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Di Maurizio Mequio – Pubblicato su Liberazione |
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| Intervista a Alessandro De Giorgi, sociologo | |||
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Parchi e giardini vietati «a gruppi composti da più di due persone dalle 23 e 30 alle 6 del mattino», pena una multa che può arrivare a 500 euro. Lo ha deciso il primo agosto scorso il sindaco leghista di Novara, Massimo Giordano. Dall’altra parte dello stivale, a Lampedusa, gli ha risposto ieri l’amica di partito, senatrice e vicesindaco della cittadina siciliana Angela Maraventano, che già aveva proposto lo spostamento dei Cpt in mare e ora, su una piccola imbarcazione all’ingresso del porto dell’isola, ha iniziato una singolare protesta: sciopero della fame per risolvere il suo problema immigrazione. Stando a lei non se ne può più di tutti questi arrivi: «meglio non vederli, o farli restare altrove». Il provvedimento di Novara può essere considerato un attacco ai diritti della persona? All’estero la pratica del punire e sorvegliare ha dato dei frutti? Un Cpt in mare… Nella protesta della Maraventano c’è il rifiuto di Lampedusa come luogo di frontiera? Quanto la costruzione del nemico distoglie l’attenzione dell’opinione pubblica dalle problematiche reali della società? |
Archivio per la categoria ‘antropologia’

De Giorgi:”Attaccano i diritti dell’altro a favore del proprio benessere”
Agosto 3, 2008
Canada: scuse di Stato dolci-amare per gli indiani nativi
Giugno 12, 2008di Maurizio Mequio (anteprima da Dazebao L’informazione online)
In Canada c’è stato un olocausto. Ora lo si può dire. A chiedere scusa ufficialmente è stato oggi il Primo Ministro del Paese, Stephen Harper, nell’ambito del suo “Discorso dal Trono”, il discorso di chiusura dell’anno parlamentare. Svolta storica, ma dal sapore dolce-amaro. “La storia non si cancella” -hanno affermato alcuni rappresentanti degli indiani nativi-. Una storia fatta di sofferenza, etnocentrismo, abusi, violenze e quasi due milioni di vittime. Che cristianizzare ed imporre la propria cultura, il proprio stile di vita sugli altri, fossero gli obbiettivi dei potenti è un dato di fatto consolidato, lo si ritrova ovunque, nelle Crociate, nel lato oscuro della Scoperta dell’America, nelle Colonizzazioni ed in qualche modo nella nuova Globalizzazione, ma i modi e i tempi di questi soprusi lasciano una macchia indelebile sulla validità del nostro mondo moderno. Il gioco vale la candela? A rispondere a questo quesito sono loro, i pochi rimasti di quel Canada che fu. Raccolgono i pezzi della loro cultura, sgomitano e resistono per essere finalmente rispettati. Non accettano di dimenticare, solo perchè qualcuno un giorno ha fatto mea culpa. E poco conta che finalmente qualche soldo sia stato sborsato. Se i media sottolineano l’entità del rimborso, concesso lo scorso settembre agli aborigeni, due miliardi di dollari, la realtà è che da allora ad oggi sono ancora 18000 le persone che aspettano un risarcimento. Non è un affare di governi, o di Paese, né di politica, come è intesa in Occidente, è un discorso da affrontare da più punti di vista. Uno su tutti, da quello di chi ha visto decimare la propria gente, che ha perso tutto, solo perchè meno capace tecnicamente di fare male. Ne è rimasto l’1%, come chiedere a queste persone di accontentarsi, a loro, dalla fine del XIX secolo fino al 1969, venivano tolti i figli, per sterilizzarli, abusarne, sottoporli ad elettroshock o se tutto andava bene per occidentalizzarli. Questo il destino raccapricciante che è toccato a 150.000 bambini nativi. Significative le parole pronunciate da un alto funzionario canadese nel 1920: “distruggere l’indiano finchè è bambino”. Catturati, presi con la forza e trasportati nelle “scuole residenziali”, luoghi che solo dopo le inchieste degli ultimi vent’anni sono state scoperte per quello che facevano, e finalmente sono state chiuse tutte (l’ultima nel 1996). Un’analisi di coscienza, questo occorre iniziare a fare. Nel male è la modernità, e l’Occidente tutto, che è responsabile. Non ha senso giustificarsi, tirare indietro la propria casacca, perchè non si ha partecipato in prima persona ad uno sterminio. La chiesa cattolica, che ha contribuito, giocando un ruolo fondamentale nella gestione delle scuole; il sistema governativo, che evitava-evita il confronto con le minoranze ed addirittura le ha combattute-le combatte