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Giovane, disabile e fa la fame

Agosto 22, 2008

Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione


«Mi hanno abbandonato», questa la denuncia lanciata da un ragazzo con disturbi psichici nel quartiere di San Paolo a Bari. Ventiquattro anni e tutta la vita davanti a sé. Ha preso forza e ha chiamato i vigili: «Non ho niente da mangiare, mio padre se ne è andato via. Muoio di fame». Figlio di separati, risulta residente dalla madre, a Putignano, ma vive a casa del padre.
E’ successo due giorni fa, ha squarciato l’estate. E’ una storia come tante altre e le contiene tutte. Quattro mesi fa il ragazzo non si è presentato alla visita periodica per il rinnovo della pensione di invalidità di 750 euro e la Asl gliela ha sospesa. La madre gli scrive lettere, gli spedisce 5, 10 euro, non di più, perché ha gravi problemi economici. Il padre ha assicurato agli assistenti sociali di tornare ogni sera nell’abitazione, ma ha confidato di avere un rapporto contrastato col ragazzo. Ha detto che non avendo un lavoro fisso, non riesce a capire come può essergli di aiuto. I vigili confermano le difficoltà: «Quando siamo arrivati nell’appartamento non c’era nulla, solo qualche pacco di pasta». E i servizi sociali? Lo avevano seguito. Fino a luglio. Gli assistenti hanno detto che gli avevano proposto di frequentare il centro diurno di Santo Spirito, ma lui avrebbe rifiutato. Tutto qui? Il centro di salute mentale di Putignano dice che il ragazzo non era un loro assistito, a Bari assicurano: «Ora sarà seguito». Intanto è stato chiesto alle Suore “Madre Teresa di Calcutta” di assistere il giovane. «Siamo andate a trovarlo ieri e siamo tornate oggi. Gli abbiamo portato del cibo, ma non mangia. Fuma e basta». Susy Mazzei, assessore ai servizi sociali, ha dichiarato a Repubblica : «A San Paolo la rete dei servizi funziona bene. C’è un ottimo coordinamento». Eppure qualcosa non torna. Antonello Zaza, assessore provinciale alla solidarietà sociale (Prc), commenta: «Solitamente ci sono strutture semiresidenziali che ospitano persone in queste situazioni. E’ importante che chi ha problemi sia seguito dalle strutture diurne, per essere indirizzato. Non sempre il comune si prende carico di queste situazioni. Ci sono due canali diversi per l’ottenimento della pensione di invalidità. Tramite la Asl e tramite il comune. Per questo può capitare che sfuggano dei fatti. E’ strano però, perché in questo caso c’era la circoscrizione che, se al corrente, avrebbe potuto informare gli organi competenti del disagio economico del giovane». La Puglia negli ultimi anni ha fatto dei passi in avanti: «Solitamente il disabile è seguito dall’assistente sociale, una sorta di tutor, con progetti di riabilitazione e reinserimento sociale. Abbiamo dei centri diurni, anche in provincia, e finalmente è stato finanziato un progetto finalizzato all’inserimento lavorativo. – continua Zaza – Cinquanta borse di lavoro finanziate dal comune di Bari e gestite dalle Asl. Ma siamo solo all’inizio, perché proprio sul lavoro si gioca la battaglia più importante legata al recupero dei pazienti».

C’è un fattore culturale che impedisce il miglioramento della struttura psichiatrica meridionale: “Molte volte è la famiglia stessa a opporsi all’assistenza del figlio. – sottolinea Zaza – Avere una persona depressa in casa è considerata ancora una vergogna. Negare al figlio di affrontare un problema significa occultarlo. Da parte nostra, stiamo cercando di mettere ordine rispetto alle strutture riabilitative. Crediamo occorra un monitoraggio più serio e un miglioramento della qualità dei servizi. I migliori risultati come provincia, sostenuti dalla regione, li stiamo ottenendo nell’integrazione scolastica. Un nodo determinante per il futuro dei ragazzi”. La dottoressa Anna Berni, che ha diretto il primo centro diurno sperimentale integrato d’Italia, si è resa disponibile a collaborare: “Il centro “La voce della Luna” era nato come un progetto senza speranze, oggi può essere un esempio. Ho creduto sempre che non esistessero spazi interdetti per nessuno, così ho aperto la struttura anche alla cittadinanza e l’ho presentata come una scuola professionale di teatro. Grazie al lavoro di registi professionisti e importanti attori abbiamo formato i pazienti psichiatrici a una professione culturale. Da quattro anni non dirigo più il centro, sono presidente di un’associazione. O meglio di una vera compagnia che gira per l’Italia con i suoi spettacoli. Certo non è facile vivere d’arte, ma i miei attori, oramai non più pazienti, sono fantastici. A Roma, con il comune, da anni stiamo pensando di aprire un teatro stabile integrato. Progetti simili sono facili da realizzare soprattutto in Puglia. Ognuno di noi ha una parte malata. L’importante è considerare quella sana”. E sul ragazzo: “Il fatto che abbia chiamato i vigili è importantissimo. Ha chiesto aiuto, è stato forte. Significa che ha coscienza della sua situazione: “lucido e molto coraggioso. Di fatti simili, di persone che soffrono d’estate, ce ne sono tantissimi. Le strutture chiudono, mancano i punti di riferimento, le persone che hai avuto vicino partono e dire “ci sono anche io” diventa difficile. Ora sul piano della sicurezza sarà protetto, non ci dovrebbero essere problemi per riottenere la pensione. Anzi, credo che il suo dottore e gli assistenti sociali di riferimento si sarebbero dovuti muovere prima”. Nella capitale le cooperative integrate sono già una realtà diffusa. Marcello Fagiani, presidente della Passepartout spiega: “La lotta allo stigma si distrugge così, tagliando i conti con la malattia. Noi, insieme, organizziamo rassegne cinematografiche, lezioni-spettacolo nelle scuole e realizziamo scenografie. Piccoli progetti con contratti a termine, ma carichi di dignità. Questo ragazzo ha ventiquattro anni, non potrà essere un paziente psichiatrico a vita”.

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