
Coltan e diamanti: la mafia bianca nel continente nero
Luglio 9, 2008
di Maurizio Mequio
Un Paese con un potenziale di esportazione nel settore diamantifero di 600 milioni di dollari annui ha ospitato la più sanguinosa guerra dell’ultimo cinquantennio. E’ povero, dannato e distrutto.
Questo paese è La Repubblica Democratica del Congo e la sua storia è una storia di sfruttamento. Uno sfruttamento che non può essere sepolto dal silenzio, ma che dovrà uscire fuori, prima o poi. Sciacallaggio da multinazionali, immoralità del lusso e disumano egoismo del Nord del mondo hanno partecipato al persistere di una crisi così apparentemente lontana. Conflitti che si sono susseguiti a colpi di stupri, persone seppellite vive, bambini soldato e, dall’altra parte, gioelli, telefonini ultrapiatti e danaro: tanto sporco danaro.
Nel 1994 un milione di profughi ruandesi entrano in Congo (allora Zaire), nel 1997 dopo una guerra, il ribelle Kabila, con il sostegno di Uganda e Ruanda, si proclama capo dello Stato, mettendo fine all’era di Mobuto. Quella di Mobutu fu una dittatura durata 32 anni, instauratosi a capo del Paese poco prima della dichiarazione di Indipendenza, aveva fatto imprigionare ed assassinare Lumumba -forse il più importante politico della storia del Congo- perchè comunista e malvisto dagli Stati Uniti. Nel’98 scoppia una ribellione contro lo stesso Kabila. In suo aiuto intervengono Angola, Namibia e Zimbabwe, mentre Ruanda, Burundi e Uganda questa volta si schierano contro il capo congolese. Dopo mediazioni e morti, già tante morti, tra le quali quella di Kabila, si arriva al 2000, anno in cui finalmente interviene l’Onu, inviando 5537 soldati. E anno in cui si scoperchia la prima porzione di scandalo nostrano legato ai diamanti.
Il figlio di Kabila nel 2001 prende in mano il Paese e nella confusione generale liberalizza il commercio di questa pietra preziosa, rompendo il monopolio di acquisto ed esportazione di una società israeliana.
Per alcuni è la possibile salvezza del Paese. Per altri l’apertura di un nuovo viscido scenario: una sorta di possibili accordi tra nuovi governanti e Stati occidentali: appoggio all’operato del politico congolese di turno, in cambio di sgravi e favoritismi nell’accesso alle risorse per le multinazionali estere. Nella guerra si apre un’altra guerra, e, se ufficialmente nel 2003 sono terminati i conflitti interni e nel 2006 Joseph Kabila è stato rieletto, continuano a moltiplicarsi le difficoltà e appaiono coni d’ombra enormi da tutte le parti. La maggior parte del mercato resta in nero, le lotte-guerre tra bande hanno in palio la gestione illegale delle risorse, dell’estrazione e del commercio. Alcuni signori, “i nuovi signori della guerra” sarebbero in grado di far arrivare oro, diamanti e coltan da tutte le parti via Ruanda. Nelle miniere lavorano dei bambini di 6, 7, 8-14 anni, per 18 ore al giorno, pagati 2, 3-10 dollari. Bambini ed adulti che certamente non sono protetti, che rischiano la vita cimentandosi con nuove tecniche di estrazione. Bambini ed adulti che sorvegliano con il fucile in spalla piccoli aeroporti, o loschi luoghi di frontiera. Hanno sulle spalle una guerra, forse mai finita, che gli ha interrotto il sonno, spezzato l’esistenza, una guerra che andrebbe rielaborata per lo meno… ed invece lì, a morire per una manciata di polvere. E sì, una manciata di polvere nera, il coltan, il nuovo oro del terzo millennio. Serve per produrre cellulari di nuova generazione, più piccoli, con batterie che durano di più, più belli, più comodi. Vale quanto l’oro ed il Congo ne è il primo produttore con l’80% delle risorse mondiali. Incredibile, tanto coltan pochi soldi per i congolesi.
Come mai qualcosa impedisce ad uno Stato di governare la propria economia, di gestire le proprie risorse? Ma se si va verso una liberalizzazione che senso ha continuare ad acquistare in nero? C’è forse una nuova pressione da parte delle grandi multinazionali sul prezzo di questi minerali? Sembra proprio di sì. Per far pagare poco (due-trecento euro) ad un occidentale il proprio telefonino, il Congo sembra essere costretto a morire di fame. Nel mese di maggio un’inchiesta della trasmissione Report aveva dimostrato come lo sfruttamento delle risorse sia bipartizan, ovvero coinvolga tutti i più grandi paesi industrializzati, dagli Stati Uniti alla Russia, fino alla Cina. Un sistema che sta producendo mafie locali e nuove discriminazioni. Aumenta lo scollamento tra politici locali, impegnati nel gestire le loro tangenti e la popolazione, aumenta la differenza economica tra gestori di traffici e manovali e tra acquirenti internazionali e Sud del Mondo. Alcuni vedono in questo nuovo business la fotocopia di ciò che succedeva con i diamanti: soldi sporchi in Congo, risorse fuori. Il confine ruandese sembra essere luogo privilegiato per far uscire il Coltan, l’aeroporto di Coma è certamente implicato nei traffici e la Libia potrebbe essere un altro partner dei malviventi nella fase di smercio-vetrina dei prodotti… Ma in alto, alla testa di crimini che hanno portato alla morte di 4 milioni di persone, chi c’é? La mafia ovunque è bianca.
