| Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione | |
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Archivio per la categoria ‘ambiente’

Un buco nero ci mangerà il 10 settembre? Il Cern di Ginevra: «Non c’è pericolo»
Settembre 2, 2008
Immersioni vietate. Non per il presidente della Camera
Agosto 28, 2008M.M.
Giannutri, il bagno proibito di Fini e compagna, scortati dai vigili del fuoco
Giannutri, il bagno proibito di Fini e compagna scortati dai vigili del fuoco Gianfranco Fini si gode gli ultimi giorni d’estate. Lo fa buttandosi in acqua in una zona vietata di Giannutri, all’interno della riserva marina dell’Arcipelago toscano. E’ stata Legambiente a immortalare con delle foto il gesto atletico, poco sportivo, del presidente della Camera. L’associazione ha denunciato ieri l’accaduto con una lettera inviata al presidente del Parco. «E’ stata avvistata un’imbarcazione dei Vigili del Fuoco in navigazione e stazionamento – si legge nel documento -, che prestava assistenza a subacquei dotati di autorespiratori, in un’area interdetta a qualsiasi attività che non sia di carattere scientifico o per dirette esigenze dell’Ente Parco. Tra le persone che hanno partecipato alle immersioni sembra ci fosse anche un noto politico italiano che occupa una delle più alte cariche istituzionali della Repubblica Italiana». Legambiente ha chiesto di sapere se l’imbarcazione e i subacquei avessero il necessario nullaosta e per quali attività e in base a quale progetto di ricerca gli sia stato permesso l’accesso. Chi fossero i partecipanti alle immersioni e di quali eventuali titoli scientifici disponessero. E se non autorizzati, quali eventuali iniziative verranno prese dal Parco per sanzionarli.

Kitegen, una Centrale ad aquiloni. E se il vento spazzasse via il nucleare?
Giugno 11, 2008| Di Maurizio Mequio (pubblicato su Dazebao L’informazione online) | |
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L’Italia svolta verso il nucleare, nonostante un referendum ne aveva “sconsigliato” l’utilizzo. Sembra che rifiutarlo significhi restare in dietro con i tempi. Che il progresso debba obbligatoriamente passare per i drammi del passato. Così a chi viene in mente Hiroshima, Chernobyl o quantaltro, non resterebbe che rassegnarsi, invece tutto può ancora cambiare, grazie ad un’ evoluzione di un gioco per bambini: l’aquilone. Una società italiana, la Sequoia, da giugno 2006 porta avanti un progetto per la realizzazione di energia alternativa, ispirato dal kitesurf, versione adulta e da mare della pratica di far volare in cielo una struttura ricoperta da teli colorati. Utopia e poesia? No, un giorno il signor Massimo Ippolito, notando dei kitesurfer quasi spiccare il volo ha pensato a quanta energia i loro kite erano in grado di raccogliere. La risposta del suo gruppo di ricercatori è stata strepitosa: sei profili alari di potenza, controllati automaticamente, sono in grado di tenere in rotazione una turbina di 1.600 metri di diametro alla velocità di 15 giri all’ora. Questa tecnologia è capace di generare la potenza di 1 gigawatt, l’equivalente di una centrale nucleare di media potenza, con dei vantaggi non trascurabili: Il rispetto dell’ambiente, la tutela della salute dei cittadini ed un costo 40 volte inferiore. 80 milioni di euro contro i 2,5 miliardi per la costruzione, e mezzo miliardo per lo smantellamento, di una centrale nucleare, tralasciando i discorsi relativi ai costi e alle problematiche di stoccaggio e smaltimento delle scorie radioattive. Tanti aquiloni pilotati che intrappolano il vento e fanno ruotare una giostra a terra: sono i profili alari di potenza, i cui movimenti sono controllati automaticamente da un computer. La giostra sarebbe la turbina dell’impianto eolico d’alta quota, che, legata con dei cavi a questi oggetti volanti, si metterebbe in rotazione ad asse verticale generando energia elettrica. E se in Italia, a bassa quota, di vento potrebbe non essercene abbastanza, nessun problema, basta salire sopra i 600 metri. Il vento d’alta quota nella regione europea è presente per l’80% dell’anno e già intorno agli 800 metri ha velocità medie di 7 m/s con una potenza specifica di 200 W/m2. In questo modo con una sezione di vento larga mille metri si otterrebbero gli stessi risultati conseguibili da una delle centrali che Berlusconi, il 22 maggio scorso, ha promesso di far iniziare a costruire entro