricostruita nella sua interezza, nella sua scabrosità. In questo essere spavaldamente creatori, il loro esser profano diviene simile al sacro, terrorizza.

Vietato l’ingresso ai minori di 14 anni, questo è scritto all’ingresso del Castello, perché?

Perché nessuno è abituato a vedere le cose come stanno. Un cocktail acido e dolce, amaro e frizzante di emozioni. Sensazionali sentimenti pervadono l’osservatore, messo in bilico tra il sorriso dilagante ed il senso di vomito nauseante. Sesso, droga, guerra, AIDS, terrorismo, borghesia raffinata e fredda, violenza, ingiustizia, moda, risi e sorrisi: è in scena uno specchio dei nostri giorni.

  Museo d’Arte Contemporanea Castello di Rivoli, fino al 13 gennaio 2008Aperto da martedì a giovedì dalle 10 alle 17, da venerdì a domenica dalle 10 alle 21Chiuso il lunedì Ingresso euro 6,50,Info 011.9565220, www.castellodirivoli.org