ed i media, poco attenti alle problematiche del “diverso” e complici del gioco della costruzione dei diversi. Sì, un gioco che folklorizza le minoranze e le utilizza come spezie, come colori per accendere, incuriosire, un pubblico oramai inappetente dei soliti discorsi economico-politici di giornata. Un gioco che alle volte crea un’immagine del diverso peggiore di noi, inferiore ed inadatto oppure, nel caso peggiore, pericoloso. Il reverendo Annet ha denunciato i numeri di questo olocausto: non sono solo duemilioni le persone uccise, altre diecimilioni sono morte per le condizioni di vita estreme a cui erano state costrette. Una storia tutta ancora da scrivere e che forse dovrebbe essere lasciata scrivere agli stessi discendenti delle popolazioni Inuit. Originariamente gruppi di eschimesi che organizzavano la loro vita individuale attorno a dei valori collettivi, ponevano da parte le loro aspirazioni egoistiche per fare posto alle esigenze della collettività. Una società che potremmo definire banalmente “animistica”, ma che riusciva in condizioni difficoltose a farsi forza e a rassicurarsi insieme, anche costruendo elaborate simbologie mitiche di riferimento. Dove lo sciamano era il loro capo spirituale e alcuni animali, dei quali simbolicamente indossavano le pelli, erano i loro protettori o spiriti guida. Cosa interessante è che il nome utilizzato da questa gente per definirsi significava uomo, semplicemente uomo. Ed ora, cosa ne resta di tutto ciò? Nulla, l’impatto, anche solo culturale, con la modernità è stato troppo forte-violento. Ma la memoria, la giustizia, il senso di appartenenza e certi valori devono essere salvati. 12 giugno 2008: questa data dovrebbe spezzare un silenzio, un silenzio lungo dei secoli, non può invece significare la porola fine ad una prima autocritica occidentale.

Amazzonia: Alcune Tribù Indios non Hanno Contatti con la “Civiltà” e Devono Continuare a non Averne
Giugno 5, 2008di Yuri Castelfranchi
(tratto da Spiritual Search News)
Gli ultimi avvistamenti risalgono a pochi mesi fa, nella valle del Rio Javarí, Amazzonia occidentale. Gli antropologi li chiamano arredios, gli isolati. I coloni d’Amazzonia, più semplicemente, dicono che sono indios brabos, selvaggi, in contrapposizione ai mansos, gli addomesticati. Sono popoli accerchiati dalle società nazionali, nazioni indigene ridotte a bande di poche decine di persone. Genti che, cinquecento anni dopo la “scoperta” dell’Amazzonia, non hanno intenzione di farsi scoprire. Quindici anni fa erano centocinquanta gruppi. Oggi, stando ai sorvoli a bassa quota, le foto da satellite, le testimonianze di indios semi acculturati e coloni, sono oltre cinquanta tribù, una quarantina delle quali in Brasile. Non hanno mai visto un’automobile o una televisione. Alcuni non conoscono i metalli. Mantengono scarsissimi contatti con le altre etnie indigene. Alcuni non sanno che esistono luoghi dove la foresta finisce, che a valle gli alberi scompaiono divorati dalle strade di terra rossa, dal cemento, dalle città. Molti altri, invece, hanno sentito il rombo degli aeroplani, avvistato i battelli a motore sui fiumi più grandi. Sanno che esiste la tribù infinita dei bianchi: ne hanno sentito parlare, o ne narrano le loro leggende: karaiba, il bianco, è sanguinario, poco capace di comunicare e negoziare. E’ potente. Incontrarlo significa morire. Sidney Possuelo, brasiliano, ha fondato e dirige da anni il Dipartimento per gli indios isolati della Funai, l’ente governativo addetto alla difesa dei diritti degli indigeni. 63 anni, 37 malarie, premio “Unsung Hero” delle Nazioni Unite nel 2001, sopravvissuto a incidenti aerei e imboscate dei signori del legname e del latifondo, Possuelo è una leggenda vivente dell’indigenismo brasiliano. Ci spiega che la maggior parte degli isolati si è mantenuta distante dai bianchi consapevole degli scontri cruenti con i coloni e delle malattie da loro portate. Per questo, dichiara Possuelo, gli indios non contattati, per ora, vanno lasciati così. La decisione di inviare una spedizione di contatto è “l’ultima risorsa” cui ricorrere quando gli indios stessi si avvicinino progressivamente a insediamenti di coloni, mostrando curiosità e interesse a conoscere il mondo dei cancellatori di foreste. O quando gli indios si trovino a rischio di sterminio immediato a causa dell’arrivo delle strade, delle motoseghe, delle pompe per setacciare l’oro. Nel 1989 fu spedita una missione di contatto fra gli Zo’é, nello