il 2013. Il progetto “Energia ad aquiloni” ha ottenuto nel 2006 un finanziamento di 15 milioni di euro, i primi quattro sono stati spesi per la sperimentazione di un Kitegen di bassa quota, i restanti saranno investiti per la progettazione di un Kitegen di potenza. Finora è stato sperimentato solo un prototipo che ha rispettato i dati delle simulazioni al computer, pur generando solo piccole porzioni di energia. Se inizialmente si erano presentate delle difficoltà sull’individuazione di aree dove portare avanti il lavoro sulla tecnologia di alta quota (occorre che le autorità competenti diano le necessarie restrizioni sullo spazio aereo soprastante in modo che gli aerei e qualsiasi altro tipo di velivolo non possano entrare), ora sembra essere stato superato l’ostacolo: Il kite wind generator da 20 MW dovrebbe esser costruito sulle ceneri dei reattori di Trino (VC), un’area ideale perché già protetta da una no fly zone. Il futuro? Può essere di pace ed ecosostenibile, occorre guardare oltre. Investire sulle energie alternative è ancora possibile. |

Stelle, strisce ed etanolo: “Live green, go yellow”
Gennaio 12, 2008

Strategie americane sul biocarburante
di Maurizio Mequio
Un 2050 più sicuro, come? George W. Bush promuove l’etanolo. Secondo le previsioni del presidente americano al giro di boa del 21° secolo il 30% della benzina consumata negli Stati Uniti sarà sostituita da biocarburante. Un progetto ambizioso che nel breve periodo richiederà un aumento del 50 % della produzione delle colture e nel lungo periodo la creazione di un mercato in grado di disporre di 1,3 miliardi di tonnellate di biomassa all’anno. Svolta ecologista o grande manovra di mercato? Una lobby potente e variegata si muove attorno a questa campagna: dagli ecologisti puri ai neo-consumatori, dalla destra evangelica cristiana alle grandi industrie agricole del Mid-west, fino ai piccoli proprietari terrieri e le grandi compagnie automobilistiche.
Il neo-consumatore Richard Perle ha individuato nell’etanolo la possibilità di spezzare la “dipendenza” americana dai paesi produttori di petrolio. Le tensioni arabe ed i difficili rapporti con l’Iran avrebbero reso il paese americano fragile e ricattabile. Perso il controllo sui paesi produttori di risorse energetiche, trovare una soluzione interna significherebbe aumentare il livello di sicurezza nazionale ed internazionale. La destra evangelica cristiana costituisce un’altra importante presenza all’interno del movimento pro-etanolo. A quanto pare, lo spettro del surriscaldamento globale spaventa questi ferventi credenti che temono di dover rispondere di fronte a Dio per non essersi presi cura del pianeta. La loro azione di sensibilizzazione, al grido di “What would Jesus drive?”, potrebbe rivelarsi determinante proprio in quelle zone degli Stati Uniti dove è concentrata la produzione del liquido dei miracoli, il Mid-west.
Le ragioni per le quali le grandi industrie agricole spingano per l’etanolo appaiono ovvie, mentre i piccoli proprietari non possono che gioire dell’aumento dei prezzi dei beni agricoli causato dallo sviluppo dei biocarburanti. Infine, le compagnie automobilistiche si sono presto accorte della portata di questo gigantesco affare e si sono mosse per rinnovare l’offerta dei propri modelli in modo radicale. La General Motors ha lanciato una campagna pubblicitaria indicativa del trend di mercato. Lo slogan “Live green, go yellow” si propone chiaramente di suscitare un desiderio diffuso di comprare auto capaci di alimentarsi sia a benzina sia ad etanolo, insistendo sulla valenza ecologista di tale scelta.
Eppure diversi studi sul bio-carburante americano creano forti dubbi etico-ambientali. Ad esempio, se l’indice EROEI (Energy Returned On Energy Invested) dell’etanolo da canna da zucchero, quello prodotto in Brasile, si attesta tra i valori 7 e 8, quello dell’etanolo da mais, prodotto negli Stati Uniti, ha un valore che scende in modo significativo e si attesta a 1,34. Se in Brasile per produrre circa 7 barili di etanolo se ne consuma 1, negli USA si spende 1 barile di etanolo per produrne soltanto 1,34. E se secondo gli stessi produttori americani il vantaggio ambientale -la riduzione di sostanze inquinanti prodotte- rispetto all’utilizzo di petrolio sarebbe del 13%, esistono aspetti sottaciuti, che pesano gravemente sull’ambiente e che ritoccherebbero al ribasso questi valori.
