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Le persone prima dei profitti

Aprile 15, 2009

Il movimento operaio e la sinistra rivoluzionaria in Inghilterra

di Marco Piracci con introduzione di Maurizio Mequio

148 pp. 15,00€

Edizioni Lampi di stampa-Tutti autori/Red Point
“Non a caso oggi, non a caso in Italia, questo testo trova il suo naturale bisogno d’esserci. La desertificazione della voce opposta, la discriminazione dell’altro, la creazione ad arte di due realtà identiche che vogliono apparire leggermente ineguali, sono familiari al Belpaese che, uscito da Tangentopoli, si è scontrato con il Beltrusconismo. La crisi del comunismo italiano e l’abbassamento dei dibattiti sul diritto al lavoro, e sui diritti dei lavoratori, portano a guardare altrove, per riflettere su quel che sarà della nostra voglia di politica. Ed è così che ci si imbatte in una politica d’opposizione, fatta da gente comune, fuori dal Palazzo. La politica della sinistra inglese, la politica della minoranza. E si resta stupiti, spaesati, commossi. L’uomo del carbone che inventa lo sciopero, lo rianima, lo colora, è questa la nostra radice culturale. È questa la poesia alla quale ogni essere umano dovrebbe essere formato. Lui, il lavoratore stanco, che insieme ad altri colleghi esausti dal turno decine di metri sotto il livello del suolo, emerge dagli inferi e corre a prendere il treno, per raggiungere la manifestazione di altri operai, forse impiegati in un altro settore. Va lontano da casa, dalla sua città, a guadagnarsi la sua lotta, insieme ai compagni. Oppure l’immagine forte, viscerale, vitale, dei ragazzi chiusi nelle fabbriche, che infrangono la legge, quella disumana che impedisce loro di scioperare e danno vita al luddismo. Il “ludico” sfogo della classe operaia che, prima di andare in Paradiso, fa sentire la sua voce e distrugge le macchine del padrone. Poi si aprono gli occhi e si smette di sognare. È un amaro risveglio, quello di chi ha riposto le proprie speranze nel Laburismo di governo. Ed è ancora qui che Piracci richiama l’attenzione del lettore, portandola altrove. Lo conduce alla genesi continua e inaspettata dell’alternativa. Prima otto persone, poi tremila, poi duecentocinquantamila e poi ancora poche decine e poi migliaia: l’autore descrive con coraggio l’arcipelago dell’estrema sinistra d’Oltremanica. Dice: guarda anche lì e prova a specchiartici. Non contano i numeri per avere un deputato in Parlamento, è qualcos’altro a contare. La gente. Non è la politica che fa la gente, ma la gente che fa la politica”. Dall’introduzione di Maurizio Mequio

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Un’idea italiana: centrali nucleari in Albania. / Alitalia, due dipendenti suicidate nel giro di pochi giorni

Dicembre 26, 2008

Per problemi di “varia natura”, questo sito e gran parte della mia attività giornalistica sono stati sospesi. Ho deciso di pubblicare solo i titoli dei miei ultimi lavori – tutti non pubblicati -. Intanto amaramente ringrazio e denuncio il silenzio dei media classici…

Maurizio Mequio

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Maurilio Gabbiano – Lune di Praha ‘06

Novembre 18, 2008

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Incanta e sconcerta, questo è il linguaggio ironico e contraddittorio di Maurilio Gabbiano. Ancora una raccolta minore, datata ‘06. Sono cahiers d’artista, pagine di diari vissuti. <Una fase dolce>, così la definisce Gabbiano. Praga e il suo primo viaggio con la donna che poi sposerà, Lallula Petit. I pensieri volano a Kafka e poi ai ponti, all’est che tanto aveva sognato. <Sono stati giorni indimenticabili, lì ho conosciuto la precarietà degli incubi e la forza dei sogni>, ha scritto l’artista. E poi: <Ognuno ha qualcosa scarabocchiato sul diario, non la si butti. Sono tracce di noi>.