stato brasiliano del Parà: alcuni integralisti evangelici avevano invaso le terre indigene senza autorizzazione. Nell’impedire agli indios di adorare il demonio, avevano quasi ottenuto un genocidio: l’etnia era stata decimata dalle malattie portate dai bianchi. Otto anni fa, in maniera simile, i Kanoê e gli Akuntsu, in Amazzonia occidentale, dovettero scoprire che al mondo esistono stati, leggi, denaro, macchine. E nel 1996 Possuelo ha diretto una missione di contatto e pacificazione nello stato di Amazonas con i temutissimi caceteiros, i bastonatori, dell’etnia Korubo, che avevano reagito, terrorizzati, all’invasione delle proprie terre con attacchi ai coloni (muniti di clave, loro arma tradizionale), e avevano subìto torture e assassinii come rappresaglia. La tribù contattata è composta solo di diciassette persone, che hanno accettato una pace fragile col bianco. Il resto della nazione Korubo, in gran parte sconosciuta, è svanita in aree ancora più remote della selva, in fuga costante. Così, mentre i bianchi cercano di imparare a non uccidere, gli isolati tenteranno di restare isolati. “Abbiamo bisogno di tempo per imparare a riceverli nella società in maniera migliore” – ha dichiarato Possuelo al National Geographic. “Siamo capaci di spedire nello spazio uomini in cerca di nuove informazioni, ma non riusciamo a preservare un sapere che è lì in foresta, tanto antico, tanto vicino a noi. Gli indios hanno il diritto di essere indios e di venir trattati con equità”.

Antropologia dei nuovi fiori
Dicembre 7, 2007
Il mondo lentamente volta pagina, ma velocemente cambia aspetto il solito foglio. Alcuni si disperano invano per comprendere chi abbia aperto questo libro, chi abbia creato lo “stato delle cose”. Le voci degli adulti non rispondono a nessuna domanda e forse contribuiscono alla stagnazione dei sensi, all’appiattimento delle emozioni.
Quel che è certo è che oggi in occidente esiste un solo modo di parlare, di vestire, di fare, quello vincente. Lo subiscono i bambini, i giovani, gli adulti stessi. Non si comprende bene chi detti le mode, i tempi, le regole. Nasciamo e ci ritroviamo una cicatrice sull’ombelico, siamo abbracciati per qualche mese e poi costretti a stare lontano dai nostri genitori, per ore. Del resto una giovane coppia ci pensa bene prima di mettere su famiglia, quanto costa avere un bambino? E poi, dove farlo vivere?
Gli adulti, quelli che ancora non sono andati in pensione, i possibili nonni, consigliano di rischiare, di provare, ma i dubbi restano. Sono passati anni dalle infanzie dei trentenni di oggi, è cambiato il mondo che quotidianamente calpestiamo, la sua economia, e sono cambiate le persone. Nel bene o nel male fino agli anni ottanta i bambini erano consci di essere bambini e non cercavano di copiare gli adulti. Chi bruciava le tappe era un fenomeno, un mito e comunque lo faceva per scelta. Nella distanza tra le cose degli adulti e le cose dei bambini si creava lo spazio per la fantasia, i giochi, i sogni, le illusioni amorose, i litigi, le ribellioni, le utopie. Insomma durante il periodo dell’adolescenza l’uomo costruiva il suo riparo dalla sofferenza, gli era permesso farlo. E’ un luogo quello dell’adolescenza, di giovani fiori da coltivare e curare. Di giovani fiori che crescono anche sull’asfalto, ma che non vanno calpestati.
Un luogo protetto che era luogo della sincerità, perché puro e fuori dalle logiche del mercato e dalle regole del sistema. Non si smette in fondo mai di essere giovane fiore? Ebbene in qualche modo si smette, ma non è l’età l’indice del proprio status, è il livello di partecipazione a questo luogo che segna la giovinezza. Facilmente si uccide la giovinezza altrui e non si affronta il bisogno di giovinezza propria. Eppure ognuno necessita di libertà, intesa come operare secondo la propria volontà, anche sbagliando.
La drammaticità dello stato attuale delle cose è dovuta alle difficoltà generali di ricontestualizzarsi al mondo. Di ritrovarsi semplicemente per quel che ci si crede essere nell’animo, anche nelle proprie azioni. La prima difficoltà di comunicazione è proprio in noi stessi, nel non mettere in pratica ciò che si è pensato, perché non se ne ha la possibilità o perché si è condizionati a fare in altro modo, a tralasciare i nostri sogni, le nostre curiosità, i nostri pensieri.
Paradossalmente l’assenza di coerenza degli adulti è spiegabile con la moderna privazione del diritto all’incoerenza degli adolescenti.