Secondo uno studio di Marc Jacobson dell’università di Stanford le automobili alimentate con bioetanolo potrebbero anche essere nocive per la salute. Con una simulazione al computer il ricercatore ha ipotizzato due scenari per il 2020: uno in cui tutti i veicoli utilizzano benzina, l’altro in cui l’unico carburante è l’E85, una miscela che contiene l’85% di etanolo e il 15% di benzina. Dal confronto tra gli scenari sono emerse alcune previsioni sull’impatto per la salute umana: l’utilizzo del biocarburante riduce la presenza in atmosfera di alcune sostanze cancerogene, come il benzene e il butadiano, ma ne immette altre, causando un rischio di cancro simile per entrambi i combustibili. Anzi, il bioetanolo sarebbe più nocivo della benzina perché rilascia nell’ambiente ozono, in quantità tali da determinare un aumento del 4% ogni anno di morti causate da questo gas. Inoltre, la completa conversione del parco macchine con il carburante ottenuto da biomasse farebbe aumentare il numero di persone affette da asma e di quelle ricoverate in ospedale.
Gli studiosi hanno sollevato dubbi anche sulla effettiva convenienza di questo carburante contro l’effetto serra: secondo David Pimentel della Cornell University il ciclo produttivo del bioetanolo, dal campo di mais al distributore in strada, comporterebbe nel breve-medio periodo un aumento del 29% nell’utilizzo di energia derivante da combustibili fossili. All’inizio del 2006 una ricerca dell’università di Berkeley ha evidenziato che il sistema di fabbricazione di etanolo causa la stessa emissione di gas serra della produzione di benzina. La coltivazione si serve di fertilizzanti e pesticidi ricavati tramite uso di carburanti di origine fossile. Il diesel alimenta i trattori e gli altri macchinari che seminano e si prendono cura della coltivazione. L’etanolo, inoltre, data la tendenza ad assorbire acqua, va trasportato in speciali container, su strada o rotaiaie, con grandi veicoli, probabilmente alimentati a diesel. In tutto il processo di produzione viene consumata energia inquinante, non considerata negli studi dei prodduttori riportati negli Usa.
L’impatto sul territorio è devastante. La produzione di bioetanolo su larga scala richiede vastissime aree di terra coltivabile, fertile e ben irrigata, per ottenere la quale la deforestazione è un’opzione che rischia di diventare economicamente giustificabile. Inoltre, le monocolture per la produzione di etanolo impoveriscono il terreno di materia organica, riducendone gradualmente la fertilità. Ma i dati più sconvolgenti sono quelli che riguardano il rapporto uomo-macchina: un pieno di bioetanolo per un SUV equivale a sfamare un uomo per un anno intero. Per un serbatoio di circa 100 litri occorrono 266 Kg di mais, ovvero 930 mila kcal, che divise per 365 corrispondono a quelle necessarie per una buona dieta, 2500 Kcal al giorno. Il fondatore dell’Istituto, Lester Brown ha recentemente affermato: “le automobili e non gli uomini si prenderanno la maggior parte dell’aumentata produzione di grano di questi anni.” Le auto stanno per divorare gli uomini?
Quel che è certo è la presenza di forti interessi geopolitici dietro il bio-carburante. L’ Interamerican Ethanol Commission, ad esempio, uno degli enti più importanti nati dal confronto tra Usa e Brasile sul tema, vanta nel suo consiglio direttivo nomi illustri, Jeff Bush, fratello minore del presidente George, l’ex ministro brasiliano dell’agroindustria Roberto Rodrigues, attualmente presidente del Consiglio Superiore dell’agrobusiness del Brasile e l’ambasciatore Luis Moreno, presidente della Banca Interamericana di Sviluppo. L’obbiettivo della Commissione è la creazione di un unico mercato integrato dell’etanolo dall’Alaska all’Argentina. Il lavoro americano e brasiliano dovrebbe forzare le eventuali resistenze degli altri paesi sudamericani, per sfruttare l’abbondanza di terra e di manodopera a basso costo, anche tramite la creazione di impianti industriali in paesi centroamericani e caraibici. Sul concetto di sostenibilità ed ecosostenibilità il dibattito è ancora aperto, ma di questo progetto e della sua messa in scena ecosostenibile tutto sembra essere stato già deciso dietro le quinte.