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Maurilio Gabbiano – Schizzi d’uomo 2005-2008

Novembre 16, 2008

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Ritratti-fumetto, opere di getto, d’impulso. Veloci ed efficaci. La mano di Maurilio Gabbiano scherza e racconta, in maniera diversa, rispetto alla poetica astratto-espressionista a cui ci ha abituato l’artista nelle sue opere maggiori -Baghdad e Voce della Luna 1 e 2 – : è il suo primo approccio al web ed ha scelto un linguaggio figurativo, colorato per l’appuntamento. “Schizzi d’uomo” è un nuovo inizio per chi ha più volte detto: <I musei sono il cimitero delle opere d’arte, i quadri dovrebbero occupare le fabbriche, ravvivare gli ospedali, rivoluzionare le carceri e le piazze>.

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La lunga vita dell’elettroshock – nei meandri della salute pubblica

Novembre 16, 2008

Di Maurizio Mequio

Sfoglia l’inchiesta…

Da una collaborazione di Profecta con il giornalista freelance Maurizio Mequio, è nata una pubblicazione online. Un’inchiesta di attualità su una sezione difficile della sanità italiana, quella psichiatrica.  Il documento raccoglie quattro articoli apparsi sul quotidiano Dazebao dal 31/10/08 al 3/11/08 e ruota attorno alla pratica dell’elettroshock, mai interrotta in Italia, anzi in allarmante aumento.

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Legge Basaglia. Gli ex internati: “L’elettroshock è una tortura”, i neo-pazienti: “Siamo tutti bipolari” (3° parte)

Novembre 4, 2008

di Maurizio Mequio -Pubblicato su Dazebao

Le testimonianze dei soggetti a rischio psichiatria: quelli che cercano la salute mentale. <Vivo, ma non vivo. Finché non sarò amato, non vivrò>, è la poesia di Furio, un settantenne di Latina. <Sono entrato al manicomio di Santa Maria della Pietà che avevo appena 18 anni. Dicevano che non avevo voglia di lavorare. Ma non è così>. Aggiustava le radio, poi il vuoto: <Erano tempi difficili, ma per me anche di più. I miei amici più vecchi dicono: io ho fatto la guerra. Io sorrido e penso: sono io che ho fatto la guerra, ho subito anche l’elettroshock>.

E’ un uomo distinto, vive in una casa famiglia e frequenta un centro diurno della Asl: <Non faccio tante attività, mi stanco facilmente. Ho sofferto tanto nella vita, non vedo mai i miei parenti e in piazza mi puntano il dito, solo perché sto in silenzio>. Racconta quell’esperienza: <Fu una cosa tremenda, non ne parlo mai. Una tortura, altro che cura. I dottori mi hanno minacciato tante volte, se ti comporti male te lo rifacciamo. Dopo l’intervento non ho potuto fumare, ero convinto di morire. Come se ti bucassero il cervello, questa è la sensazione che mi ha lasciato. Poi ne sono passati di anni, ma per me è tutto come prima. Mi piace leggere, scrivere, ma non capisco perché alcuni dicono che sono stato matto>. <C’erano sempre urla nel padiglione>, afferma Natalina. <La gente aveva paura>. Ha 76 anni e un <soggiorno pesante alle spalle>. Stava chiusa nel lato opposto a quello di Furio, nel reparto femminile. <Io non potevo uscire, i lavori di ergoterapia erano roba da uomini. E poi… che lavori! Ti facevano pulire le macchine dei dottori per un mozzicone di sigaretta>. Dice di non aver subito il trattamento, ma i suoi dottori dicono di sì: <Ma che state a scherzà? Io no, eh! Era una cosa brutta, lo temevamo, la gente a volte non tornava e se tornava sembrava morta. Vuota. Non parlava, sbavava, se la faceva sotto. Aveva i segni addosso: e te lo credo! Alcuni vomitavano solo a sentire i pianti>. E’ un parco grande, quello dell’ex ospedale Psichiatrico di Roma, un padiglione è intitolato a Ugo Cerletti: <Sarà stato uno scienziato, un grande scienziato, ma secondo me è ingiusto>, spiega un paziente psichiatrico. <Ora non esistono i manicomi, grazie a Dio. Parlano di cambiamenti, ma ci imbottiscono di farmaci e poi ci fanno venire qui a svolgere delle attività riabilitative>.

