
Alitalia, dopo i presidi al ministero, i cortei all’aeroporto. In attesa di novità
Settembre 13, 2008Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione
«Se firmano
blocchiamo tutta
Fiumicino»
La lunga attesa: non c’è pace per i dipendenti di Alitalia. Tutta la notte in piedi sotto al Ministero del Welfare in via Fornovo, tre ore di sonno e poi di corsa a Fiumicino. Per loro paura, rabbia e qualche sospetto: è tutto nelle mani dei sindacati. Mezzanotte, la seconda giornata di protesta, inizia lì dove il tavolo delle trattative era partito giovedì scorso. Nel buio, ancora 250 persone: «Siamo pronti a resistere per notti». Verso le 21.00 un ragazzo aveva minacciato di darsi fuoco: «E’ stato un operaio della Atitech di Napoli. Si è cosparso con lo spirito ma è subito intervenuta la polizia con a seguito un’ambulanza», raccontano i colleghi. «In quel settore, quello della manutenzione, si rischia di brutto. Sono sottopagati e galleggiano nella zona grigia. Quella che la Cai continua a snobbare». Interviene un anziano con un sigaro in bocca: «E’ servito, non aveva nessuna intenzione di farsi male, ma sono certo che i giornali parleranno solo di questo». Anche alla Magliana ci sono due officine, dove si riparano gli aeroplani: «Li chiamano hangher, sono posti che ricordano gli anni trenta. Seguiamo fior fior di corsi per sentirci dire che di notte cala l’attenzione. Poi è proprio verso quest’ora (l’una, Ndr) che ci chiedono di fare i miracoli. E sì, perché di giorno si vola, e non ci sono scuse». Un suo collega: «A mia madre dicono: “che fortuna tuo figlio lavora all’Alitalia”. Sapessero quanto si guadagna per rendere sicuri i viaggi degli italiani! L’idea del “capo” è quella di portarci lo stipendio a soli ottocento euro. E dico di più, nel nostro caso le ore di viaggio non sono nemmeno pagate». C’è movimento da parte della polizia: « Sì, “quelli di sopra” si devono fare un’altra pausa. Già se ne sono andati a mangiare, ora che fanno?». Su un lato della strada un gruppo di assistenti di terra fa due tiri a pallone: «E’ per smaltire lo stress, se firmano altro che partitelle con gli amici. Crollerà tutta la città». All’1.40, ancora un centinaio di persone. I sindacalisti di base parlano dei media: « Passa un messaggio sbagliato che divide e allontana gli spettatori. Noi saremmo i privilegiati e Berlusconi e Colaninno i “Brunetta” di turno». Gli assistenti di volo tirano fuori una busta paga: «E’ di un collega di British Airways. Prendiamo anche 3500 euro, ma questi ne guadagnano quattrocento di più». Alle 2.00, 80 persone, 4 camionette delle forze dell’ordine e 5 macchine della polizia. Tra i manifestanti è certa la fumata nera: «Si rimanderà tutto a domani, se Dio vorrà. Il rischio è che aspettino che passi il weekend, in modo che gli siano garantiti tutti i voli. Poi nella notte di domenica, o al massimo nella mattinata di lunedì, ci arriverà la mazzata». Alcuni hanno avvicinato le macchine e sonnecchiano, altri offrono la propria casa a chi è venuto da fuori Roma. Gli imperterriti inneggiano l’ennesimo: «Fallimento, fallimento». Le agenzie dicono che le parti non hanno trovato l’accordo: c’è euforia e ci si dà appuntamento in mattinata all’aeroporto Leonardo. Alle 9.00 gli assistenti di volo decidono di presidiare l’area Briefing di Fiumicino: «Abbiamo solo una pallottola da sparare, se sbagliamo restiamo disarmati. Occorre essere compatti e agire nel momento giusto. Ventimila lavoratori a spasso possono fare paura». I tavoli dovevano partire alle 15.00, c’è un ritardo. Si commentano i titoli dei giornali: «Ci annullano gli stipendi? Meglio, valgono quelli vecchi. Si parla di ammortizzatori sociali da subito, di mobilità: è una farsa. Come volerebbero gli aerei?». Ore 14.00, c’è un picco di ottimismo: «Finché c’è una proposta d’acquisto non possono minacciarci». E dei ragazzi: «Fosse che i sindacati tenessero botta? Perché: l’idea di acquisto da parte dei dipendenti? Se fosse vero Veltroni avrebbe fatto un capolavoro. La voce di un movimento tramite Unicredit gira da tempo». Arrivano delle smentire da parte dell’Istituto bancario e un assistente: «L’unica certezza è che il prossimo mese non saremo pagati. Con dei colleghi, invece, stiamo mettendo le mani avanti. Pensiamo a una cooperativa fatta da licenziati e cassaintegrati. Una cooperativa sul modello argentino, anche se nei trasporti». Alle 17 ripartono le trattative. C’è gente che viene e che va, ma la folla resta sempre composta da più di duecento anime. Chi propone di andare in pista, chi avverte: «Sarà lunga, in serata prepariamoci ad accogliere gli amici che vengono da fuori». Parte un corteo, che sfila prima all’esterno dell’aeroporto, poi al suo interno. Si accodano piloti, assistenti di terra e passeggeri. I giapponesi fotografano e diversi lavoratori escono in segno di solidarietà dai banchi delle biglietterie. «Lavoro e dignità, lavoro e dignità», questa la eco assordante che accompagna la protesta dai voli internazionali a quelli nazionali. I passeggeri guardano straniti dal terrazzo-bar e un signore col megafono: «Pagherete 76 euro a testa per aiutare Colaninno». I colleghi cantano: «Oggi a noi, domani a voi». Sono le 18.00, tra gli applausi, una promessa: «Se firmano blocchiamo tutto Fiumicino».