«Meno otto giorni alla fine del mondo», lo ha denunciato il professore tedesco Otto Rossler, un chimico della Eberhard Karls University, che assieme a altri colleghi ha presentato alla Corte europea dei diritti umani la richiesta di bloccare l’esperimento più costoso della scienza moderna: il Large Handron Collider. Occhi puntati sul 10 settembre, data scelta dal Centro di Ricerche Nucleari di Ginevra per riprodurre in laboratorio, a quasi 100 metri sotto terra, un clamoroso Big Bang. Nello scenario fantascientifico non sopravviverebbe nessuno. Partiti di sinistra compresi. L’esperimento rischierebbe di creare un buco nero che nel giro di quattro anni si mangerebbe tutto.
L’Italia svolta verso il nucleare, nonostante un referendum ne aveva “sconsigliato” l’utilizzo. Sembra che rifiutarlo significhi restare in dietro con i tempi. Che il progresso debba obbligatoriamente passare per i drammi del passato. Così a chi viene in mente Hiroshima, Chernobyl o quantaltro, non resterebbe che rassegnarsi, invece tutto può ancora cambiare, grazie ad un’ evoluzione di un gioco per bambini: l’aquilone. Una società italiana, la Sequoia, da giugno 2006 porta avanti un progetto per la realizzazione di energia alternativa, ispirato dal kitesurf, versione adulta e da mare della pratica di far volare in cielo una struttura ricoperta da teli colorati. Utopia e poesia? No, un giorno il signor Massimo Ippolito, notando dei kitesurfer quasi spiccare il volo ha pensato a quanta energia i loro kite erano in grado di raccogliere. La risposta del suo gruppo di ricercatori è stata strepitosa: sei profili alari di potenza, controllati automaticamente, sono in grado di tenere in rotazione una turbina di 1.600 metri di diametro alla velocità di 15 giri all’ora. Questa tecnologia è capace di generare la potenza di 1 gigawatt, l’equivalente di una centrale nucleare di media potenza, con dei vantaggi non trascurabili: Il rispetto dell’ambiente, la tutela della salute dei cittadini ed un costo 40 volte inferiore. 80 milioni di euro contro i 2,5 miliardi per la costruzione, e mezzo miliardo per lo smantellamento, di una centrale nucleare, tralasciando i discorsi relativi ai costi e alle problematiche di stoccaggio e smaltimento delle scorie radioattive. Tanti aquiloni pilotati che intrappolano il vento e fanno ruotare una giostra a terra: sono i profili alari di potenza, i cui movimenti sono controllati automaticamente da un computer. La giostra sarebbe la turbina dell’impianto eolico d’alta quota, che, legata con dei cavi a questi oggetti volanti, si metterebbe in rotazione ad asse verticale generando energia elettrica. E se in Italia, a bassa quota, di vento potrebbe non essercene abbastanza, nessun problema, basta salire sopra i 600 metri. Il vento d’alta quota nella regione europea è presente per l’80% dell’anno e già intorno agli 800 metri ha velocità medie di 7 m/s con una potenza specifica di 200 W/m2. In questo modo con una sezione di vento larga mille metri si otterrebbero gli stessi risultati conseguibili da una delle centrali che Berlusconi, il 22 maggio scorso, ha promesso di far iniziare a costruire entro il 2013. Il progetto “Energia ad aquiloni” ha ottenuto nel 2006 un finanziamento di 15 milioni di euro, i primi quattro sono stati spesi per la sperimentazione di un Kitegen di bassa quota, i restanti saranno investiti per la progettazione di un Kitegen di potenza. Finora è stato sperimentato solo un prototipo che ha rispettato i dati delle simulazioni al computer, pur generando solo piccole porzioni di energia. Se inizialmente si erano presentate delle difficoltà sull’individuazione di aree dove portare avanti il lavoro sulla tecnologia di alta quota (occorre che le autorità competenti diano le necessarie restrizioni sullo spazio aereo soprastante in modo che gli aerei e qualsiasi altro tipo di velivolo non possano entrare), ora sembra essere stato superato l’ostacolo: Il kite wind generator da 20 MW dovrebbe esser costruito sulle ceneri dei reattori di Trino (VC), un’area ideale perché già protetta da una no fly zone. Il futuro? Può essere di pace ed ecosostenibile, occorre guardare oltre. Investire sulle energie alternative è ancora possibile.