Nonostante la Legge Basaglia lo impedisca, ancora tre edifici nel Parco, il 7, il 9 e il 14, sono allestiti per servizi psichici. Ivano, un altro testimone, si definisce “un partigiano”: <Ho resistito a tutto>. Ha subito anche la terapia elettro-convulsivante: <Meglio non farla, l’ho detto, lo dico e continuerò sempre a dirlo>. Un operatore sociale della Asl Rme, Marcello, spiega invece come funzionano le cose in un centro diurno sperimentale: <La struttura dove lavoro si chiama La voce della luna, lavoriamo con il teatro. Niente pillole e cose varie, a quello ci pensano altri. Noi crediamo che sia la relazione umana il vero strumento della cura. Il nostro progetto è ambizioso, preformare le persone al lavoro di attori. Giriamo l’Italia e da due anni alcuni ex pazienti hanno iniziato a volare da soli, hanno formato una loro piccola compagnia professionistica>. Ma racconta: <Il pericolo legato ad altre terapie è dietro l’angolo, sono diversi i terapeuti pronti a consigliare ai giovani di sottoporsi all’elettroshock oppure a aumentargli il dosaggio dei farmaci alla prima cazzata che fanno>. La storia di Valerio, un 25enne di Pomezia, che ha deciso di non frequentare nessun centro diurno, e che è seguito privatamente da uno psichiatra, lo conferma: <I miei genitori pagano 180 euro a seduta. Mi mancano tre esami alla laurea in lingue. Ho già lavorato come traduttore, amo viaggiare. Suono il violino, la tastiera e la chitarra. Non voglio andare nel centro diurno vicino a dove abito perché è un posto morto. Ho delle amicizie, poche, forse questo è il mio problema. Ma c’è internet e io sono un appassionato di informatica. Il mio male? E’ che dicono che sono malato. Continuano a dirmi di provare con l’elettrochoc, ma io non voglio. Dicono che mi illudo che non sono io che sono depresso, che sbaglio a pensare che la società fa schifo. A volte penso che abbiano ragione loro e allora sì, mi demotivo. Poi mi guardo attorno, spero di potercela fare, mi viene rabbia, perché ho tutta la vita davanti a me, ma facilmente mi consolo: se devo farmi operare al cervello per diventare come tutti loro, allora è meglio che provi a guarirmi da me>. Un altro ragazzo: <Ho trentacinque anni e le mie ossessioni sono le donne e la Roma. Finora ho subito 9 Tso, più volte mi hanno detto che dovevo fare l’elettroshock. Mi sono sempre rifiutato. Mi riempiono di farmaci, è per questo che a volte litigo con i miei dottori. Loro mi odiano, mi vogliono punire e ogni volta che mi sento bene, decidono di ricoverarmi. Perché? Perché dicono che è arrivato il momento di cambiare terapia, di sperimentare e motivano che se ci fossero dei problemi, all’ospedale potrebbero tenermi sotto controllo. Finiti gli esperimenti esco, non capisco niente per giorni e poi scopro, dai racconti degli amici, che le uniche parole uscite dalla mia bocca in quel periodo erano: piacere sono un bipolare. Se non fosse per gli psichiatri, la mia vita sarebbe decente, me lo ha riconosciuto sorridendo anche il mio terapeuta. Dopo 6 anni di cure, mi fa: forse hai ragione tu, siamo tutti un po’ bipolari>.

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La psichiatria basagliana si sente sotto attacco: “L’uso della Tec fa comodo ai classicisti” (parte 2)

Novembre 3, 2008

di Maurizio Mequio (Pubblicato su Dazebao)

Giorgio Antonucci è membro onorario dell’Associazione europea di psicanalasi e dell’Osservatorio italiano della salute mentale. Psichiatra e amico di Franco Basaglia, il 26 febbraio 2005 ha ricevuto a Los Angeles il Tomas Szasz Award per “Meriti eccezionali nella lotta contro lo stato terapeutico”. Presidente onorario del comitato scientifico di Giù le mani dai bambini, è  ovviamente un’importante esponente del fronte del No all’elettroshock.

Parlare di elettroshock nel 2008…
Questo è un periodo di ritorno alle vecchie tradizioni, è ovvio che si tenti di annullare tutto quello che è stato Franco Basaglia per la psichiatria italiana. Io ero un suo allievo, ho partecipato attivamente alla chiusura dei manicomi e all’abbattimento di un mondo di violenze e repressioni: non posso non essere contrario all’aumento dell’uso della Tec. Nel 1969 ho tolto l’elettroshock dal reparto donne a Gorizia. E nel 1973, insieme a Cotta, l’ho tolto da tutta la struttura di Imola. Stiamo parlando di un’invenzione che ha una storia controversa sin dalla sua nascita. Cerletti seppe che ai macelli, prima di uccidere i maiali, facevano passare la corrente nella loro testa. Così, per “calmarli”, per non farli agitare troppo prima di ammazzarli. Era il 1938 e aleggiavano teorie molto particolari, una di queste era quella per cui se si procurava uno stato di epilessia artificiale al paziente, gli si migliorava lo stato di salute. Il passo fu breve, si pensò che attraverso una scarica elettrica con cavi posti sulle tempie del paziente, lo si sarebbe “guarito”. Una moda che non è mai terminata nel mondo e che ora ha molti sostenitori anche in Italia e in Toscana è sostenuta addirittura dall’Università di Pisa.

Perché questa pratica fa comodo alla psichiatria italiana?

Perché contrariamente a quello che chiedeva Basaglia si fa ancora assistenza sanitaria coercitiva, quando il giuramento di Ippocrate parla chiaro: non si devono procurare danni al malato. I medici dovrebbero essere dei consulenti dei loro assistiti e se consigliassero delle operazioni, i pazienti dovrebbero disporre di se stessi, avere l’ultima sul da farsi, decidendo autonomamente sulla loro pelle. Oggi questo non avviene. Il Tso – trattamento sanitario obbligatorio – ne è una dimostrazione, in questo caso le persone interessate sono trattate con la forza e al massimo i dottori fanno firmare dei fogli ai parenti, così, per scaricare parte delle loro responsabilità. Solo una parte però, perché è evidente: l’elettroshock fa male. Crea un’epilessia: uno stato patologico grave.

Dall’altra parte si sostiene l’efficacia indolore di questa “cura”…

Baruk la definisce la “terapia del terrore” e il dizionario medico francese Larousse ne elenca una sconcertante serie di possibili inconvenienti: mozzicature della lingua, lussazione delle spalle, della colonna vertebrale e degli arti. Lacerazioni muscolari, ascessi, necrosi pancreatica e dilatazioni acute del cuore. La Tec mette a rischio la vita dei pazienti, è controindicato per i cardiopatici, per chi ha avuto l’ictus o la tubercolosi, per le donne in stato interessante e per i bambini. Invece è utilizzato sia sui ragazzini, che sulle donne che aspettano dei figli e soprattutto sugli anziani. Non importa a nessuno che può provocare delle microemorragie al cervello. Questa è la psichiatria tradizionale. La stessa che sostiene la castrazione per chi ha problemi sessuali, e la lobotomia. Non c’è da stupirsi: sì, la lobotomia è praticata ancora oggi anche in Italia e la fanno passare come una “semplice” operazione neurologica…

Una malattia mentale da curare con le scariche elettriche, ma che tipo di malattia è?

I problemi sono solo esistenziali. La follia e la saggezza ce l’abbiamo in testa tutti quanti. Accade che una persona entri in conflitto con la società che lo circonda, non per questo deve avere obbligatoriamente dei difetti biologici. Fino agli anni cinquanta l’omosessualità era considerata una malattia. Poi uno psichiatra si è confrontato con gli altri colleghi e ha detto: molti di noi sono omosessuali. Da allora, grazie a Dio, si decise di non inquadrarla più in quel modo. Anche l’infedeltà è stata fatta passare come malattia, va da sé che siamo di fronte a un assurdo. Ci bombardano: in America avvertono che a breve un terzo della popolazione mondiale soffrirà di depressione. Ma cosa è questa depressione? Un concetto vago, troppo vago. Io parlerei di malinconia. Uno può essere triste per diversi motivi, perché ha subito un lutto, perché ha perso il lavoro, per amore. Può anche credere che la sua vita abbia perso di significato… Fare l’elettroshock a chi è “affetto da tristezza” non ha senso. All’inizio la convulsione può far dimenticare, diminuisce notevolmente la memoria. Allora si pensa che la terapia ha avuto un effetto positivo, che la persona sia meno triste. Poi la memoria pian piano ritorna e l’uomo è nuovamente al punto di prima, triste davanti ai suoi problemi. La persona non è una macchina, è un essere umano e come tale necessita di relazionarsi agli altri, sia quando sta bene, che quando sta male.

Possiamo affermare che elettroshock e psicofarmaci siano strumenti utili al grande business della psichiatria?

Certamente. Non ho mai praticato l’elettroshock e sono contrario anche all’uso di questi medicinali. Gli stessi inventori avevano delle perplessità. Le considero delle droghe che indeboliscono: sono sostanze che modificano i centri nervosi. Una cosa è chi le prende volontariamente, un’altra è chi è costretto ad utilizzarle, questo è quello che succede nelle cliniche. All’impatto con gli psicofarmaci, l’organismo si difende, si modifica e la sostanza clinica diventa come l’eroina. Porta subito il paziente alla dipendenza farmacologica e psicologica. Il Rispedal, un farmaco molto consigliato anche dagli psichiatri italiani, può provocare malattie mortali. E’ stato associato ai tumori pituitari. Molte persone che utilizzano psicofarmaci hanno il morbo di Parkinson, questo perché hanno avuto delle lesioni ai centri nervosi. Credo che nel progetto stesso di curare attraverso queste tecniche vi sia la volontà di controllare le menti degli altri. L’unico modo per aiutare chi è in difficoltà è discutere con l’interessato dei suoi problemi. E lo si deve fare volontariamente.

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La lunga vita dell’elettroshock. L’Aitec a Sacconi: “Non è vergognoso. Pratichiamolo di più” (1° parte)

Novembre 2, 2008

di Maurizio Mequio -Pubblicato su Dazebao l’informazione online

Psichiatria o folle business da scarica elettrica?

Quando qualcuno opera sul cervello altrui…

A trenta anni dalla legge Basaglia gran parte della psichiatria italiana vuole l’elettroshock. Lo difende, lo reclama, lo prescrive, lo mitizza. Eppure, curare in questo modo <è come aggiustare una televisione prendendola a pugni>, diceva l’uomo che chiuse i manicomi, che regalò all’Italia un primato di civiltà nell’ambito della cosiddetta “salute mentale”.

Parole perse nel vuoto oppure contraddette dalla tecnica e dal danaro di oggi. L’Aitec, un’ associazione italiana di psichiatri favorevoli alla Tec (terapia elettro-convulsivante), ha fiutato la “svolta politica” in corso: la nostalgia delle destre. Ha preparato una sua documentazione in merito e la porterà nei prossimi giorni dal ministro della salute, Maurizio Sacconi, accompagnandola con una petizione per l’incremento delle strutture in cui sia possibile praticarla. La motivazione addotta a cotanto ardore da intervento chirurgico sui propri pazienti è che l’Italia demonizzerebbe l’elettroshock. Ne rifiuterebbe immotivatamente tutte le sue potenzialità benefiche. <Serve un servizio attivo ogni milione di abitanti>, afferma l’Aitec. Invece sono “solo” 12 i centri predisposti a scaricare elettricità nelle “cervella” umane: sei appartengono al Servizio nazionale (gli Spdc di Montichiari-Brescia e di Oristano, l’Ospedale SS. Trinità di Cagliari, quello di Brunico, l’Ospedale di Bressanone e la Clinica Psichiatrica dell’ Università di Pisa); sei sono cliniche private convenzionate (Villa Chiarugi a Napoli, Villa Serena a Pescara, la Clinica San Valentino e la Clinica Villa Maria Pia di Roma, la Clinica Santa Chiara di Verona e la Clinica Barruzziana di Bologna).
Il confronto proposto dall’associazione è come al solito rivolto agli altri Paesi – quelli che hanno ancora gli ospedali psichiatrici aperti – e facilmente dimostra che nell’utilizzo di questa tecnica siamo “indietro”. In Olanda è praticata in 35 strutture, in Finlandia in 40, in Ungheria in 34, in Irlanda in 16 e nel Regno Unito in 160. Ma è realmente utile indurre artificialmente delle convulsioni su un uomo? Applicargli degli elettrodi sulla testa e sparargli la corrente elettrica a 0,9 ampere nel cervello? La querelle tra classicisti e democratici della psiche è oramai esplosa, senza margini di mediazione e portandosi dietro il rischio di una riflessione generale sulla liceità della stessa psichiatria, come scienza medica. Per i primi, la Tec non sarebbe più una terapia del terrore, ma uno strumento miracoloso; per parte dei secondi si è di fronte all’ennesimo tentativo di difendere la “casta” degli affaristi della religione della contemporaneità, <che – secondo diversi pazienti e alcuni operatori – campa grazie alla prescrizione di pillole inefficaci e pubblicità di nuovi macchinari>. La storia recente lascia molto perplessi. La Tec era una pratica in disuso fino a metà degli anni ottanta, quando ha conosciuto una fase di espansione e di rivalutazione negli Usa. Casualità voleva che le compagnie assicurative avessero introdotto nei loro contratti una clausola in base alla quale esse avrebbero pagato agli assicurati il ricovero per non più di sette giorni, decorsi i quali la copertura sarebbe scattata solo nel caso di necessità di interventi maggiori, quali per esempio quelli chirurgici. Nello specifico, in psichiatria, l’unico intervento maggiore che avrebbe giustificato il risarcimento anche oltre i primi sette giorni di ricovero è tuttora l’elettroshock. Un anno fa, poi, è stata pubblicata un’importante ricerca sui danni cognitivi provocati dalla Tec (”The Cognitive Effects of Electroconvulsive Therapy in Community Settings” – Neuropsychopharmacology ). C

ondotta a New York su 370 pazienti, aveva visto come sua promotrice tutta una equipe di scienziati comprendente anche un sostenitore accanito della terapia, Harold Sackeim. I danni di memoria e cognitivi ne risultarono certi anche a distanza di sei mesi dal trattamento. Fu una notizia sconvolgente, visto che fino ad allora non erano mai stati fatti controlli nei mesi successivi all’operazione, e i sostenitori dell’elettroshock, tra cui lo stesso Sackeim, avevano sempre sostenuto l’esatto contrario, ovvero che tali danni erano solo temporanei, che sparivano dopo poco tempo. Le perplessità fecero il giro del mondo. Per poi essere sepolte nel silenzio. Ma chi è oggi a rischio Tec? I depressi gravi. Potenzialmente tutti, dando per buono l’allarmante messaggio lanciato lo scorso anno dalla riunione di Toronto dell’Associazione psichiatri americani: <A breve la depressione diventerà la malattia del millennio>. Ma la Tec è addirittura “consigliata” per quei pazienti con casi complicati da psicosi o da altre malattie e per le pazienti incinte. O per trattare le fasi maniacali del disturbo bipolare, quando i bipolari nel mondo sono circa 60 milioni e c’è chi sostiene che in fondo : <si è tutti bipolari>. In Italia la circolare del Ministero della Salute del 15 febbraio 1999 fortunatamente ne limita l’utilizzo agli <episodi depressivi gravi con sintomi psicotici e rallentamento psicomotorio> ed esige che il paziente sia incosciente per l’effetto di anestetici e che venga trattato con rilassanti muscolari per controllarne le contrazioni. Ma soprattutto la circolare prevede che l’intervento si possa fare solo dopo avere ottenuto il consenso scritto del paziente, al quale devono essere esposti i rischi e i benefici del trattamento e tutte le possibili alternative. Purtroppo i casi in cui è difficile stabilire il reale consenso degli assistiti sono ancora tanti: dai trattamenti sanitari obbligatori a tutti quei casi in cui lo stato di coscienza della persona non è prettamente conforme a chi è in grado di intendere e volere.

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Studio dell’Astra Ricerche, giornalisti incompetenti, falsi e corrotti

Ottobre 2, 2008

di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione

Quel maledetto mondo dei giornalisti. La loro immagine, la loro utilità, questi i temi della ricerca presentata oggi dalla società Astra Ricerche. Bugiardi, corrotti e incompetenti. L’indagine, commissionata dall’Odg della Lombardia parla chiaro e fa tremare tutto il sistema dell’informazione italiana. “È la prima volta in Italia – afferma Letizia Gonzales, presidente dell’Ordine lombardo – che si affrontano con un’analisi scientifica e in modo esplicito i problemi del giornalismo visti nell’ottica del lettore”. Due risultati contrastanti: da un lato la bocciatura netta nei confronti degli operatori dei media classici, dall’altra un riconoscimento confortante, quello della necessità di informare e essere informati. Leggi il seguito di questo post »

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Svimez: “Il federalismo rischia di creare una nuova Jugoslavia”

Ottobre 1, 2008
Di Maurizio Mequio -Pubblicato su Liberazione
«Senza coesione fra macroregioni è in pericolo l’unità stessa dell’Italia»
Il ministro Tremonti Reuters

Esiste un profondo Sud anche in Italia e il federalismo leghista sembra dimenticarsene. E’ la Svimez a denunciarlo: «In assenza di processi di coesione tra le macroregioni italiane, il federalismo potrà addirittura finire col mettere a rischio l’unità stessa dello Stato-Nazione», facendo «intravedere con preoccupazione il fantasma della dissoluta Jugoslavia». Nino Novacco, presidente dell’associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno, gela il centrodestra con un appello chiaro: «Questa riforma gioverà poco al progresso del Paese se il Governo non avvierà contestualmente una strutturale e incisiva politica economica nazionale di sviluppo e coesione, finalizzata all’unificazione anche economica tra Mezzogiorno e Centro-Nord, ed a creare nelle aree deboli condizioni ambientali e infrastrutturali di geografia volontaria comparabili a quelle presenti nelle aree avanzate». Non bastano le rassicurazioni di Gasparri, che ieri ha aperto il convegno dei gruppi di Camera e Senato del Pdl sull’argomento: «Il federalismo serve soprattutto al Sud», ha affermato l’esponente di An. «Lasciando le cose immutate, il Mezzogiorno affonderebbe e ridiventerebbe terra di emigrazione soprattutto intellettuale».
Peccato che la stessa Svimez, lo scorso luglio aveva analizzato il divario tra le due Italie.
Dal suo rapporto sull’economia del Mezzogiorno erano emerse delle costanti: un Nord sempre a doppia velocità e un Sud già nel baratro. Negli ultimi 8 anni è andato più lento delle aree deboli europee: nel 2007 aveva fatto registrare un tasso di crescita fermo al 2%, quando la Spagna aveva tagliato il traguardo del 5,5% e la Grecia quello del 6,2%. Sempre lo scorso anno più della metà delle sue famiglie era a rischio povertà, rispetto al 28% di quelle del Centro-Nord. Una terra di nessuno dove trovare lavoro è sempre più difficile. Gli inoccupati, si evince dallo stesso documento, erano aumentati di 147mila unità, con un tasso di disoccupazione del 28%, a fronte del 6,9% riscontrato nell’altra parte del Paese. E, malgrado la miopia delle destre, il flusso migratorio interno non è un rischio, ma già un’abitudine, oltre che un inaffrontato dramma sociale: dal 1997 sono state oltre 600mila le persone che hanno lasciato le loro terre per salire-scalare l’Italia: tutti «giovani con meno di 45 anni e con titoli di studio medio-alti». Gli stessi laureati, da Roma in giù, non hanno trovano spazio «a conferma dell’incapacità del sistema produttivo meridionale di assorbire manodopera qualificata». Novacco nel suo appello assegna una parte delle responsabilità ai governi regionali: «A parte oggettivi sprechi delle singole gestioni, e gravi loro limiti anche nella valorizzazione delle risorse assegnate dall’Ue, le regioni meridionali non sono apparse capaci di trovare una loro unità né formale né sostanziale», ma al contempo si sofferma su quelle del governo centrale: «Lo Stato sembra essersi spogliato dei poteri decisionali relativi ad interventi di riequilibrio strutturale del territorio, possibili attraverso interventi eccezionali, analoghi a quelli che – per alcuni pochi decenni dopo la fine dell’ultimo conflitto mondiale – furono possibili nel Sud per rimuovere gli squilibri con il Nord». E spiega: «E’ stata la scelta territorialistica e federalistica implicita nei mutamenti introdotti nel 2001 nel Titolo V° della Costituzione, condivisi da troppi con leggerezza o per demagogia, all’origine della spinta verso un cosiddetto federalismo fiscale» che ora «rischia di creare una istituzione propriamente federalistica». Con tanti saluti all’Italia unita.